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[Le Monografie] Crudo e mangiato, guida al genere Cannibal Movies

Parlare oggi di cinema di genere in Italia è molto difficile. I produttori preferiscono generalmente investire nei “porti sicuri” rappresentati dalle commedie e dal dramma sociale o puntare sul nome del regista/attore di turno, sperando che questi riesca ad attirare in sala il maggior numero di spettatori.

Al di là dei discorsi che si potrebbero fare sul quanto siano “realmente sicuri” questi porti rispetto ad altri, pare che qualcosa sia stia muovendo nel panorama cinematografico del bel paese (Vedasi i recenti “Lo chiamavano Jeeg Robot”, i due “Smetto quando voglio” o ancora “Mine”, ma ne potremmo citare anche altri). Seppure, quindi, alcuni registi sembra stiano costruendo nuovi percorsi per il cinema italiano, siamo ancora lontani dai fasti degli anni ’70 e ’80. Ebbene si, perché durante quegli anni in Italia era presente una folta schiera di registi, ma anche di coraggiosi produttori (Franco Palaggi, per citarne uno), e più in generale di artisti e tecnici, che hanno portato sullo schermo opere che hanno fatto scuola in tutto il mondo. Pensiamo ad esempio ai maestri del brivido Lucio Fulci e Dario Argento, i cui film hanno avuto un innumerevole numero di estimatori e di imitazioni. In questo panorama così variegato prese piede, tra gli anni ’70 e ’80 un filone del genere horror che regalerà un gran numero di interessanti pellicole, quello dei Cannibal Movies.

I Cannibal Movies sono film, generalmente ambientati in territori esotici e selvaggi, che hanno come fulcro l’incontro tra uomini appartenenti alla nostra civiltà e individui di selvagge tribù, spesso caratterizzate da abitudini cannibalesche. Ovviamente ogni film ha delle caratteristiche uniche e individuali ma in linea generale possiamo dire che diverse pellicole assumono connotazioni erotiche, splatter e avventurose.

Le origini di questo filone si possono far risalire al decennio precedente, quando iniziarono a proliferare i jungle movies, anche detti sexy-giungleschi, ossia dei film d’avventura, ambientati in luoghi esotici, aventi per protagoniste delle avvenenti e selvagge donne, che spesso finivano per infatuarsi dell’avventuriero di turno. Ovviamente questo filone meriterebbe un approfondimento a sé stante ma è opportuno comunque citare alcuni titoli interessanti: “Samoa regina della giungla” e “Tarzana sesso selvaggio” di Guido Malatesta, oltre che “Gungala la pantera nuda”, diretto nel 1968 da quel Ruggero Deodato che avrebbe poi realizzato il film-manifesto dei Cannibalmovies, ossia “CannibalHolocaust”.

La prima pellicola appartenente al filone cannibalico, per quanto scavando indietro nel tempo sia possibile attribuire anche altre produzioni al genere, è considerata convenzionalmente “Il paese del sesso selvaggio” di Umberto Lenzi. La storia narrata è quella di un uomo che, per fuggire dalla polizia, si rifugia in una giungla, dove cadrà tra le grinfie di una tribù indigena. Nell’opera, seppur in dosi minori rispetto alle pellicole che seguiranno, sono presenti tutte le caratteristiche tipiche del genere, dal sesso all’avventura, dall’ambientazione esotica al cannibalismo.

L’opera di Lenzi ebbe un buon successo, il che portò la produzione a proporre al regista la realizzazione di un altro film sulla stessa scia, ma non se ne fece nulla. A dirigere un nuovo film sul tema fu invece Ruggero Deodato. In “Ultimo mondo cannibale”, del 1977, i due attori protagonisti sono gli stessi del film di Lenzi, Ivan Rassimov, presenza ricorrente nelle filmografie di entrambi i registi, e Me MeLay.

Rispetto al suo predecessore, questo film rincara le dosi di violenza e indica in maniera definita quella che sarà la strada che percorrerà il filone. Dello stesso anno è “Emanuelle e gli ultimi cannibali”, diretto da Joe D’Amato, nome d’arte di Aristide Massaccesi, uno dei più prolifici e poliedrici registi di sempre, in grado di spaziare dall’horror alla commedia, dal porno al western.

Uscito alcuni mesi dopo il successo del film di Deodato, “Emanuelle e gli ultimi cannibali”, pur appartenendo alla serie filmica dedicata a Emanuelle nera, si inserisce a pieno titolo anche nel filone cannibalico. Nel 1978 è la volta di Sergio Martino che dirige ne “La montagna del Dio Cannibale” la bond girl Ursula Andress. È importante specificare che quasi tutte le pellicole appartenenti al filone cannibalico sono connotate da un forte erotismo, talvolta velato, talvolta vicino addirittura alla pornografia, che rappresentava per l’epoca una forte attrattiva per il pubblico di sesso maschile.

