Cannes 69 – La disamina dei vincitori e dei vinti

E così, anche l’edizione numero 69 del Festival di Cannes si è conclusa. In questa sede cercheremo di fare una disamina sui vincitori e sui vinti tenendo in considerazione i pareri espressi dalla critica web e quella che era presente sulla croisette. Dunque, iniziamo dalla fine.

Dieci anni esatti sono passati tra una Palma d’Oro e l’altra. Nel 2006, infatti, Ken Loach aveva trionfato a Cannes con Il vento che accarezza l’erbafilm ambientato in Irlanda durante la guerra d’indipendenza e la conseguente guerra civile. Ora, il regista inglese è tornato a vincere la Palma d’Oro con I, Daniel Blake, film che riconferma, nel caso ce ne fosse bisogno, l’anima sociale e l’impegno politico che da sempre hanno caratterizzato il cinema di Loach.

La storia di un uomo anziano che si trova a dover fronteggiare una burocrazia che non lascia scampo e una tecnologia troppo distante da lui deve aver fatto breccia nel cuore dei giurati presieduti da George Miller (del quale, personalmente, nutro ancora qualche riserva, ma tant’è). Il giudizio non è stato unanime, come ha ribadito la nostra Valeria Golino, anch’essa in giuria, e sicuramente il film non ha convinto tutti, ma la vittoria di questo film può essere interpretata come un segnale per cui il cinema vuole farsi carico dei problemi sociali della società contemporanea.

Se un regista, all’età di 27 anni, ha già vinto un Premio della Giuria nel 2014 per Mommy e ora un Grand Prix, parlare di enfant prodige risulta ormai fuori luogo. Xavier Dolan, che a Cannes ha portato il suo Juste la fin du monde, ha spaccato la critica in due ma il suo cinema, piaccia o no, non può passare inosservato. Le sue storie sono dolenti, emozionalmente forti ma con il pathos sempre sotto controllo e così, anche la storia di uno scrittore che dopo dodici anni torna a casa dalla sua famiglia per dire a tutti che sta per morire ha fatto centro.

Non c’è Cannes senza un ex aequo. Il premio per il miglior regista è andato sia a Cristian Mungiu per Baccalaureat sia all’amato/odiato Olivier Assayas per Personal Shopper; due film diversi per due stili di regia completamente diversi. Sarà l’emblema della politica democratica di Cannes?

Il Premio della Giuria è andato a American Honey di Andrea Arnold, pure questo un film che non ha convinto appieno la critica. Potremmo concludere affermando che la giuria viaggia su un sentiero a sé, senza preoccuparsi di convincere tutti (il che sarebbe impossibile).

E i vinti? La delusione è quasi tutta per l’apprezzato Toni Erdmann di Maren Ade, da molti (quasi tutti) dato come favorito per la Palma d’Oro per la sua originalità, ma che si è dovuto accontentare del premio FIPRESCI.

A bocca asciutta anche Sonia Braga che molti davano già come vincitrice del premio come miglior attrice per il film Aquarius, andato invece a Jaclyn Rose per Ma’ Rosa di Brillante Mendoza.

Il vero “vinto”, quindi, sembra essere proprio George Miller e la sua giuria la cui colpa è stata principalmente quella di non aver avuto il coraggio di premiare quei film che uscissero fuori dagli schemi preferendo invece un cinema tradizionale. Il regista del funambolico Mad Max: Fury Road ha premiato il cinema politico (e di sinistra) di Ken Loach, come a voler dire che la sua visione di cinema non è fatta solo di esplosioni e scene d’azione. Era necessario? Complimenti a Loach, più non dimandare.

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