“Ma tu le dovevi dire: Professoressa, lei è la regina degli stronzi!” suggerisce Veronica all’amica Leonarda, che subito controbatte “Sai, invece, cosa ho risposto? Cara professoressa, lo sa che io, qui, sono l’unica che studia per se stessa?”. “E tutti zitti, amica mia”.

È suonata la campana dell’ultima ora e le due ragazze affrontano, pacate e soddisfatte, le colonne del portico d’uscita del liceo classico Colombo. Ad Arezzo è uno dei licei più rinomati. Si notano bene, tra centinaia di ragazzi, coloro che a casa quest’oggi porteranno un signor 2. Le visiere di quei caschi usurati non coprono gli occhi rossi di spinelli fumati in fretta, e ancora meno camuffano le espressioni concentrate alla ricerca delle migliori frasi per dolcificare le note prese o le pagelle, povere di sufficienze. E poi decine di polmoni posizionati in piazzetta che provano per le prime volte gli effetti del tabacco, tra una risata a denti di metallo e una lingua avvinghiata a un’altra. Perché l’impreparazione dell’adolescente è alla vita.

Ma le due ragazze non hanno visto tutto questo, perché tengono, ogni santo giorno, l’appuntamento con l’autobus; che è fedele ma non troppo, essendo alcune volte in manutenzione, altre scordandosi semplicemente di passare. Anche loro sono giovani, e, sedute alla fermata, si scordano chi vi sia intorno quando pensano a quel ciuffo moro o a quelle labbra, a quei pettorali, che non hanno la microscopica idea che loro possano esistere. Ma Veronica e Leonarda, che a scuola diventa Lea, ne parlano come se questi avessero già notato i loro occhi chiari, o le antenne che si ritrovano per gambe, scevre da qualunque tipo ti peluria. Tranne quando vengono interrotte da una donna minuscola, che orientativamente è arrivata all’ultima decade della sua vita. Giornalmente l’ottantenne si avvicina a Lea per ripetere, come se avesse ingoiato un registratore, sempre lo stesso suono: “Signorina, mi direbbe l’orario dell’autobus che purtroppo non so leggere?” E la ragazza, con il gelo della merla o con il sudore d’inizio estate, risponde sempre teneramente, osservandola come una vecchia zia, una dolce lontana parente.

Oggi – però - in autobus c’è qualcosa di singolare. Paolo, l’autista, che ormai Lea conosce bene dopo centinaia di chilometri fatti insieme, non ha timbrato il suo abbonamento mensile, poi tiene sul viso delle rughe tormentate. Scende alla fermata Lea, ma ha un po’ di tachicardia che la costringe ad accelerare il passo. Sospetta che qualcuno sia sceso dopo averla vista. Si volta. Non c’è nessuno. Cade il telefono per terra e lo riprende senza controllare il danno. Continua a sentirsi seguita. Rimangono gli ultimi cento metri per approdare alla soglia di casa, ma c’è ancora quella sensazione. Aumenta il passo come una maratoneta. Il sudore gronda.  Si gira: c’è solo un cane randagio stanco di stare a questo mondo. “Papà, oggi forse qualcuno mi seguiva” dice Lea al padre, che risponderà con “qualcuno ti seguiva o forse?”, concedendo lunghi secondi di tempo alla figlia. Replicherà: “Forse, papà.”

La stanchezza che i due genitori collezionano, giorno dopo giorno, è direttamente proporzionale all’amore che nutrono per l’unica figlia che siano riusciti a concepire. Leonarda perché la nonna si chiamava così, e perché la nonna della nonna si chiamava così. Lei è l’unico gioiello che tengono a casa, perché quelli  del battesimo e del matrimonio li hanno portati in un negozio che compra oro. Adesso quei bracciali si sono trasformati in fogli rilegati che hanno questi titoli: L’età romana, Antologia di autori greci, Sulle spalle dei filosofi, Il quadrato magico, Vocabolario della lingua latina Castiglioni-Mariotti. E pochi eventi sono importanti durante l’anno: Natale, Pasqua, anniversario di Matrimonio, e i cosiddetti “giorni della pagella”. Sta per arrivare uno di questi, perché il cambio di stagione nell’armadio ancora non si è avuto il tempo di farlo, e vuol dire una sola cosa: è il mese di Giugno.

Ma quel giorno, che è sempre stato felice, perché Lea a casa portava quegli 8 obesi e quei 9 composti, quest’anno sarà un giorno terrificante.

