Tra narrativa e sceneggiatura, intervista a Lucio Besana

Lucio Besana: la nostra intervista allo scrittore e sceneggiatore

La sceneggiatura rappresenta le fondamenta di ogni film.

Qualsiasi sia il genere e a prescindere dalla qualità degli altri fattori (regia, fotografia, montaggio, sonoro, attori), si può dire che senza una buona scrittura non può esserci un buon film. Quando poi la sfida è trasmettere allo spettatore sensazioni profonde, come l’inquietudine o il terrore, il valore della sceneggiatura assume, probabilmente, un ruolo ancor più preponderante. Di questo (e molto altro) parleremo oggi, come già avevamo annunciato QUI, con lo scrittore e sceneggiatore Lucio Besana.

Lucio, classe ’82, dopo aver vinto il “Premio Solinas – Storie per il cinema” nel 2012, è tra gli sceneggiatori di due pellicole horror considerate dei piccoli gioielli nel panorama cinematografico italiano: “The Nest – Il nido” e “A Classic Horror Story”, datati rispettivamente 2019 e 2021 e diretti da Roberto De Feo (il secondo co-diretto da Paolo Strippoli). È, inoltre, scrittore molto blasonato nell’ambito della letteratura weird grazie al suo “Storie della serie Cremisi” (edizioni Hypnos) e al recentissimo “L’innocenza del buio”, scritto insieme proprio a Roberto De Feo e edito da Sperling & Kupfer.

LA NOSTRA INTERVISTA A LUCIO BESANA

Lucio, innanzitutto ti ringrazio a nome della redazione di Universal Movies per questa intervista che inaugurerei facendoti una domanda che affronta entrambi i cosmi della tua scrittura: in che modo differisce la grammatica di una narrazione cinematografica da quella letteraria?

Grazie a voi per l’interesse e il supporto!

Allora. Lo stile di scrittura di una sceneggiatura è diretto non a un lettore universale ma agli addetti al settore – produttori, registi, attori, scenografi, direttori della fotografia, sound designer. Per loro, la sceneggiatura deve evocare un’esperienza audiovisiva complessa con estrema concisione. Allo stesso tempo, il suo contenuto e il suo andamento definiscono come il film interagirà con lo spettatore, come carpirà e manterrà la sua attenzione; per questo deve avere un preciso meccanismo di volontà e ostacolo, azione e reazione, progressione e contrasto, grazie al quale ogni elemento del film, ogni scena, ogni personaggio, ogni location guadagna uno spessore simbolico ed emotivo per chi guarda.

Nella narrativa, invece, più che la struttura narrativa è lo stile di scrittura a creare una relazione con il lettore, a dare colore, forma, temperatura ai personaggi e al mondo. È la scrittura, più che la trama, a giocare con il lettore – almeno per come la intendo io. Un libro non deve avvincerti per un periodo di tempo determinato, come un film, ma ha un tempo proprio, dipendente da circostanze contingenti o dalla velocità di lettura; quindi ogni volta che lo apri e lo chiudi, in qualunque punto tu sia, che si tratti di una scena madre o della descrizione di un interno, dev’essere un’esperienza intensa e soddisfacente. Come lettore, non finisco un libro o un racconto per la storia, ma soprattutto per la maestria con cui sono narrati i singoli episodi, per gli innumerevoli modi con cui uno scrittore riesce a stregarmi e sorprendermi, come se fossi un bambino che guarda il mondo per la prima volta o un viaggiatore che scopre le lingue e i costumi di un paese straniero. È questo che voglio dare ai miei lettori quando scrivo.

Parliamo, nello specifico, di “A Classic Horror Story”, distribuito da Netflix nel 2021. Guardando il film e prestando attenzione ai temi trattati mi è sembrato di cogliere una riflessione riguardo certi preconcetti che si hanno nei confronti del cinema di genere in Italia. Qual è, a tuo parere, lo stato di salute del cinema fantastico nel nostro paese?

