mery per sempre posterInfilavamo il VHS nel videoregistratore delicatamente, come fosse ancora vergine, e ne traevamo piacere, portando avanti tutte le scene che già avevamo a mente. Io guardavo, ancora non adolescente, una pellicola che, volta dopo volta, mi seduceva sempre. E che mi sembra sposata, adesso, con quel periodo storico dopo la guerra in cui il cinema si faceva spesso. Se non sposata, almeno fidanzata. “Mery per sempre” è l’ultimo metro di pellicola del neorealismo italiano.

Perché ci sono attori che non sono mai stati davanti la macchina da presa e c’è la descrizione di luoghi attraverso lo scavo della povertà caina; l’ambientazione è originale e vi è la difficoltà, talvolta l’assenza, dello Stato nel sostegno di una realtà suburbana. Quelli che negli anni ’50  furono giovani cresciuti dal dopoguerra con le toppe al culo, adesso sono poveri indigeni siciliani criminali che per rubare quattro giacche di pelle spaccano le vetrine come animali.

Pier Paolo Pasolini raccontava questo. Lo facevano prima Pietro Germi, Roberto RosselliniFrancesco Rosi e Cesare Zavattini. A modo suo il maestro Fellini. Lei chi è? “Luchino Visconti mi chiamo, anche io ne ho parlato e ci siamo”.

Poi Claudio Caligari continuò a farlo. E nel 1989 Risi Marco, giovane figlio di Dino, artigiano del cinema. Dopo un grappolo di regie con lo zio Gerry Calà, il regista milanese tocca solo una volta il filone drammatico con “Soldati- 365 all’alba”(1987).

Circa otto lustri dopo “Sciuscià” del maestro Vittorio De Sica, il signor cinema rivela, con una macchina da presa pulita pulita, diretta e centrale verso lo scandaglio delle paure umane, giovani criminali di borgata e le loro storie quotidiane. Non con un degrado finto e ricercato, ma con quello autentico viene raccontato.

Ragazzi che fanno parte di una subcultura autonoma di una classe inferiore, che ad esperienze come essere i più duri o cacciarsi nei guai attribuisce tanto valore, considerate negativamente dal resto della società. Questa è la teoria culturale del sociologo Walter Miller, che nel 1958, spiega al mondo come la delinquenza venga partorita dai conflitti tra le norme delle subculture e quelle della cultura dominante. Esempio ne è il gruppo deviato del film di cui stiamo parlando. Ma la delinquenza può essere anche “appresa” secondo Sutherland, se tra gli amici e i parenti coloro che praticano la criminalità sono in maggioranza.

Quindi la devianza è una carriera che prima o poi – e in questo caso è un “molto prima” – verrà sottoposta al controllo formale da parte di polizia, tribunali e sistema penitenziario. Dimostrando che poco possono le istituzioni quando vi è la recidività.

Questa è l’oggettività dei fatti: quella in cui vince chi è più “malacarne”, chi non si scanta davanti un coltello, chi non trema con una pistola in mano. Un affresco che, forse, al signor Pasolini non sarebbe dispiaciuto, con un pugno di giovani malfamati accattoni meridionali che verso la società hanno rifiuto. Non sono legati da un’antropologia da periferia urbana, bensì cresciuti tra le braccia della Signora Mafia, che alla nascita ti inquadra e ti educa come una madre, che di figli ne ha avuti troppi. Figli prigionieri di un antico codice d’onore, ai quali regalerà una biologica sfiducia nelle autorità; li renderà ignoranti, artefici e complici del  vortice che ha inghiottito tutti quanti.

Quindi ve li posso presentare: il primo è Natale (Francesco Benigno), che siede al primo banco non perché studioso, ma perché ha 9 anni da scontare, è il capo di questi rubagalline di rione popolare. Chiuso in gabbia per aver vendicato il padre.

Antonio (Roberto Mariano) se la mina in classe e si marita lesto lesto in qualche ora di vigilata libertà e Claudio (Maurizio Prollo) che ha voglia di fare qualcosa, la cosa sbagliata farà.

Pietro (Claudio Amendola) è nato rotondo, esce e rientra dalla galera, perché quadrato non lo diventerà mai. Guarda fuori dalla finestra e scapperà dai tetti. Sarà ospitato dal professor Terzi (Michele Placido), al quale ruberà una mazzetta di lire e finirà il gioco del quindici. Non sa leggere né scrivere, ma sa finire un rompicapo in poche ore. Questa è la strada.

