Un giorno mi trovai quasi magicamente a Palermo, in quel luogo incantato che Ballarò è denominato. La mia guida – ahimè – non fu Virgilio, ma un nome redentivo, che a pronunciarlo dovrebbe far sentire le campane suonare: Salvatore (per gli amici Totò), mio cugino. Tortuoso fu il cammino in questo inferno cittadino.

Le fiamme – di marmitte Malossi montate su mandrie di SH 300 –  si alzarono verso il cielo.  Vi furono cerberi dai capelli sfumati al doppio o triplo taglio, con brillanti incandescenti alle orecchie e ai piedi scarpe purpuree. Calzoni stretti alle caviglie e maglie ricoperte da fiori carnivori. Mi stonarono i ronzii continui delle anime incatenate all’uscio di casa, che propinavano erbe odoranti per far smarrire la coscienza ai passanti. Numerosi di questi  spesso vissero in giro, tra una furbata e un’angheria, che per il contrappasso adesso costretti a camminare in pochi metri nel castello stregato dell’Ucciardone: mi hanno raccontato. Più camminai più questa via divenne cupa e paurosa. Tutt’a un tratto che vidi da lontano? Due signori che a me sembrarono cari, due volti familiari.

Mi girai di gradi 360, come solo un gufo si può permettere, e intuii – drammaticamente – di essere rimasto solo. Nel magma incandescente di tute sgargianti a strisce e orologi dorati accecanti vidi questi due uomini. Li scrutai per bene come fossi un carabiniere con la voglia matta di perquisire e finalmente li riconobbi. Esordii con riverenza: “Maestri, sono onorato di avervi incontrato, permettetemi di parlare con voi, di offrirvi una birra”. Loro senza pensarci due volte “Certamente” risposero.

Dunque ci sedemmo e iniziai a parlare senza una fine, narrai la mia dolce ammirazione come un carillon inceppato che non si fermerà. Ciprì e Maresco avevo incontrato, una sera, a Palermo, al mercato.

“Alla base del vostro cinema  io ci vedo l’idea del disgusto. È come un altare su cui inginocchiarsi a pregare,  come una religione per voi; lo provate nei confronti della contemporaneità e nel frattempo riuscite a rappresentarlo. Più che il rapporto sociale a voi interessa coltivare il rapporto con le stranezze umane, i vostri personaggi non rappresentano la possibilità di trasgressione né di riscatto. Sono degli uomini sconfitti dalla vita. Riproducete la vostra fascinazione verso figure squilibrate in partenza.

I vostri set, le vostre ambientazioni,- insomma – il vostro universo di finzione è quello di una città post apocalittica. Sembra di vagare in un Hiroshima siciliana, dopo essere stata bombardata dal Capo dei Capi. Totò (Riina) che visse una volta.

Uno dei cardini della vostra poetica è inevitabilmente la fine dei valori religiosi. La morte di ogni culto. Minico (Gioacchino Lo Piccolo) non fa l’amore con la statua della Madonna per devianze psicologiche, ma perché l’apocalisse del credo, la fine dei giorni dei valori ideologici è arrivata. Questa forma di feticismo religioso nelle vostre menti singolari – a mio avviso – è qualcosa di molto più profondo di quello che lo spettatore alla prima visione possa immaginare. L’inattuabilità di una qualsiasi forma di sacralità in una società giunta allo stremo morale”.

Nel frattempo ordinammo birre da mezzo litro e un mix tra panelle e crocchette: “rascatura” si chiama a Palermo. “Tre piatti di rascatura” dissi io al cameriere con tono entusiasta, aggiunsi “per me e i miei amici”.

toto-che-visse-due-volte“La vostra libertà d’invenzione è – non scontatamente – accostabile a enormi figure del cinema passato di casa nostra, derisi dalla macchina politica  e dall’industria cinematografica mangia spettatori. 1998: “Totò che visse due volte” è stato l’ultimo film processato dalla censura ufficiale italiana. Il Mostro Censore ha provato più di una volta ad inghiottirvi. Poi vi ha sputati.

Io stavo per nascere e per la prima volta con il vostro Cinico TV la televisione proponeva un’idea di Sud fatta da terroni veri e attori complici. Un sud puzzolente. Erano gli anni che anticipavano Mani pulite, l’Italia con un finto sorriso che continuava il suo cammino con un valigione di consumismo criminale; quando le pubblicità ipnotizzavano l’intero stivale. Un’Italia alla quale voi due, Daniele Ciprì e Franco Maresco, avete servito su un piatto olioso e rovinato il vostro dissenso, contornato da corpi fermi che mangiano, chiavano, scorreggiano o ruttano.

