Sto preparando una carbonara. È la prima volta che la faccio quindi mi dico: “provaci!”. Condimenti pronti e metto l’acqua a bollire. Nel contempo cerco nel mondo internautico le eventuali ricette che potrebbero facilitare la preparazione. Ho il vizio, quando preparo da mangiare, di lavorare con il telegiornale acceso. Non lo vedo, ma lo sento, purtroppo. Come una cantilena. Mi sento una colf che ascolta la radio poggiata sulla sedia di legno. E mi piace. Ma nel momento in cui metto la pancetta sul fuoco (lo so che si dovrebbe usare il guanciale), nelle mie orecchie si infila come un bucatino questa notizia: “Dagli ultimi dati oltre 60 milioni di migranti nel mondo. Una persona ogni centotredici è in fuga verso una terra promessa. La maggior parte attraversa il Mediterraneo, molti muoiono. Il 51% dei rifugiati sono bambini.

Succede che mi fermo, dunque, come farebbero molti altri, a pensare. Questi numeri mi stordiscono non poco.  Nel mondo c’è una parte di popolazione (più di tutti quelli che siamo in Italia) che sta cercando un punto. Un punto – così – dove poter stringersi e vivere. Un puntino. Non una grande virgola, neanche di due punti stiamo parlando, un punto serve loro. La fuga è il massimo comune denominatore che unisce questi esseri umani.

Finisce il servizio e nel mio telefono di trincea, amico martoriato che se potesse invocherebbe l’estrema unzione, avevo ancora aperta la ricetta. Scorro sempre più in basso con il pollice nervoso e apprendo che la carbonara, secondo la più fedele cronistoria, fu creata dagli Alleati in Italia, con i cibi facilmente recuperabili durante la Seconda Guerra mondiale.

Guardo così quegli spaghetti grossi che muoiono nell’acqua bollente. Scivolano piano piano verso una temperatura mai vista. Li guardo abbracciarsi cucinandosi tutti insieme e in mente mi arriva un pensiero che chiede il permesso: “Fuga e Seconda guerra mondiale? Devo rivedere Mediterraneo!”

vlcsnap-2016-09-05-01h05m00s232Un gruppo di uomini che ha quell’età in cui non sai “se mettere su famiglia o perderti per il mondo” sbarca su un’isola del Mar Egeo, Kastellorizo nella realtà. Sono otto soldati dell’esercito italiano: il tenente Montini (Claudio Bigagli) professorino di latino e greco amante della pittura, il sergente Lo Russo (Diego Abatantuono) rompicoglioni veterano, Colasanti (Ugo Conti) marconista innamorato , il padre di famiglia Noventa (Claudio Bisio), Farina (Giuseppe Cederna) che sposerà la sua donna e Strazzabosco (Gigio Alberti) che perderà la sua mula, infine i montanari Munaron (Memo Dini e Vasco Mirandola).

Divertente è il sorriso melanconico di un plotone di soldati con la precarietà di una missione bellica sulle spalle. Sono dei zuzzurelloni questi protagonisti, portatori sani di una fragilità antropologica. Una milizia che salperà stordita dalla credenza che la Grecia sia la tomba degli italiani.

Si stabiliscono dunque i luoghi, si sta in allerta. Si inizia a dare un ritmo alle giornate da coscritto. Uomini prima che soldati: riescono a trascorrere solo giornate amene. Vivono per inerzia. Fuori dall’Italia, solo in un’isola questi sono portati alla riflessione. “Tutti noi discendiamo da qui in qualche modo, se vuoi cercare le tue origini qui le puoi trovare” fa dire lo sceneggiatore Monteleone al tenente Montini.

L’isola è vuota, si rivelerà essere fertile di donne greche, che non si erano rivelate dopo l’arrivo degli italiani. Gli uomini li avevano presi i nazisti. Torneranno?

Il manipolo di combattenti scoprirà un mondo che appartiene loro, vivrà di esigenze primitive. E poi ci sarà anche Vassilissa, la bellissima puta greca: bisogna pur passare il tempo, bisogna pur che il corpo esulti. Nel frattempo i fratelli montanari si divertono con una donnina greca. Negli istinti primordiali non esiste idioma.

Che i soldati italiani durante la Seconda guerra mondiale fossero davvero disorganizzati e cialtroni è scritto pure sui libri di scuola, ma loro sono impacciati uomini che la guerra proprio non sanno cosa sia.

Salvatores si gira verso ieri per parlare di oggi: realizzato e uscito nelle sale quando scoppia Tangentopoli, quando siamo sull’orlo dello sfacelo della Prima Repubblica. Come gli uomini di ieri dopo la fine della guerra e la caduta del regime fascista, anche quelli degli anni ‘90 avrebbero dovuto ricostruire la loro Italietta, gretta e furbetta.

Arriverà per un atterraggio d’emergenza un siciliano, mentre giocano una burrascosa partita di calcio (topos Salvatoresiano). Il pilota Carmelo La Rosa (Antonio Catania) farà comprendere ai deficienti che stanno lì da tre anni belli. E che il governo Mussolini è caduto: l’Italia adesso in due è divisa. Ci sono i partigiani.