E poi Mario (Alessandra di Sanzo) c’è, che si fa chiamare Mery, con la barba sempre troppo lunga e una campana stonata in mezzo alle cosce. Entra ora in carcere, ma è in isolamento da tutta la vita: perché femmina lo è in testa. Si sogna vecchio per diventare uguale agli altri esseri umani, che quasi ne uccideva uno per scippare trenta mila lire dalle mani. Si innamora del professore. Mario è donna. E lo sarà per sempre.

Giocano a calcio senza palla dopo che la guardia (Tony Sperandeo) la sequestra, con un manganello che parla e dice: “Qua così funziona, figli di sette padri”. Continueranno ostinati, senza palla, a giocare a calcio e a tirarla in porta, dove ci sta il bacucco King Kong (Salvatore Termini), chiamato così perché da piccolo “aveva sbattuto”. Sono tutti carcerati, guardie e ladri.

“Mery per sempre” è la storia sfortunata di giovani cresciuti a latte e rapine; orientati alla criminalità, ma disorientati nella vita. Sono destini scritti a penna indelebile, come quelli di tanti supereroi, che il male, in quegli anni, lo hanno combattuto con il superpotere del coraggio, in giacca e cravatta, in tribunale. Morti che facevano profumo di libertà al funerale. Ingenui che hanno creduto di fermare davvero il carro gigante del mondo criminale.

mery per sempre satiraSono gli anni in cui un professore che c’ha due occhi, due mani, due gambe e due palle, decide di caricarsi il Malaspina di Palermo sulle spalle. Docente di latino e greco sceglie bene di insegnare in carcere: scuola elementare. Fa l’eroe borghese; si porta dietro una passione civile che gli darà la forza di reagire. Solo una disciplina potrà insegnare lì: l’umanità.
Il regista dal suo sacco aggiunge al genere un moltiplicatore della tensione filmica,  conseguenza di scene legate, magari, ad un cinema gangster americano, esempio  ne sono l’inseguimento di Pietro e le scene finali in cui lo stesso, in ospedale dopo una rapina, tira le cuoia.

E’ neo-neorealismo quello di Marco Risi, figlio d’arte, che con questo lungometraggio porta in groppa il fercolo di una narrazione di crudele realtà che alcuni uomini, andati via, avevano iniziato già.

Tutto è permesso ai delimitati delinquenti, regina su tutti la violenza, che farcisce le giornate scapestrate di ragazzi che sanno fare poco più che questo. E la rieducazione non è applicabile: non sarà il carcere di guardie veementi e un ditta-rettore che ha sentito la “vocazione” ad aiutare dei criminali in questa situazione. Sempre più si rosolerà l’animo di individui che hanno abitato la violenza e l’omertà.

“Mery per sempre” è un film diagonale nel tempo e tra i modelli e le marche di esseri umani. Come l’Ave Maria sa le scene il primo farabutto di paese come l’ultimo cinefilo di città. Un po’ tutti l’hanno visto. Lo conosce il professore e lo conosce l’alunno. L’avvocato e l’usuraio. Perché dimenticare è difficile questo film, come immagini e musica, Impossibili da cancellare.

La poesia musicale di Giancarlo Bigazzi striscia come una serpe su terra tra le scene, dando al cuore e alla pelle vibrazioni piene. A partire dai titoli di testa. Coerenza ed equilibrio da parte del regista Risi nell’incastro delle sequenze, che traspone in immagini un racconto di Aurelio Grimaldi. Non è pellicola di tecnicismi e trovate registiche, ma un documento mai messo in archivio: la quotidianità suburbana della Sicilia dello scorso secolo. E danzante è il connubio tra il dramma umano e la messa in scena, che, sempre dinamica, non precipita mai nell’esagerata introspezione dei personaggi.

Costumi e aspetto sono in accordo perfetto. Cesare Lombroso, padre della criminologia, sarebbe stato entusiasta di questo film. Teorizzò la dottrina secondo cui la devianza umana deriva da particolari tratti fisici; quindi individui predisposti a determinati comportamenti in base alla propria configurazione biologica. In “Mery per sempre” non sembra tutto reale. Tutto è reale.

Le vite buttane dei carcerati continueranno ad essere raccontate al mare con “Ragazzi fuori”(1990). Il titolo parla da solo. Una gioventù prigioniera del marcio. Per le strada di una città senza filtri che vomita sporcizia e depravazione da uno squarcio.

E il realismo più limpido sta nelle vite oggi di quelli che sono stati gli attori ieri. Chi fa lavori di strada, chi si arrangia, chi dopo anni come Francesco Benigno è andato in televisione per chiedere lavoro.

Estraggo la cassetta dal lettore VHS, la rimetto in custodia e la ripongo sullo scaffale. "A tavola" mia madre urla: scendo veloce le scale. Quella che guardavo era l’ultima pellicola del neorealismo italiano.

Chiunque sia Mery, invece, lo è per sempre.