Quando si parla di remake cinematografici, spesso si pensa ad un film di qualche decennio prima rifatto con nuovi attori, nuove tecnologie e nuovi stili in linea con la società del momento. Questo lo si deve o alla necessità di raccontare nuovamente una bella storia ma in chiave moderna o alla speranza di riempire le casse dei produttori sfruttando un successo di qualche generazione precedente.

Ci sono casi che funzionano e che riescono perfino meglio dell’originale, come l’eccellente La Cosa (The Thing, di John Carpenter, 1982) remake de La Cosa da un altro mondo (The Thing from Another World, di Christian Nyby e Howard Hawks, 1951), e altri di cui ci si chiede ancora il perché, come lo Psycho di Gus van Sant del 1998 remake-clone (non riuscito) dello Psyco (Psycho) di Alfred Hitchcock del 1960. Ma da sempre esistono i remake non tanto legati alla distanza nel tempo quanto allo spazio geografico e linguistico, ovvero i rifacimenti all’estero di film famosi in un determinato paese. Perché se è vero che una buona percentuale del successo di un film la si deve alla storia, è anche vero che il restante va agli attori.

Ecco quindi che la stessa storia, con modifiche più o meno importanti a seconda delle necessità locali e culturali, viene raccontata con uno stile più adatto al paese in questione, nella lingua del posto e con attori le cui facce attirano gli spettatori al cinema. Siccome, poi, il 90% di questi remake riguardano produzioni europee o asiatiche riadattate per il mercato nordamericano, succede che il remake made in USA rientri nel paese d’origine come film hollywoodiano, offrendo agli spettatori lo stesso film a distanza di pochi anni ma con attori diversi, e spesso con simili risultati di critica e botteghino.

Alcuni esempi: tutto il filone horror asiatico rifatto negli Stati Uniti e rivenduto al mondo intero, uno su tutti The Ring (Gore Verbinski, 2002), remake di Ringu (Hideo Nakata, 1998); The next three days (Paul Haggis, 2010), remake dell’ottimo francese Pour elle (Fred Cavayé, 2008) dove Russell Crowe prende il posto di Vincent Lindon; Millennium – Uomini che odiano le donne (The Girl with the Dragon Tattoo, di David Fincher, 2011), remake dello svedese Uomini che odiano le donne (Män som hatar kvinnor, di Niels Arden Oplev, 2009); Blood Story (titolo usato in Italia per Let me in, di Matt Reeves, 2010), anche qui remake dello svedese Lasciami entrare (Låt den rätte komma in, di Tomas Alfredson, 2008); Vanilla Sky (Cameron Crowe, 2001), remake dello spagnolo Apri gli occhi (Abre los ojos, di Alejandro Amenábar, 1997), dove Tom Cruise prende il posto di Eduardo Noriega; e arriviamo a casa nostra, con Scent of woman – Profumo di donna (Scent of woman, di Martin Brest, 1992), remake di Profumo di donna (Dino Risi, 1974) qui è Al Pacino a prendere il posto di Vittorio Gassman; ed ancora The last kiss (Tony Goldwyn, 2006), remake de L’ultimo bacio (Gabriele Muccino, 2001) e Stanno tutti bene – Everybody’s fine (Kirk Jones, 2009), remake di Stanno tutti bene (Giuseppe Tornatore, 1990). Ci sono poi rari casi in cui un paese europeo prova a rifare un film di successo americano; è il caso di È già ieri (Giulio Manfredonia, 2004), remake italiano dell’americano Ricomincio da capo (Groundhog Day, di Harold Ramis, 1993) in cui a scambiarsi i ruoli sono Antonio Albanese e Bill Murray. Esperimento abbastanza riuscito.

Ma da qualche anno sta prendendo forza il mercato cinematografico europeo, dove alcuni film nascono quasi come format e vengono venduti ad altri paesi europei ancora prima di uscire al cinema.

Forse uno dei casi più celebri è Benvenuti al Sud (Luca Miniero, 2010), remake del successo francese Giù al Nord (Bienvenue chez les Ch’tis, di Dany Boon, 2008). Ed è di questi giorni la notizia che Perfetti Sconosciuti, il successo tutto italiano del 2016 di Paolo Genovese, è stato venduto (si dice) ad una quarantina di paesi ed è quindi probabile che usciranno numerosi remake che noi, probabilmente, non vedremo mai. Ma forse uno verrà re-importato in Italia ed è anche il primo che, ufficialmente, si inizierà a girare il prossimo Ottobre a Madrid. Sarà infatti il regista basco Alex de la Iglesia a trasformare Perfetti Sconosciuti in Perfectos Desconocidos (titolo ancora provvisorio).

La trama dovrebbe restare praticamente uguale all’originale, con dialoghi e battute adattate al mercato spagnolo. Il cast (ancora da confermare ma ormai quasi certo) vede nomi del calibro di Belén Rueda (già vista in The Orphanage, di Juan Antonio Bayona, 2007 e Mare Dentro, di Alejandro Amenábar, 2004), Eduardo Noriega (già citato sopra in Apri gli occhi, ma visto anche antagonista di Arnold Schwarzenegger in The last stand – L’ultima sfida, di Jee-woon Kim, 2013) e nomi forse meno noti da noi ma celebri in Spagna come Eduard Fernández ed Ernesto Alterio. Producono Telecinco España e Pokeepsie Films (casa di produzione dello stesso Alex de la Iglesia e della sua compagna, nonché attrice feticcio del regista, Carolina Bang).

L’uscita in Spagna è prevista per il 2017 in data ancora da definirsi.

2 thoughts on “La storia dei remake cinematografici – Ecco alcuni esperimenti riusciti … ed altri no!

  1. “Ma da qualche anno sta prendendo forza il mercato cinematografico europeo, dove alcuni film nascono quasi come format e vengono venduti ad altri paesi europei ancora prima di uscire al cinema.”

    Mamma mia! Ste robe lasciamole alla televisione! XD

    1. Da Daniele Defranceschi, autore del post:

      È vero. Purtroppo (o meno male, a seconda dei casi) viviamo in un momento di transizione verso l’ibridazione dei media, dove Cinema, TV, Videogiochi etc saranno tutti fusi insieme in prodotti audiovisivi a 360 gradi. A questo si aggiunga la “paura” (per qualcuno invece pigrizia e per altri semplicemente carestia di talenti creativi) della Hollywood degli ultimi anni in cui, salvo rare eccezioni, nessuno osa più veramente, ma tutti giocano sul sicuro, sugli incassi quasi assicurati, sui grossi blockbuster per adolescenti (vedi tutti i supereroi), sui remake o su temi triti e ritriti ma sempre galline d’oro (disaster movie, squali, found footage, horror etc). Ecco, penso che in mezzo a questa nebbia di incertezza e confusione made in USA, l’Europa, sempre indietro tecnologicamente rispetto agli USA (dove le SmartTv interattive ormai si trovano anche nei campeggi…), stia vivendo un suo momento discretamente creativo, soprattutto grazie a Spagna, Francia e Regno Unito. In Europa, generalizzando, grazie a budget e mezzi notoriamente ridotti rispetto agli USA, si punta ancora alla storia e, dove possibile, all’originalità. Senza dimenticare, però, che metà dei format televisivi sono anch’essi europei, soprattutto olandesi…