C’era una volta un genere cinematografico, ma ancor prima letterario, che aveva il compito di far trascorrere notti insonni agli spettatori coi suoi personaggi lugubri, le sue storie macabre e terrificanti. Questo genere si chiamava horror ed era la manna di qualsiasi produttore. E ora? Ora la situazione è diversa, a ben vedere più problematica. Ecco il perché.

Ben lontani sono i tempi in cui Friedrich W. Murnau girava il suo Nosferatu il Vampiro (1922), tratto dal romanzo Dracula di Bram Stoker: in quel caso, il genere horror assurgeva a una delle forme massime di splendore e di angoscia, nonostante (o proprio per) la mancanza di sonoro. Da allora di acqua (e sangue) sotto i ponti ne è passata, sono cambiati i tempi e le forme espressive; ma si sono raggiunti gli stessi magnifici risultati?

Non si contano i capolavori dell’orrore che dal capolavoro di Murnau hanno presenziato sugli schermi e negli incubi degli spettatori: Psycho (1960) di Alfred Hitchcock (non propriamente horror, ma quasi), La maschera del demonio (1960) di Mario Bava, La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero, L’esorcista (1973) di William Friedkin, Suspiria (1977) di Dario ArgentoShining (1980) di Stanley Kubrick sono solo alcune delle vette raggiunte dall’horror nel corso della storia del cinema. Ebbene, nell’horror contemporaneo, cioè quello a cui assistiamo oggi, non sembra esserci nulla della sensibilità artistica di questi film.

Tutti i film sopracitati hanno in comune il continuo assalto ai nervi dello spettatore, ponendolo in un’atmosfera angosciosa che pare non lasciare scampo. Si badi, inoltre, che nessuno di questi film (salvo qualche caso sporadico) presenta i cosiddetti jump scares, ovvero i salti dalla poltrona tanto in voga oggi. Cos’è cambiato dunque?

La risposta a questa domanda è una: The Blair Witch Project (1999). Questo film, il primo ad avvalersi della tecnica del found footage (poi abusatissima), ha rappresentato una cesura nel modo di concepire i film dell’orrore puntando sullo spavento fine a se stesso piuttosto che su una forma quantomeno raffinata e/o ricercata. Da lì in poi, c’è stato un enorme prosieguo di film-copie che non fanno altro che ricalcare gli stessi temi (maledizioni, possessioni, ecc.) usando sempre le medesime tecniche narrative.

Eppure, tra gli anni Settanta e Ottanta, le idee pullulavano ancora, basti pensare ad Halloween – La notte delle streghe (1978) di John Carpenter o a Nightmare – Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven: due esempi di idee originali che, purtroppo (ma questo è il rovescio della medaglia) hanno dato vita a una serie non all’altezza dei capostipiti rovinando quanto di buono era stato fatto originariamente: la scena iniziale di Halloween di Carpenter, risolta con un magistrale piano-sequenza, è inarrivabile.

Oggi, infatti, contano i serial, i franchise (quanti Saw sono stati prodotti? Eppure la storia è sempre la medesima…e lo stesso discorso vale per tutti i Paranormal Activity) perché i soldi sono pochi e si tende a utilizzare allo sfinimento le stesse (scarse) idee.

Qualche caso, nell’enorme abisso dell’horror usa-e-getta, si salva come Oculus – Il riflesso del male (2013) di Mike FlanaganThe Babadook (2014) di Jennifer Kent o It Follows (2014) di David Robert Mitchell che almeno tentano di uscire dai consueti canoni per cercare una forma originale e meno banale e parlare di qualcosa che vada oltre i meri spaventi.

Non si vuole dire che l’horror di una volta fosse migliore di quello di oggi, ma l’horror, ricordiamolo, non è fatto solo di spaventi improvvisi: è fatto anche di atmosfere, di ombre, di nervi tesi, di sfinimento psicologico che lo spettatore deve provare per tornare a casa dal cinema con la paura in corpo. Lo sbalzo in colonna sonora non può essere la regola d’oro per fare horror: troppo facile e troppo riduttivo.

Nel cinema horror di oggi, dunque, si può ancora parlare di paura?