Romulus serie tv Recensione
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Romulus, recensione della serie tv di Matteo Rovere


La prima stagione di Romulus, acclamata serie storica made in Italy sulle origini di Roma, si è conclusa. Su Sky on demand sono ancora disponibili tutti i 10 episodi di questa creazione del regista e autore Matteo Rovere, salito agli albori della cronaca per Il Primo Re, con Alessandro Borghi. Ecco il nostro commento.

TRAMA – 8° secolo A.C.: una devastante carestia sta affamando i 30 popoli che compongono la Lega Latina, un insieme di città situate nell’odierno Lazio centrale. Dopo aver consultato l’oracolo, Il re di Alba, Numitor è costretto ad andare in esilio lasciando il regno nelle mani dei due nipoti gemelli, Enitos e Yemos. Indignato per tale scelta Amulius, fratello di Numitor, commetterà un omicidio in famiglia e inizierà la sua scalata al potere della Lega Latina.

LA SERIE: dopo l’esperimento egregiamente riuscito con il Primo Re, l’ambizioso regista romano Matteo Rovere ha deciso di lanciarsi sul piccolo schermo, nel tentativo di trasformare la trama di un film in un vero e proprio universo narrativo che possa durare svariate stagioni, svariati anni. Giù il cappello davanti al tentativo di andare a colmare un vuoto quasi totale da parte delle produzioni di tutto il mondo che, sì, spesso hanno avuto come oggetto l’Antica Roma, ma mai in un periodo così arcaico.

Ed il motivo è presto detto: il rischio di inventare di sana pianta e di scadere nella favoletta fantasy stile “Britannia” è altissimo. Si tratta infatti di un’impresa quasi titanica, considerando che stiamo andando a trattare un periodo di ottocento anni precedente alla nascita di Cristo, dove le fonti storiche sono totalmente inesistenti e dove la Storia stessa, che in teoria dovrebbe essere il focus di una serie come questa, si fonde indissolubilmente con il mito e con la supposizione.

Non sappiamo infatti praticamente nulla di quello che è davvero successo nell’VIII secolo lungo il corso del fiume Tevere e per quale motivo, da questi insignificanti villaggi dell’Italia Centrale, emerse la prima grande super potenza mondiale. Le pochissime informazioni note le dobbiamo all’archeologia e, da questo punto di vista, gli scenografi di Romulus hanno fatto davvero un lavoro eccezionale

La ricostruzione dei costumi, degli ambienti, dei paesaggi e degli edifici è incredibilmente meticolosa e trasmette un senso di grande autenticità. Sensazione che aumenta a dismisura se si “switcha” il telecomando su “Lingua Originale“. Cosa che consigliamo vivamente a tutti di provare. Romulus è stato infatti girato totalmente in latino. Non solo: è stato girato in latino arcaico.

Si tratta di uno sforzo mostruoso da parte degli scrittori, che sicuramente hanno dovuto collaborare a stretto contatto con dei filologi per ricostruire una lingua che era, non solo completamente diversa dall’italiano, ma anche dal latino che si parlava in epoche successive, come quelle di Cicerone e Giulio Cesare.

Se per gli sceneggiatori è stato difficile, per gli attori deve essere stato un vero incubo. Ma i vari Andrea ArgangeliArianna Fontana e Sergio Romano (cast tutto italiano, non a caso) fanno davvero un lavoro eccezionale nel recitare in maniera credibile, trasmettendo moltissima espressività allo spettatore. Ogni interprete sembra infatti calzare perfettamente nel ruolo che gli è stato assegnato.

Questo eccezionale sforzo da parte di una produzione tutta italiana rischia seriamente di essere vanificato, e qui veniamo alle note meno liete, dalla straordinaria lentezza dei primi tre o quattro episodi, dove Romulus è risultato e risulterà indigesto a moltissimi neofiti a causa della trama sostanzialmente immobile e della pesantezza dei dialoghi.

L’elemento magico sacrale, filo conduttore delle prime puntate e oramai elemento di tendenza e di modernità di tutte le ultime serie tv storiche, è troppo presente e troppo pesante. Tra un rito e l’altro ci si accorge che nella trama, in fin dei conti, almeno per i primi 150 minuti, non succede poi moltissimo e la la storia principale è presa alla larghissima. Serve parecchio tempo prima di iniziare a mettere insieme i puntini e molti, vista l’infinità offerta su Netlix, Amazon Prime etc, non hanno avuto e non avranno questa pazienza.

Questa letargia iniziale non è del tutto colpa degli sceneggiatori. E’ proprio la scelta della trama stessa, che affonda le radici in un periodo dove si viveva quasi allo stadio primitivo, a rendere difficile lo sviluppo di una storia avvincente. Non aiuta il “tono” scelto dalla produzione anch’esso, a nostro giudizio, eccessivamente serioso e pesante.

Dall’episodio cinque in poi, la trama inizia a carburare veramente ma veramente bene, per arrivare a momenti di grande televisione nella parte finale, dove la Storia con la S maiuscola inizia veramente ad uscire fuori e gli appassionati cominciano ad intravedere dei collegamenti con quello che hanno studiato sui banchi di scuola.

La prima stagione di Romulus si conclude proprio con quello che tutti stavano aspettando fin dal primo episodio, l’invocazione della creazione di una nuova città, dedicata alla dea Rumia, si chiamerà Roma e, tutto considerato, non vediamo l’ora di sapere cosa accadrà in una eventuale seconda stagione.

Ma prima di chiudere, una menzione d’onore a quello che è senza dubbio l’elemento meglio riuscito di tutta Romulus, fattore ancora più importante quando si tratta di serie storiche: la sigla iniziale, semplicemente un capolavoro. Cantata da Elisa che fa una cover di Shout de Simple Minds e accompagnata da immagini veramente azzeccatissime. Chapeau davanti ad una sigla iniziale ai livelli di quella di Game of Thrones.

Classificazione: 3 su 5.

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