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La Recensione di Ore 15:17 – Attacco al Treno, il film di Clint Eastwood

Abbiamo visto Ore 15:17 – Attacco al Treno, il nuovo drammatico film diretto dal premio Oscar Clint Eastwood, in uscita nelle sale lo scorso 8 febbraio 2018. Questa è la nostra recensione.

Alla base del nuovo film del prolifico regista americano c’è una storia vera. Il 21 Agosto 2015 su un treno diretto a Parigi sale un uomo intenzionato a compiere un attentato terroristico. Armato di un fucile d’assalto l’attentatore, dopo aver scatenato il panico, viene fermato da un cittadino inglese e da tre amici americani, di cui due militari in licenza, e proprio sulla vita di questi ultimi si concentra lo sviluppo dl film.

Alla veneranda età di 87 anni Clint Eastwood si cimenta nuovamente, dopo il precedente Sully, nel racconto di un gesto eroico compiuto da persone normali. Normali non perché non si tratti, secondo il regista, di veri eroi ma perché l’ultimo film di Eastwood sembra porre l’accento sul fatto che gli unici veri eroi non sono altro che persone con un trascorso ordinario, che però hanno avuto la prontezza di compiere una scelta giusta e importante in un momento critico. Così come il Chesley Sullenberg di “Sully”, infatti, anche i tre ragazzi di “Ore 15:17 – Attacco al treno” vengono presentati, ancor prima che come eroi, come uomini fatti di insicurezze, di paure e di sconfitte. Eastwood sceglie di far “interpretare” il ruolo dei protagonisti a coloro che hanno realmente vissuto le vicende raccontate: i veri Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos.

La scelta potrebbe magari far storcere il naso a qualcuno ma non è, secondo il parere di chi scrive, il punto debole del film. Questo risulta individuabile, invece, nell’interminabile racconto del viaggio in Europa dei futuri eroi. Le sequenze girate in Italia sembrano trovare più senso come cartoline di promozione del territorio che come elementi diegetici e si fatica, di conseguenza, a trovare un’impronta stilistica degna di nota.

Se la prima parte del film, quella che racconta la vita scolastica, il rapporto familiare e d’amicizia dei protagonisti, pur non spiccando in termini qualitativi, sembra percorrere una strada ben definita sia dal punto di vista della scrittura che di quello registico, la seconda invece sembra perdersi in una miriade di strade diverse, senza però andare fino in fondo per nessuna di queste. Per quanto riguarda i dialoghi e i bizzarri episodi in cui incorrono i protagonisti, la scelta potrebbe essere stata quella di seguire, per quanto possibile, una ricostruzione realistica e attendibile, altrimenti non si spiegherebbero determinate scelte; quello che sorprende di più però è la totale assenza di suspense e pathos. Certo, anche qui potrebbe trattarsi di una scelta registica, nonostante risulti anomalo in relazione alla filmografia di Clint, dettata dalla volontà di cavalcare diversi generi e di raccontare l’eroismo nella maniera più vicina alla realtà, ossia senza epicità, eppure l’esiguo minutaggio dedicato all’episodio da cui prende nome il film, il cui titolo quindi risulta quasi fuorviante, e la sua messa in scena in questi termini non riesce a creare empatia con la pellicola e l’effetto è quello di un distacco eccessivo tra spettatore e narrazione.

Alcuni momenti buoni ci sono, il dialogo tra i protagonisti e la guida tedesca è una chicca, e la scelta di saltare da un tono all’altro, più che da un genere all’altro, è coraggiosa e ammirevole ma è, purtroppo, troppo poco.

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