Lo stato di salute è ottimo a livello di visioni e di idee, ma c’è un pregiudizio ancora forte che impedisce a questo immaginario di emergere. La diffidenza non è contro il genere in sé – l’horror al botteghino rimane una sicurezza – ma contro il film dell’orrore italiano. Il pubblico, il grande pubblico che con il suo sostegno forse garantirebbe una produzione più continuativa di pellicole di questo genere, ancora non si fida di noi. Ed è un peccato perché come cineasti abbiamo imparato a smarcarci dai modelli stranieri e a trovare una nostra via. Pellicole italiane come, tra le altre, “Piove” di Paolo Strippoli e “Oltre il Guado” di Lorenzo Bianchini hanno mano ferma e un’identità propria, possono competere con il mercato internazionale senza complessi di inferiorità.

La stessa riflessione vorrei farla riguardo l’ambito letterario. Credi che ci sia spazio per nuovi filoni letterari di genere in Italia?

C’è già uno spazio, nell’editoria indipendente; a volte mi sembra un vero e proprio movimento, una conversazione viva e appassionata che è in pieno corso. Fuori dal radar delle majors, in Italia abbiamo una generazione matura di scrittori del fantastico che sta trovando un pubblico. Autori come Luigi Musolino e Francesco Corigliano, case editrici come Edizioni Hypnos e Independent Legions, autori self-published come Alessandro Girola e i ragazzi di Ignoranza Eroica fanno numeri interessanti e hanno una base di lettori fedeli e costanti, non solo in Italia. Eventi come Stranimondi o Libri da Yuggoth fanno da aggregatori a un numero sorprendente di lettori interessati alla narrativa fantastica italiana; concorsi letterari come il Premio Hypnos o il Trofeo RiLL hanno dragato un certo numero di talenti sommersi, e ne hanno motivati altri a iniziare e a continuare a scrivere; e realtà come il canale YouTube Broken Stories di Flavio Troisi sono punti di riferimento non solo commerciali ma culturali per i lettori di genere e non solo. Quanto sia grande il pubblico che possiamo effettivamente raggiungere, è da vedere. Ma, se lo chiedi a me, ed è un dubbio più che un’affermazione, non so se per l’horror, il weird, il grimdark e i generi oscuri in generale sia un bene essere assimilati dal mainstream. La nostra audacia provocatoria, la nostra maleducazione, è la misura del nostro valore letterario, e forse ha senso e possibilità di esistere solo come voce fuori dal coro.

Se dovessi guardare al tuo percorso formativo, quali letture e quali visioni (filmiche) hanno avuto maggiore impatto sul tuo immaginario?

Stephen King, Clive Barker, H.P. Lovecraft, J.R.R. Tolkien e Ray Bradbury sono stati la base dalla quale sono partito per le prime riflessioni sullo stile di scrittura, intimità con il lettore, rappresentazione del soprannaturale, della morte e della violenza. Alan Moore e Thomas Ligotti mi hanno aperto interi mondi e possibilità narrative. Da Kafka, Buzzati, Borges e Bruce Chatwin ho capito che per quanto un mondo possa essere fantastico o straniero, noi umani lo accoglieremmo con lo stesso carico di angosce, bias e nevrosi con cui viviamo il mondo reale.

Nel cinema, “La Cosa” di Carpenter, “Apocalypse Now” di Coppola e “For Those in Peril” di Paul Wright sono film che non mi hanno più abbandonato dopo la visione. Se guardi da vicino la “Serie Cremisi” vedrai l’impronta di David Lynch, David Cronenberg, Andreij Tarkovskij e Bela Tarr.

Come mai scrivi weird? Cosa c’è dietro questo termine e soprattutto quali sensazioni vorresti trasmettere ai lettori?

Il weird in senso esteso riguarda il nostro rapporto con la realtà, con i limiti della nostra percezione, con l’impossibilità di definire il nostro ruolo – o di accettarne l’assenza – nel grande sistema delle cose. Per come lo intendo e lo scrivo, il weird indaga il nostro rapporto con ciò che chiamiamo normalità. Sotto l’ombrello di questa parola si nasconde una narrazione capace di mimetizzare in una placida quotidianità gli atti e gli abusi più terribili. Pensa a quello che è stato detto alle nostre generazioni: “esisti solo se produci e non produci mai abbastanza”. Un inferno, un abuso morale che ci hanno presentato addirittura come desiderabile.

