La Recensione della quarta stagione di Black Mirror

Abbiamo visto la quarta stagione di Black Mirror, la serie antologica, i cui nuovi sei episodi sono disponibili su Netflix dallo scorso 29 dicembre. Questa è la nostra recensione dell’intera stagione.

Ideata da Charlie Brooker, la serie Black Mirror parte da un presupposto semplice e inquietante: raccontare i rischi che potrebbero scaturire in un futuro, ora prossimo e ora remoto, da un utilizzo errato delle nuove tecnologie. Il titolo, infatti, si riferisce allo schermo nero tipico degli smartphone, dei tablet, dei PC o dei televisori.

Le prime tre serie ci avevano offerto diversi punti di vista sui possibili scenari derivanti da problemi causati dallo sviluppo tecnologico e la quarte serie, ovviamente, muove dalle stesse premesse. Come per le precedenti stagioni risulta difficile esprimere un giudizio unitario a causa della natura antologica e quindi a sé stante (i personaggi, le ambientazioni e le storie differiscono in ogni episodio) delle singole puntate eppure, come già per le stagioni precedenti, è possibile individuare un filo conduttore non solo tematico, ma anche stilistico che lega i frammenti della serie. Probabilmente ciò è dovuto alla costante presenza della penna di Brooker, accreditato infatti nella totalità degli episodi come sceneggiatore, ma anche ad alcuni aspetti tecnici legati all’uso del montaggio e alla fotografia.

Bando alle ciance, ecco dunque, in rigoroso ordine cronologico, il nostro parere sui 6 episodi della quarta stagione di Black Mirror:

  • USS Callister

Diretto da Toby Haynes, questo lungo (76 minuti) primo episodio della nuova serie si sviluppa tra mondo reale e virtuale in quello che è un esplicito omaggio a “Star Trek”. Pur con qualche sbavatura il prodotto riesce ad intrattenere ma risulta difficile trovare un vero mordente per coloro che non sono legati al franchise sopracitato. In sostanza l’episodio risulta troppo legato al destinatario dell’omaggio che vuole rendere ed è difficile trovare qualcosa al di fuori di questo aspetto.  Voto 2.5 su 5

  • Arkangel

La regia, stavolta, è della plurivincitrice di Oscar (come attrice) Jodie Foster. Il tema è complesso e interessante: come si evolveranno i sistemi di Parental Control? Il loro uso smodato potrebbe avere un effetto opposto a quello desiderato? L’argomento potrebbe alimentare un’intera serie TV o un film quindi il problema evidente è quello di riuscire a sintetizzare idee e opinioni in circa 50 minuti. La scelta degli sceneggiatori e della regista è quella di non approfondire le tantissime sfumature che derivano dall’argomento ma di dirigersi verso il racconto di una storia, di una delle possibili conseguenze dell’evoluzione dei Filtri Famiglia. Se assistiamo quindi ad una prima parte ricca di suggestioni e inquietudini, la seconda scivola, attraverso qualche forzatura, in un prevedibile finale. Bello e imperfetto. Voto 3 su 5

  • Crocodile

John Hillcoat sa il fatto suo e lo dimostra con questo piccolo e, per certi versi, perfetto esercizio di stile. Non una sbavatura, non una ridondanza nella messa in scena della progressiva discesa all’inferno di Mia Nolan, architetto di successo che porta però dentro di se un terribile segreto.
Piccola ma non indifferente nota: qui la tecnologia ha un risvolto negativo per la protagonista e per certi versi è il motore delle sue terribili azioni, ma non assume di per se, un’accezione negativa, anzi aiuta a sciogliere il nodo. Più valido come esempio di narrativa d’intrattenimento che come prodotto che stimola la riflessione e per questo, per certi versi, atipico per i parametri a cui ci ha abituati “Black Mirror”. Voto 3.5 su 5

  • Hang the DJ

Ogni stagione di “Black Mirror” ha un episodio romance e quello di questa è proprio “Hang the DJ”. Diretto dal veterano delle serie TV Tim Van Patten, tra gli altri regista di diversi episodi di “Game of Thrones” e di “The Wire”, questo film della durata di circa 51 minuti si pone in continuità, non narrativa, ma tematica e stilistica con quello che forse è l’episodio più amato tra tutti quelli della serie, ossia “San Junipero”. Non solo, come in quello, c’è un esplicito richiamo ad una canzone degli anni ’80, ma dal punto di vista della scrittura e dell’uso delle musiche, nonché di alcuni sviluppi narrativi, risulta evidente il tentativo di ripetere i fasti di “San Junipero” e di generare un altro oggetto di culto. Missione non facile ma, a parere di chi scrive, riuscita. Le immagini si susseguono con naturalezza e in perfetta sincronia con la scrittura. Alcune inquadrature risultano di una delicatezza davvero sorprendente e il perfetto connubio con le musiche riesce a dar vita ad un prodotto davvero potente dal punto di vista emozionale. I due attori principali sono in parte ed è, infatti, da tenere d’occhio Georgina Campbell, attrice britannica che ha il viso e l’intensità giusta.  “Hang the DJ” non è un diamante, è un piccolo ed elegante smeraldo da non perdere, per emozionarsi e per riflettere. Voto 4.5 su 5

  • Metalhead

Diretto da David Slade questo episodio ha il suo punto di forza nella magnifica fotografia B/N ma risulta difficile trovarne altri. Ambientato in un futuro post-apocalittico dominato da Robot chiamati “Cani” questo episodio risulta essenzialmente un action movie privo di quel sottotesto riflessivo che caratterizza ogni episodio della serie. Non intrattiene neanche malaccio ma viene da chiedersi se sia altro oltre ad un esercizio di stile. Voto 2 su 5

  • Black Museum

Un’antologia nell’antologia. L’ultimo capitolo ci parla di tre episodi legati dal filo conduttore dato da un uomo che, all’interno del suo bizzarro museo, racconta ad una ragazza le storie che si nascondono dietro a dei misteriosi oggetti. L’idea non è nuova e richiama lo special di Natale realizzato tra la seconda e la terza stagione ma ovviamente le connotazioni assunte sono molto diverse. È evidente che i tre racconti non avrebbero la forza per reggere il peso di un intero episodio ma risultano, attraverso l’escamotage delle scatole cinesi, abbastanza ben amalgamati. Il primo racconto ha delle forti connotazioni orrorifiche e sembra uscito da un nuovo capitolo di “Creepshow” o partorito dalla mente di David Cronenberg, ad ogni modo riesce ad essere weird più che inquietante. Il secondo soffre purtroppo della forte mancanza di verosimiglianza di fondo che ne pregiudica il risultato finale mentre il terzo risulta a metà strada tra gli altri due. Siamo di fronte, forse, all’episodio con le connotazioni Horror più marcate dell’intera serie ma la compenetrazione di generi non risulta sempre efficace. Gradevole e anche avvincente ma è necessario lasciare a casa un bel po’ di logica per poterlo seguire senza porsi troppe domande. Voto 3 su 5

Nel complesso possiamo dire che questa quarta stagione di Black Mirror si pone in netta continuità con le precedenti sia dal punto di vista tematico che qualitativo, facendo emergere episodi veramente magnifici ed altri dimenticabili. Quello che è certo è che la serie non ha perso quel mordente e che l’argomentazione centrale ha ancora possibilità di essere esplorata. Non ci resta che augurarci di vedere presto una quinta stagione.

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