Un uomo, deve esserlo perché la forza è tale, in via Acquaforte inizia a rincorrere la ragazza. Si avvicina per toccarla ferocemente e buttarla a terra. Un puma che aggredisce una gazzella. In questo momento vediamo Lea: si trova con la fronte sulla parte esterna del marciapiedi, la gonna strappata, le lentiggini colorate di sangue e i voti della pagella scomparsi in una macchia di fango. Solo un voto si legge ancora: Condotta e comportamento 10. Accorrono i passanti, tra i quali una verduraia, che è in grado di prenderla in braccio e portarla a casa. La famiglia Mazzacane, pronta a ricevere i risultati scolastici della loro bambina, riceve, invece, una citofonata. Il suono prolungato di 7 secondi è l’avviso di qualcosa di insolito. Aprono la porta, marito e moglie insieme, con le labbra pronte ad aprirsi per un sorriso: quello che vedono è la Pietà di Michelangelo, composta dalla verduraia Serafina, esausta, che tiene in braccio la giovane donna. Svenuta e sporca di sangue.

Lea viene spogliata e lavata, vestita e nutrita. Sta aprendo gli occhi e subito i genitori: “Cosa è successo Leonarda? Ci dici che cazzo è successo?” Ma Lea non ha capito, infatti risponde: “Mi hanno spinta Papà. E poi sono caduta”.

Ma nessuno ti spinge da farti sanguinare gli zigomi e Francesco Mazzacane lo sa. Senza confessare alla moglie e alla figlia, il giorno seguente decide bene di andare da un amico, che si chiama Igor Mantovani: professione bodyguard. Professione recente quella del buttafuori, dato che per anni ha coltivato e insegnato le arti marziali, mentre praticava il suo unico e complesso mestiere: seguire la gente. Un investigatore privato che è andato in pensione. Ma chi insegue il male lo farà per sempre. Questo Francesco lo sa, e di proposito si presenta alle 9 del mattino in Via Cardellini 13. Igor e Francesco erano compagni alla Ragioneria, dove studiavano poco ma esercitavano molto quello che insegnava la strada.

“Gran figlio di puttana, dove sei stato tutti questi anni?” esclama l’uomo vestito di nero, avendo visto entrare l’amico di giovinezza. “Sono stato a riparare macchine. Per ogni figlio che nasce una frizione si rompe. E allora il lavoro non manca mai”. “Tu, amico mio? Come te la passi?” aggiunge il padre di Lea, “Io… io non mi diverto più. Assumo espressioni da duro alle feste dei ragazzini in discoteca e loro mi pagano per questo”. Continua con un sorriso amaro “Perché, non si vede come mi è finita? Dietro una scrivania in uno stanzino. Mi diverto secondo te?”

“Non penso proprio” è la risposta di Francesco, al termine della quale prorompe l’amico: “Dimmi la verità: che sei venuto a fare?”. Francesco Mazzacane capisce che è il momento in cui svelare quello che sta accedendo e, dunque, dopo aver ingoiato cisterne di saliva, esordisce: “Mi devi aiutare, stanno facendo qualcosa a mia figlia Leonarda!” - aggiunge col viso rosso e la mano tremante - “Ieri è tornata a casa sanguinante, qualcuno l’ha spinta”. Finisce il periodo con “Forse qualcuno la segue”. Viene interrotto l’uomo prima che possa rievocare aiuto e gli viene sbattuto in faccia “Io non faccio più quello, amico, ho smesso da anni, mi è costato troppo crearmi una vita tranquilla.

“Aiutami, mi devi aiutare!” dice Francesco diventato una iena, scandendo bene ogni parola. “Sono settimane che qualcuno segue mia figlia. Vogliono violentarla, Igor. Vogliono ammazzare la mia bambina”.

Così il buttafuori: “Calmati e ascoltami. Non esagerare. Io non posso tornare a fare questo, neanche per gli amici, neanche per una grossa somma. Ho chiuso con il pedinamento dei cornuti, dei killer e dei paranoici. Nell’ultimo lavoro ho rischiato di finire in galera o peggio ancora: morto. Ho chiuso perché il cuore non mi regge più. Perché ho 55 anni e sono stanco. Tu intanto vuoi fare una cosa? Mandami foto e informazioni su Leonarda e sulla gente e i posti che frequenta. Io farò un giro di chiamate.” La sua mano si appoggia sulla spalla dell’amico di scuola, proponendo un abbraccio virile, di quelli che solo gli uomini conoscono e aggiunge: “Vai da tua moglie e tua figlia e dì loro che tutto va bene, che si risolverà.” Francesco ha le palpebre semichiuse e la bocca confinata da saliva asciutta dopo aver vuotato il sacco. Gli cadono ripetutamente le chiavi dello scooter.

