le monografie, il cinema coreano di kim ki-duk
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[Le Monografie] Viaggio nel cinema del regista coreano Kim Ki-duk

Il cinema è sempre stato accompagnato, fin dagli albori, dalla riflessione sulla natura dell’umanità e in senso più ampio di tutto l’esistente. Domande e riflessioni importanti hanno così trovato, grazie all’invenzione dei fratelli Auguste e Louis Lumière, un mezzo funzionale alla loro veicolazione. La settima arte a volte si trova ad essere più vicina alla poesia che alla prosa ed è il caso della cinematografia del regista protagonista di questo nuovo capitolo de Le monografie.

Iniziamo questo viaggio nel cinema di Kim Ki-duk.

Nato nel 1960 a Bonghwa, in Corea del Sud, Kim Ki-duk inizia a lavorare, appena diciassettenne come operaio e, compiuti i 20 anni, decide di arruolarsi in marina. La sua strada si incrocia con quella della Chiesa finché, nel 1990, non si trasferisce a Parigi dove si mantiene come pittore, vendendo i suoi quadri. Il suo graduale avvicinamento al cinema lo porterà, nel 1996, all’esordio dietro la macchina da presa con Coccodrillo.


Il suo vissuto ha avuto un impatto fortissimo ed evidente sulle sue pellicole. Il mondo militare, la religione e non solo, sono elementi ricorrenti nei suoi film, così come, sotto il punto di vista estetico, è evidentissimo il suo legame con la pittura, sia per quanto riguarda le scelta delle inquadrature sia per l’utilizzo dei cromatismi.

È difficile riassumere in poche righe il complesso e fascinoso universo contenutistico del cinema dell’autore coreano. La sua cinematografia è legata da un evidente percorso fatto di assonanze tematiche e stilistiche ma anche di dissociazioni ed opposizioni, eppure ogni suo film, pur essendo frutto di un percorso e quindi legato al precedente da una catena invisibile, si rivela unico e indipendente. Il suo cinema, in questo senso, è in evoluzione continua. Una sorta di brodo primordiale in continuo divenire.

Ci sono due elementi che saltano immediatamente all’attenzione dello spettatore, individuabili nel primo film di Kim Ki-duk, “Coccodrillo”: la violenza e la bellezza. Elementi opposti, quindi dipendenti l’uno dall’altro.

Coccodrillo è un senzatetto che, da sotto il ponte di un fiume, attende i suicidi al fine di prendere tutto ciò che le persone avevano con se al momento della morte. Un giorno Coccodrillo salva dal tentato suicidio una donna al fine di farne la sua schiava.  I temi del rapporto tra uomo e donna, della sessualità e soprattutto quello della natura animale dell’uomo, quest’ultimo evidente fin dal nome del personaggio principale, accompagneranno l’intera cinematografia del regista coreano e si intersecheranno con quello dell’amore, motore trainante delle scelte degli individui.

Dopo questo straziante ma folgorante esordio Kim Ki-duk dirigerà Wild animals e The Birdcage Inn ma è nel 2000 che arriverà uno dei suoi film più belli e complessi. L’isola racconta la storia di una donna che gestisce una “pensione galleggiante” su un lago, rifugio per uomini che vogliono nascondersi. L’arrivo di un uomo minerà l’equilibrio del luogo. Capolavoro inarrivabile di sinergia tra dolcezza e violenza, tra occhio e mente, L’isola è un’opera ricca di metafore: pesce/organo maschile sessuale, amo/metà di un cuore, ma anche oggetto capace di uccidere. Il tema centrale del film, ma non certamente l’unico, è la solitudine. Gli uomini sono isole, costrette a non unirsi mai per davvero.

“L’amore è un’ipnosi reciproca. E anche ossessione. L’uomo è un’isola per la donna e viceversa. Ne “L’isola” volevo disegnare i pensieri estremi di uomini e donne. Essi odiano e ammazzano solo nel cuore. Volevo esprimere con le immagini e con le azioni il pensiero estremo che non si può realizzare”

Kim Ki-duk

Fino al 2003 il cinema del maestro è pregno di violenza, sesso, metafore e riflessioni profonde, ma anche ricco di riferimenti al vissuto stesso dell’autore. In Indirizzo sconosciuto, datato 2001, ad esempio c’è la sua conoscenza del mondo militare, ma anche l’impronta indelebile, nella memoria di una nazione, della guerra di Corea.

