Per la rubrica Il Cinema Invisibile, oggi ci occupiamo di The Tribe (Plemya), diretto nel 2014 da Myroslav Slaboshpytskiy e interpretato da Grigoriy Fesenko, Yana Novikova, Alexander Osadchiy, Rosa Babiy e Alexander Panivan. Il film è completamente recitato nella lingua dei segni ucraina senza l’ausilio di sottotitoli o di voce off e ha vinto il premio come miglior lungometraggio al Milano Film Festival 2014 mentre a Cannes ha vinto il Gran Premio della Semaine de la Critique.

In un collegio per ragazzi sordomuti arriva Sergei il quale, ben presto, si accorge che i ragazzi presenti all’interno dell’istituto reggono un sistema fatto di prostituzione, furti e violenza a cui prende parte anche Anna il cui desiderio è quello di fuggire all’estero e decisa a fare qualsiasi cosa per riuscire a ottenere il passaporto. Sergei s’innamora della ragazza, ma questo scatenerà un crescendo di problematiche che sfoceranno in un’esplosione di violenza.

La visione di The Tribe non è una visione qualunque. La scelta del regista di far recitare i ragazzi, autentici sordomuti, esclusivamente nella lingua dei segni senza aiutare lo spettatore con sottotitoli o voce narrante poteva ritorcerglisi contro. Ma, a mano a mano che il film procede, ci si accorge che le espressioni dei ragazzi, nella loro disperata necessità di esprimersi, sono perfettamente leggibili e interpretabili senza difficoltà. Perché The Tribe, sebbene sia un film muto, è un film gridato: i ragazzi si esprimono con la lingua dei segni in modo esasperato, violento, mentre i suoni e i rumori di fondo costituiscono un tessuto sonoro urbanistico che ci fa immergere in questo mondo silenzioso ma al contempo pervaso da un continuo sottofondo che espande il silenzio dei ragazzi in un nuovo linguaggio.

Anche lo stile adottato dal regista si adegua a questo micromondo costituito dall’istituto e dal sistema criminale messo in piedi dai ragazzi: ogni scena, che inizia quasi sempre con una carrellata laterale, è risolta mediante un piano-sequenza con macchina da presa fissa posta a debita distanza dal fulcro dell’azione, lasciando così liberi i personaggi di muoversi e (inter)agire liberamente senza vincoli e senza cadere nel voyeurismo. La ricerca di questo realismo diventa assoluto riprendendo scene di sesso, spesso consumato sul pavimento, in tutta la loro cruda realtà, ma raggiungendo il culmine (e lo shock) nella scena dell’aborto, quasi insopportabile nella sua crudezza senza peraltro mostrare alcun dettaglio scabroso, oppure la scena finale, di una violenza così disperata e al contempo così trattenuta da risultare ancora più shockante di quanto non sia; perché come noi non possiamo sentire le parole (perché di parole non ce ne sono), così non possiamo vedere tutto. Ed è lo stile (fermo, secco, preciso) a raggelare la violenza (urlata, concitata, assoluta).

The Tribe è un film che può allontanare e generare rifiuto per la sua non facile fruizione, ma una volta entrati nel mondo che ci viene presentato dal regista veniamo assorbiti da questi ragazzi, violenti e talvolta crudeli, ma nel profondo disperati, come violento, crudele e disperato è il contesto in cui si muovono. Un film, The Tribe, che costituisce un corto circuito tra ciò che viene mostrato e ciò che viene detto, perché in questo caso il non detto risulta essere più importante di ciò che viene mostrato; il tutto concorrendo a una visione che non ha precedenti nella storia del cinema.

Di seguito potete vedere il trailer del film.