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La Satira di Castrense Rubriche

La Satira di Castrense – Come vincere l’Oscar senza aver finito la sceneggiatura (LOST IN TRANSLATION 2003)


Mi giro e mi rigiro. A destra. Poi a sinistra. Cambio lato del cuscino. Bevo un sorso d’acqua, ma nulla. Non riesco a dormire perché mi chiedo e mi richiedo come faccia uno sceneggiatore-regista a vincere l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale se parecchie parti dello stesso film – limpido esempio il finale – sono state improvvisate (così professionalmente da sembrare copione) dai due attori protagonisti ? Mistero dell’Academy.

Una Tokyo gonfia di luci e tecnologia fa da scenario a una storia di conoscenza senza magia. C’è chi dice una storia “d’amore”: ma l’amore sullo schermo come si rappresenta? Con le palpitazioni, gli stati d’animo suggeriti dalle espressioni, l’introspezione psicologica dei personaggi che fa aggrovigliare le loro emozioni e noi, se il regista è mediamente capace, notiamo tutto. Il film inizia a possederci e magari ci leghiamo a uno dei personaggi.

lost in traslation recensioneLost in Translation, però, non è un film sentimentale, si parla di semplice conoscenza affettiva, e mica perché non si faccia del sesso. Questi due sono essere umani in due periodi differenti della propria vita e della propria carriera che si incontrano e discorrono. L’uomo di mezza età è un attore americano che trascina dietro le sue grane fino a Tokyo, abituato ad una famiglia che poco lo considera, lei, invece, è la vittima stanca della vita babba di una giovane coppia. Sono due muri pericolanti e franabili che per qualche giorno si appoggiano per non cadere, ma nessun ingrediente ci farà capire che non cadranno. Torneranno alle loro vite e scivoleranno facendo rumore.

Bob Harris e Charlotte sono due persone annoiate che si incontrano in un posto che dà noia ad entrambi e passano il loro tempo insieme a raccontarsi di quanto sia noiosa la loro vita. Questo è Lost in Translation: due umani che si incontrano in quello che sarebbe dovuto essere un luogo senza tempo e vanno a quattro festicciole dove, scontatamente per lingua e perché c’è una simpatia innata, si capiscono solo loro. E si capiscono solo loro perché entrambi hanno le palle stracolme dei loro coniugi e non amano quello che fanno. Lui attore da decenni che ora fa soldi con pubblicità di whisky, lei è una che non sa cosa vuole dalla vita, perché in realtà non sa fare niente, solo la bella ragazza.

La maschera ironica e melanconica di Bill Murray è perfetta, ma sprecata per questo lungometraggio. La sua stoffa espressiva – cosa da pochi – salva il film. E lo salva anche la bellezza neomaggiorenne di Scarlett Jhoansson. Chi è il regista che a 30 anni può avere come attore per il suo secondo film Bill Murray? Non era l’attore che conosciamo oggi, ma i suoi filmetti li aveva fatti lo zio Bill.

Frasi da comesedurreunadonna.com escono dalla bocca di Bob e Charlotte ascolta l’uomo vissuto, poi escono e ridono e cantano e guardano la televisione, che ad un certo punto trasmette La Dolce Vita del maestro Fellini. Prego? Quant’è kitsch la scelta de La Dolce Vita vista dai due protagonisti la notte – in un canale giapponese con annessi sottotitoli – perché i due non hanno sonno? Questo è un tentativo puerile di far notare che anche lei è “mezza italiana”. Omaggio burattinesco.

7_Sofia_Coppola_Lost_In_Translation_ShibuyaIl Giappone è uno scatolone iper tecnologico e troppo dinamico per una storia che invece è statica e sfocata. Ma non è presente nessuna intuizione cinematografica nella lentezza della storia. Lo è perché non scorre fluida, non ti appassiona, non ti fa affezionare ai personaggi. Vi sono dei punti morti in alcune scene del film, attimi in cui né la storia né i personaggi hanno vita. Tuttavia si trovano una serie di sequenze interessanti  su una Tokyo bella e viva, meravigliosa e caratteristica, che si meriterebbe un’ affascinante storia d’amore realistica. Perché non faceva un documentario?

Il tocco di Sofia Coppola è acerbo, vorrebbe rappresentare il senso di alienazione e incomunicabilità dell’uomo moderno in un filmettino che sembra un vizio di una bambina cresciuta a caramelle gommose. Neanche il finale improvvisato ti fa cambiare idea.

E’ poi un film luogocomunista, si nota in brevi sequenze: la prostituta in camera di Harris che parla e continua a parlare con la L orientale. Folse folse è una stlonzata?

Ottimo elemento della pellicola è la fotografia di Lance Acord, leggera ed entusiasmante. C’è anche un’intensa colonna sonora formata da canzoni di Kevin Shields e da The State We’re in dei Chemical Brothers. Poi More than this dei Roxy Music cantata dal protagonista Bob, ubriaco e stonato come una campana. È, forse, l’unica scena piacevole del film.

Che poi, diciamo la verità: è Tokyo la vera protagonista di questo film. Tokyo è una ragazza che dopo aver sofferto nel corso dei decenni è diventata una donna sempre più moderna e alla moda. Vive freneticamente. Mille luci di mille colori che colpiscono chi la conosce. Affascinante e piena di sorprese. Eccentrica. Una donna che si potrebbe portare a cena in ogni film. Chi ne è capace però.

Anomalisa di Charlie Kaufman racconta quello che avrebbe potuto raccontare la signorina Coppola, ma lo fa con dei pupazzi di cerapongo in stop-motion. Esistenzialismo, male di vivere, frenesia, incomunicabilità tra gli esseri umani contemporanei  visti e raccontati attraverso l’occhio della psicologia, della filosofia, e la mano di un regista che sa come rappresentare i sentimenti. La Sofia non ha nessuna prerogativa culturale o storica nella costruzione dell’introspezione dei personaggi. Narra solo quello che aveva in mente di narrare. E non può bastare, Sofia non sei tuo padre!

Dopo un anno da Lost in Translation uscì nelle sale Eternal Sunshine of the Spotless Mind, film unico sulle relazioni nella società contemporanea di Michel Gondry. Forse la famiglia Coppola andò al cinema nel 2004 e la piccola Sofia si accorse di come poter fare un gran film sentimentale. “Papà, papà voglio Jim Carrey!” disse uscita dalle sale.

L’incomunicabilità dei sentimenti e l’alienazione dell’uomo non sono questo film. Miss Coppola avrebbe dovuto vedere come Michelangelo Antonioni analizza la crisi d’identità tramite le dinamiche di coppia nella Trilogia dell’incomunicabilità. Ma è meglio lasciar perdere, questo è un altro cinema.

Dalla critica sopravvalutato. E’ un film patinato.

E io comunque ancora non riesco a prendere sonno.

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