Il 1979 è l’anno della svolta, Ruggero Deodato dirige il film più famoso del filone, destinato a fare scuola in tutto il mondo: “CannibalHolocaust”. Citato da diverse fonti come uno dei film più violenti e controversi della storia del cinema, è in realtà un duro apologo sull’umanità, che capovolge i ruoli delle vittime e dei carnefici in cui i veri malvagi sono i presunti civili (Da apologia, in quest’ottica, la sequenza che vede Alan Yates di fronte alla donna impalata). Un cast eccellente, tra cui figura anche un giovane Luca Barbareschi, un reparto tecnico d’eccellenza e una sfilza di invenzioni registiche rendono, secondo il parere di chi scrive, “CannibalHolocaust” uno dei migliori film italiani di sempre.

Il film, censurato in tantissimi paesi del mondo, ha avuto un percorso travagliato che ha contribuito a farne una pellicola di culto tra gli appassionati del cinema di genere. Al di là delle controversie che hanno impattato su produzione e distribuzione, l’opera, attualissima forse oggi più che mai, è contenutisticamente una profonda analisi della società contemporanea e trova una delle sue chiavi di lettura più affascinanti come critica ai mass media. Si tratta, inoltre, di uno dei primi film ad usare l’escamotage del “video ritrovato”, che troverà poi ampio uso nel panorama dell’horror contemporaneo, e ad utilizzare quindi la tecnica del mockumentary. Nella fattispecie i protagonisti erano intenti a girare un “Mondo Movie”, ossia un documentario sensazionalistico, ed in questa direzione ci ricolleghiamo all’aspetto contenutistico della critica ai mass media. Impossibile, infine, non citare la magnifica colonna sonora del maestro Riz Ortolani.

Il successo di “CannibalHolocaust” portò diversi registi a cimentarsi nel genere. Le opere successive sono frutto della contaminazione tra gli elementi cardine dei precedenti Cannibal Movies e diversi generi cinematografici. “Zombi Holocaust” di Girolami, ad esempio, fonde aspetti del cinema cannibalico a quelli dei film sugli Zombie. “Mangiati Vivi!” e “Antropophagus”, invece, vedono il ritorno al genere rispettivamente di Lenzi e D’Amato.

Nel 1981 esce “CannibalFerox”, terza escursione di Lenzi nel filone cannibalico e forse, dopo “CannibalHolocaust” il più noto film del suddetto genere. L’opera, pur cercando di emulare gli aspetti che avevano decretato il successo del film di Deodato, trova una sua specifica connotazione nel genere toccando lo Zenit del cinema estremo in diverse scene da antologia indimenticabili per gli amanti del gore e dello splatter.

Con il capolavoro di Deodato il genere sembra aver raggiunto il suo apice e le pellicole della seconda parte degli anni ’80 che appartengono al filone, seppur riuscite e godibili, non riescono a toccare le vette raggiunte in precedenza. “Schiave bianche – Violenza in Amazzonia” e “Nudo e selvaggio” sono, ad ogni modo, pellicole che un fan del genere non può non annoverare tra le sue visioni.

Natura Contro” di Antonio Climati, databile 1988, è considerato da molti l’ultimo film appartenente di fatto al filone cannibalico. Se, infatti, è vero che ci sono diverse opere successive che affrontano la tematica, il film di Climati, è l’ultimo che si pone in continuità, stilistica e storico-culturale, con i Cannibal Movies sopracitati.

È doveroso citare anche “Inferno in diretta”, del 1985, diretto ancora da Deodato, che, pur mettendo in primo piano l’aspetto dell’azione e dell’avventura e tagliando fuori dalla storia i cannibali, viene generalmente considerato l’ultimo capitolo della Trilogia dei Cannibali del regista, chiudendo così il cerchio iniziato con “Ultimo mondo Cannibale” e continuato con “CannibalHolocaust”.

Diversi sono i film che hanno affrontato il tema del cannibalismo ma che per ragioni stilistiche e di ambientazione non sono attribuibili al filone, di numero inferiori quelli invece riconducibili ai Cannibal Movies, ma che sono passati piuttosto inosservati. Possiamo comunque citare i due direct-to-video del 2003 di Bruno MatteiNella terra dei cannibali” e “Mondo cannibale” che riportano lo spettatore alle atmosfere più classiche dei film del genere.

Il ritorno mainstreamdel genere è avvenuto con “The green Inferno” di Eli Roth. Il regista americano, che ha sempre citato i film di Deodato tra le sue fonti di ispirazione, ha scelto così di omaggiare il genere portando lo spettatore in una lussureggiante foresta dove una tribù di indigeni sarà protagonista di brutalità di ogni genere. Il film, che a parere di chi scrive non è comunque tra i migliori risultati del regista dello splendido “Knock Knock”, ha alcune buone trovate splatter e ha il suo punto di forza nella bella fotografia di Antonio Quercia.

Come risulta evidente, quello dei Cannibal Movies è un filone molto discusso e ricco di controversie, legate in passato soprattutto alle diverse accuse relative alla presunta presenza di scene snuff, ma indubbiamente dotato di un fascino misterioso, forse legato alla curiosità dell’uomo occidentale verso popolazioni di culture diverse, e che ha lasciato un’impronta importante nel cinema di spavento contemporaneo.

Meglio riposare nel corpo caldo di un amico che sotto la fredda terra”.

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