Ma i nostri amici rincaseranno?

vlcsnap-2016-09-05-02h54m48s73Il regista dà alla storia un’anima quasi favolistica. Accompagnato da Diego Abatantuono, sua musa ispiratrice, nel ruolo del sergente Lo Russo, il burattinaio Salvatores realizza un film con una trama semplice ma pura, che porta dentro noi gentili spettatori. Contemporaneamente senza scadere nel buffo. Anche se Diegone, in questo film, troppo spesso sporca il grande schermo con la sua battutaccia che rovina la scena, con le sue grandi doti da cabaret italiano (esempio ne è la battuta sul papà quando una vecchietta greca che non spiccica una parola ne dice una).

Sulla validità della comicità di questo film ne hanno farneticato, ingigantito il tutto dal chiacchiericcio dopo la vittoria dell’Oscar per il miglior film straniero 1992. Mediterraneo è una gran commedia.

Schopenhauer stila nella sua “Teoria del ridicolo” una distinzione tra comico e buffo, considerando il primo come una discordanza tra un concetto e l’oggetto reale al quale quel concetto ci fa pensare, il secondo, invece, come processo involontario, che ha origine nella convinzione, che si mostrerà poi sbagliata, di avere nella ragione una guida sicura per le nostre azioni. Potremmo, ai giorni nostri, meglio comprendere queste caratteristiche attribuendo alla televisione il gusto del buffo, mentre al teatro il gusto del comico. Adesso possiamo sicuramente dire che Mediterraneo è una commedia, mentre Abatantuono è un attore buffo.

“Se le cose andassero sempre così, che ti portano le armi e ti lasciano ‘sta roba qua, si vivrebbe meglio no?”. È un film dalle pretese pacifiste Mediterraneo. Contemporaneamente è un elogio alla diserzione: perché quando la guerra è sbagliata, fuggire è legittimo.

Di viaggio interiore si parla in questo film. E di rapporto con le proprie radici. Quello di cui scrissero poeti moderni e contemporanei non è così lontano dal sentimento che proveranno i nostri eroi. Arrivano a questa riflessione gli otto scapestrati italiani e lo fanno senza capire che lo stanno facendo. È un percorso interiore che cammina in parallelo  con un’avventura concreta, alla scoperta di una terra e di un popolo che gli scugnizzi  non avevano mai visto. Un regno dove trovare la pace in un momento storico farcito dall’odio.

Approfittandosi del rapporto uomo-natura, Salvatores delinea un processo di formazione da parte dei soldati in quest’isola greca, raffigurando le manie, i tic mentali o le abitudini con maestria. E, poi, come fanno a dire che la regia sia irrilevante in questo film? C’è la camera fissa alternata a  movimenti di macchina a mano e inquadrature sensibilissime, di una grande carica emotiva. La camera si muove come fosse il nono soldato, insieme a tutti loro. Li osserva prima che riprenderli.

Rimane un film girato in maniera artigianale ma con la passione. Per Salvatores e Abatantuono la storia cinematografica e la vita durante il set coincisero. Si innamorarono di Kastellorizo e poi furono costretti a lasciarla, come una puta.

vlcsnap-2016-09-05-01h25m33s151Le musiche di Bigazzi hanno fatto scuola: sanno di mare e di terra, note isolane che non si dimenticano tornando a casa. La fotografia, ovviamente assistita dall’ambientazione, è sublime. Il finale amaro ci ricorda il cinema di Monicelli e Scola (Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? ).

Io quando uscì il film non ero ancora nato, ma posso dire che questo Salvatores non è più tornato. Anche se “Io non ho paura” (2003) ed “Educazione Siberiana” (2013) mi hanno tanto entusiasmato. Mediterraneo forma la “trilogia della fuga” insieme a Turnè (1990) e Marrakech Express (1989), inferiori di qualche gradino. Prescindendo dai moralismi relativi al merito o meno dell’Oscar, la visione di questo film è per lo spettatore un abbraccio. Una tenera commedia nostrana farcita da buoni caratteristi, empatici. Sarà poco, magari, per molti di voi. Ma un buon film deve avere quei pochi, giusti, ingranaggi perfettamente oliati. Una commedia malinconica-sognante che ci narra le gesta di una mandria di picciuttazzi dimenticati dalla guerra.

Mediterraneo è ammettere che siamo tutti abitanti di un unico luogo: il mondo. E che con un mezzo espressivo – quello cinematografico in questo caso – soprattutto ridendo possiamo capirlo. Intuire che dove andiamo in vacanza oggi ieri c’è stata la guerra, e ieri l’altro c’è stato Platone. E, forse – ma dico forse – anche Omero.

Io, però, parlo e parlo e intanto la pasta è diventata gomma. La pancetta è diventata dura come i Lego e l’uovo è diventato che lasciamo stare. Guardo fuori dal balcone, ma non vedo nessuno che mi salverà. Spengo il televisorino e prendo le chiavi. Ho deciso: diserto anch’io. Vado in Gastronomia.