Il 2003 è l’anno che consacrerà Kim ki-duk nel panorama internazionale. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera non solo vince il premio come miglior film ai Blue Dragon Awards, gli Oscar coreani, ma porta a casa ben 4 premi al festival di Locarno. Il film, che racconta la vita di un monaco buddista attraverso le stagioni della sua vita, rappresenta un momento cruciale nella cinematografia del regista, non solo perché può essere considerata la prima pellicola del ciclo più noto del regista coreano, ma soprattutto perché segna un profondo cambiamento di registro rispetto alle opere precedenti. La cura nella scelta degli aspetti cromatici e visivi delle inquadrature diventa sempre più millimetrica, così come diminuisce invece la rappresentazione visiva della violenza. Non che questa non ci sia, anzi, ma è più suggerita che mostrata.

Dopo aver vinto, con il bellissimo La samaritana, l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 2004 Kim Ki-duk dirige il suo capolavoro assoluto, Ferro 3 – La casa vuota.

Presentato alla 61ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia come film a sorpresa, Ferro 3 vince il Leone d’Argento. La storia narrata è quella di Tae-suk, un ragazzo che ha l’abitudine di introdursi in loro assenza nelle case delle altre persone, non per rubare ma per “viverci”. Il film è di una semplicità, e allo stesso tempo di una complessità, disarmante e magnifica. Il protagonista non parla mai, eppure riesce a comunicare con la controparte femminile più di quanto non faccia il marito della stessa. È un film sull’incomunicabilità, ma soprattutto sull’amore. Non c’è un respiro, una parola, un’inquadratura di troppo. Attraverso la sottrazione Kim Ki-duk raggiunge, con Ferro 3, la perfezione.

I film successivi si pongono in linea continuativa con la strada intrapresa con Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera e proseguita con Ferro 3 – La casa vuota.

L’arco, Time e Soffio sono film magnifici che rivelano una capacità estetizzante unica e inimitabile oltre che momenti di riflessione importanti per gli spettatori.

“Forza e musicalità – come un arco teso…voglio vivere così fino al mio ultimo respiro”

Kim Ki-duk

I successivi Dream e Arirang rispettivamente datati 2008 e 2011 sono legati da un episodio che può essere individuato come una delle cause scatenanti del nuovo ciclo cinematografico del regista coreano. Durante le riprese di Dream l’attrice protagonista è quasi morta durante una scena nella quale ha simulato un’impiccagione. A seguito dell’incidente il regista si è ritirato su una montagna in solitudine e i suoi tormenti interiori oltre che il racconto di questo periodo è il fulcro del documentario Arirang, vincitore del premio della sezione Un Certain regard al 64° festival di Cannes.

Dopo Amen, in cui torna centrale il tema della violenza sessuale, è la volta di Pietà, tra i più acclamati film del regista che, grazie alla suddetta pellicola, porterà a casa il Leone d’Oro all’edizione 2012 del Festival di Venezia. Fin dal titolo, evidente riferimento all’omonima scultura di Michelangelo, è palese la centralità dell’argomento religioso. Questi ultimi film, e ancora maggiormente nel successivo Moebius, rappresentano, per certi versi, un ritorno alle origini del regista coreano che si distanzia, sotto alcuni punti di vista, dalle sue pellicole dei primi anni 2000 per avvicinarsi nuovamente alla brutalità di Coccodrillo o di Bad Guy. L’efferatezza in questione è presente anche in One on One, datato 2014, che riporta nuovamente il regista a parlarci del mondo militare.

Le ultime due pellicole del regista, come anche la precedente in realtà, sono strettamente legate alla cultura estremorientale e agli avvenimenti storici della stessa. Stop ha come tema centrale il disastro nucleare di Fukushima mentre The Net interseca la storia di un pescatore con quella politica della penisola, parlandoci del difficile rapporto tra Corea del Nord e Corea del Sud.

Ci sarebbero tantissime altre cose da dire su un regista così prolifico e complesso come Kim Ki-duk, ma come lui stesso ci ha insegnato con i suoi film, il verbo a volte è di troppo; meglio lasciar parlare le sue opere, quadri preziosi nella storia del cinema, che siamo certi lasceranno un segno indelebile negli spettatori che verranno.

“L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile.”

Kim Ki-duk

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