Avete creato un cinema di volti e corpi che si lasciavano manipolare come marionette, forse ignari di quello che sarebbe stato il risultato visivo e ideologico. Ciechi nell’essere – fatemelo dire – i pupazzi di due autori che ruttavano in faccia all’industria mediatica italiana. E che petavano di fronte al cinema da botteghino degli anni ’90, di fronte ai Cinepanettoni che stavano lievitando e le commediette consequenziali”.

Nel frattempo mentre parlavo notai con stranezza che i due registi si stavano praticamente rimpinzando  di cibo, che alternavano alla birra con intervalli regolari di pochi minuti. Uno dei due emise un rutto circolare, come avesse un sassofono stonato  nello stomaco. Quindi per attirare la loro attenzione buttai con tono stupefatto: “È o non è così?”. Loro alzarono il capo e con le labbra circondate da impasto di ceci replicarono: “Certamente!”

“Voi siete intervenuti prima (anche per necessità economica) nel marciume consumistico della televisione italiana beota, per passare poi ad un cinema cannibalizzato dalla stessa tv che andava sempre meno a raccontare il vero. Quindi avete sguazzato come porci fra la melma del “trionfo della spazzatura”, avrebbe detto il signor Eugenio Montale . Donne scosciate, lustrini, mille colori e tecnologia hanno portato una e una sola cosa: l’omologazione. Ma i vostri colori sono bianco e nero, le donne sono uomini e le esigenze sono primordiali.

E gli attori si lasciano inquadrare come oggetti, come elementi dei luoghi che avete idea di raccontare. Sono dei non attori di professione, ospiti fissi della finzione, con il semplice ruolo di essere se stessi. Sovente diventati personaggi di culto, penso a Giuseppe Paviglianiti ne “Lo zio di Brooklyn”.paviglianiti

Io dico che voi, Ciprì e Maresco, avete usato l’arma dell’estremizzazione grottesca in una guerra che, insieme ai personaggi, sapevate già di aver perso. La resistenza quasi mitica di un plotone di disgraziati, di falliti che per voi furono belli in partenza nella loro condizione di vinti, di sconfitti.

Tra il marcio e il goffo, “Totò che visse due volte” è un film “Vietato a tutti”. Processato per oltraggio alla religione. Chi fu, ai tempi suoi, già condannato per vilipendio alla religione con voi ritorna. Di Pasolini sto parlando. Il coraggio, l’immagine che ti pugnala, la purezza culturale e intellettiva del sottoproletariato – in questo caso palermitano – sono molliche di pane pasoliniano che avete raccolto e rimpastato con originalità. La genuinità degli istinti dei protagonisti non è condizionata dal filtro della cultura, la quale inevitabilmente influenza l’individuo. L’unica  e fondamentale differenza è che non vi è redenzione sociale, né di ceto, neanche di classe.

Poi la perizia tecnica immagino provenga da lei, signor Ciprì. Il bianco e nero è meraviglioso. La fotografia del famoso (oggi) Luca Bigazzi è puntigliosa e con una forte simbologia, la quale inevitabilmente aumenta l’importanza circolare dei vostri film. Ogni inquadratura è un’opera d’arte. Ogni significato nascosto è un’illuminazione.

toto_02I personaggi procedono in una realtà primitiva, nella quale vivono per istinti animali. Quindi l’annichilimento della moralità dell’essere umano è il ritornello della vostra poetica cinematografica.

Pellicole anarchiche sono le vostre, un cinema del no su una specie giunta al capolinea: quella dell’uomo. Avete urlato cosa stesse succedendo nel momento in cui le delusioni del Novecento passavano il testimone alle inquietudini del nuovo millennio. E adesso?

Dopo “Il ritorno di Cagliostro”, “Come inguaiammo il cinema italiano – La vera storia di Franco e Ciccio”, “E’ stato il figlio” del signor Ciprì e “Belluscone” del signor Maresco, tutti prodotti molto apprezzabili, dove minchia siete finiti? Magari tornate per raccontare come dopo “l’Apocalisse” degli anni ’90 siano arrivati i “morti viventi” nei primi vent’anni del nuovo millennio? Picciotti, ma perché non tornate insieme?”

Fu in un attimo, alla mia ultima domanda, che sentimmo alla nostra sinistra una voce da cornacchia che ululava, però, come un lupo, dire: “Angelino e Caimmelo, forza torniamo alla casa che si è fatto tardi!”. I due scapparono, spingendosi e saltellando, consapevoli di aver combinato una bravata alla mamma, mentre io che comprendevo di aver parlato – sotto suggestione – con due sosia: rimasi come un babbalucco. La mia espressione divenne spaventata, divertita e incazzata allo stesso momento. Mi vide così il cugino mio Salvatore, che si avvicinò, mi scrutò e mi chiese: “Ma che ti è successo?”. Io, così, disilluso, risposi: “Totò, Ciprì e Maresco vissero una volta e non resusciteranno mai più!”