Nei miei racconti e nei miei romanzi, l’umanità dei personaggi e del lettore viene messa alla prova quando si ritrovano di fronte ad atrocità che sono invitati a considerare con indifferenza, come se non fossero niente di cui preoccuparsi. Ne “L’Innocenza del Buio” questa deformità viene raccontata attraverso quattro adolescenti, quindi con gli occhi di chi non si è ancora conformato alla narrazione e prova ancora un dolore vivo e acuto verso i compromessi a cui l’età adulta ci forza. Nelle “Storie della Serie Cremisi”, invece, il lettore viene messo nei panni di un turista che attraversa paesi sconosciuti, dove la morte, la mutazione, la violazione del corpo e dello spirito sono non solo tollerati ma accettati con reverenza o indifferenza.

Torniamo al collegamento tra letteratura e cinema. Nel primo ambito sentiamo spesso parlare di weird, nel secondo meno. Quando si pensa ai film sembra più facile parlare semplicemente di horror o sci-fi o fantasy (a seconda dei casi). Ritieni che si tratti di un approccio legato alla terminologia o c’è qualcos’altro? 

A mia sensazione, una delle ragioni per cui esistono i generi è dare allo spettatore la sensazione di non correre un rischio: un genere implica un’esperienza filmica precisa, e un contratto per cui lo spettatore paga esattamente per ciò che andrà a vedere. Poco importa che il rischio sia una componente fondamentale dell’esperienza cinematografica. Se vai a vedere uno slasher, un horror soprannaturale, un found footage o un arthouse horror, sai esattamente cosa ti aspetta. Ma il weird al momento non è un genere, ed è irriducibile a una formula, a meno di darne una definizione arbitraria e forzata a beneficio del mercato, sminuendolo a un’estetica e a una drammaturgia precisa. Questo forse sta già accadendo: ho visto diversi film e serie riconducibili a un immaginario alla “Truman Show” (“Don’t Worry Darling”, “Vivarium”, “Them”). Se le caratteristiche comuni a queste pellicole venissero codificate per l’industria in un modello commerciale, il termine “weird” potrebbe entrare a far parte del gergo cinematografico. Ma non è una buona notizia: il weird è molto più di questo.

L’ultima domanda, d’obbligo, riguarda i progetti futuri. Sia in ambito letterario che cinematografico. Puoi dirci cosa bolle in pentola?

“In ambito letterario, dopo l’uscita del mio romanzo “L’Innocenza del Buio” per Sperling & Kupfer, firmato anche da Roberto De Feo, conto di pubblicare altri due romanzi entro i prossimi due-tre anni. I manoscritti sono pronti, ci sono editori interessati, adesso si tratta di capire quale sia la strategia migliore. Uno è un romanzo breve, una distopia alla Robert Heinlein nata in contemporanea alle “Storie della Serie Cremisi”, delle quali è in un certo senso una sorella spirituale. L’altro è un romanzo fiume, della stessa lunghezza e stile de “L’Innocenza”, un horror di ambientazione italiana, un incrocio ideale tra “Le Notti di Salem” di King e “Casa di Foglie” di Danielewski. Sto anche valutando se ci sia materiale sufficiente per una seconda antologia di racconti, che sarà molto diversa dalla “Serie”.

In parallelo, continuerò il mio lavoro di traduttore. Dopo “North American Lake Monsters” di Nathan Ballingrud, che ho tradotto per Edizioni Hypnos, sto lavorando per la Biblioteca di Lovecraft al romanzo di un nume tutelare del weird di inizio Novecento, che non posso ancora annunciarvi.

Sul fronte cinematografico, ho co-firmato il soggetto del terzo film di De Feo e sto lavorando con altri registi e produttori a progetti italiani e internazionali, sempre di genere.

Spero, in ogni caso, di farvi leggere o vedere qualcosa al più presto.

Grazie ancora a Lucio Besana per quest’intervista


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