L’uomo farà quello che ha detto l’amico e per alcuni giorni, che diventeranno settimane, proverà a convincere la figlia che “tutto è passato”. Ma Leonarda non è più Lea, perché da quando è rientrata a casa ricoperta di fango e sangue non è mai uscita. Veronica va a trovarla a giorni alterni, ma la sera non ha più con chi ridere, con chi andare a leggere i libri di seconda mano in riva al mare, abbracciate dalla luna, la loro protettrice. Leonarda non vuole più rimanere a casa, vuole uscire da questo terrore. Vuole smettere di fissare quella Notte stellata che ha sul soffitto della stanza, smettere di vedere videocassette e film registrati, per andare, con l’amica fraterna, al cinema all’aperto, come ogni anno. Così dopo sette lunghi giorni di preghiere e misericordie ai genitori, Lea avrà la sua libertà per una sera. Libertà fa rima con Arena Aretina.

Arriva così il pomeriggio del giorno dopo, la piccola Lea cerca il vestito più bello che abbia. Va verso l’armadio della madre e fruga pure lì. Ne trova uno che ha dei pois verdi come l’acqua e come il colore dei suoi occhi. Piastra i capelli e indossa delle ballerine. Poi mette un filo di rossetto. Possiede una bellezza fisica che invidierebbero pure le dive del cinema muto. La madre la guarda prepararsi, piangendo, perché la loro somiglianza è sconcertante. E questo la rende orgogliosa.

Saranno accompagnate dal padre in macchina, e la portiera dell’auto si aprirà in corrispondenza dell’ingresso del cinema all’aperto. L’ansia dei due poveri genitori non ha confini.  La grande locandina che c’è fuori dall’arena è quella di “2001: Odissea nello spazio”. Le due ragazze, che hanno appena pagato qualche euro alla cassa, non hanno mai visto il film, i pochi ultracinquantenni e coetanei che ci sono, seduti in platea, invece sì. E lo staranno vedendo per la quarta volta. Quelli che sorridono per la quinta. Ma Lea e Veronica hanno tutto da scoprire.

In sala c’è un uomo in vestito scuro, anche lui ha passato i cinquant’ anni, ma non sembra entusiasta che stia per iniziare uno dei capolavori di Kubrick. Anzi, sembra infastidito. Non ha proprio idea di chi sia Kubrick. Si muove nervosamente. Le due ragazze, nel frattempo, decidono di andare al bar. C’è qualcuno che le sta osservando, ma nessuno se ne accorge. Neanche loro, che infatti vanno per comprare una Coca-Cola e due gelati al caramello. Li tengono in mano come due trofei di ghiaccio.

Inizia il film, e per due ore e trentacinque minuti se li potessimo osservare vedremmo una ventina di persone ipnotizzate da immagini e colori, dalla clava dell’ominide che diventa astronave. Le due ragazze hanno passato la maggior parte del tempo con la bocca aperta, perfetta residenza per zanzare e moscerini. Sono sedute nella terz’ultima fila centrale. Le immagini dell’astronauta anziano incantano tutti, anche chi le sta rivedendo per l’ennesima volta.

Quindi dal lato destro della sala si alza un uomo. Il buio semina la sua figura. Si siede al centro dell’ultima fila. Estrae dalla tasca un filo di metallo. Temporeggia. Perché il cuore batte come un trivella in queste occasioni. Così appare nella sua mente una mossa di soffocamento appresa dal ju-jitsu brasiliano anni fa. “Mata leao”: vuole strangolarlo così.

Sono gli ultimi cinque minuti del film e si sente una melodia crescere. “Così parlo Zarathustra” è un poema sinfonico composto da Richard Strauss nel 1896, ma nel 2016 servirà per coprire il respiro spezzato  della morte di un uomo misero, di statura e di morale. Il suono è così forte che circonda il quartiere del cinema all’aperto. Sullo schermo si vede il feto di un grande bambino. In platea, volti illuminati. Lo strangolatore apre la porta d’emergenza e scappa via dalla sala.

In penultima fila c’era Claudio Masetti, rimasto fermo anche dopo i titoli di coda. Fermo perché morto. Soffocato mentre con la mano destra toccava i suoi pantaloni e con la sinistra stava per accarezzare i capelli biondi di seta di una giovane innocente.

Claudio Masetti è il proprietario dell’Arena Aretina da venticinque anni, da quando decise, insieme agli amici Francesco e Igor, di non fare l’Università dopo la scuola. Inseguitore e molestatore di un’unica ragazza in vita sua: Leonarda Mazzacane.

Lei e solo lei, perché era bellissima come la madre.

O ancora di più.