Oscar 2024: il trionfo di Oppenheimer e del cinema di qualità

Dopo due edizioni alquanto misere in cui l’Academy si era inchinata di fronte all’inclusività e al politically correct, i premi Oscar 2024 hanno visto invece il trionfo non solo di Oppenheimer, ma anche (e soprattutto) del cinema di qualità.

Così com’era previsto, Oppenheimer di Christopher Nolan ha sbancato. Sette premi su tredici nomination, compresi quelli per il miglior film e – finalmente – quello per la regia significano che i circa diecimila membri dell’Academy hanno riconosciuto il vero valore qualitativo del film. E non poteva essere altrimenti. Per il regista inglese si è trattato anche di una rivincita nei confronti dell’Academy che l’aveva sempre snobbato (troppo grandioso? troppo bravo? troppo presuntuoso?), e il fatto che la statuetta gli sia stata data da un certo Steven Spielberg assume una dimensione di pieno riconoscimento artistico.

Ma se Oppenheimer può essere considerato il re di questi Oscar, Emma Stone ne è la vera regina: per la sua interpretazione di Bella Baxter in Povere creature! (quattro premi totali) si è aggiudicata, infatti, la sua seconda statuetta dopo quella vinta per La La Land entrando così definitivamente nel firmamento delle grandi dive del cinema. A Lily Gladstone, favorita per il premio e prima donna di origine indiana a concorrere per l’Oscar, l’Academy ha preferito la sfrontatezza e il coraggio dimostrati dalla Stone in un ruolo affatto facile.

Il fenomeno Barbie si è accontentato dell’Oscar per la miglior canzone andato a Billie Eilish che conquista un record non da poco: a 21 anni è la persona più giovane ad aver vinto due Oscar (il primo lo vinse per la canzone No time do die). Ma le polemiche sulla mancata candidatura di Greta Gerwig per la regia sono pretestuose oltreché inutili: Barbie è stato, appunto, un fenomeno cinematografico, senza dubbio, ma nulla più; e per quanto riguarda discorsi sull’emancipazione femminile ci sono film decisamente migliori.

Non ce l’ha fatta Io capitano di Matteo Garrone, ma La zona d’interesse di Jonathan Glazer partiva da subito con una marcia in più e per l’italiano non c’è stato nulla da fare. Un film non perfetto, forse troppo calcolato, ma che con il suo non-detto e il suo non-sguardo ha colpito e fatto centro.

Tralasciando il momento trash di John Cena presentatosi sul palco nudo (o quasi), quest’edizione va ricordata perché, oltre ad Oppenheimer, a trionfare è stato il buon cinema. Speriamo che l’Academy ne faccia tesoro per le prossime edizioni.


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