Questa è la recensione di Florence, il nuovo film diretto da Stephen Frears, con un cast composto da Meryl Streep, Hugh Grant, Rebecca Ferguson, Simon Helberg e Nina Arianda.

Nella New York degli anni ’40, che vede i propri figli impegnati nella devastante Seconda Guerra Mondiale, Florence Foster Jenkins (Meryl Streep), grande estimatrice di musica classica e opera, fondatrice del circolo Club Verdi e apprezzata mecenate, diviene senza alcuna cognizione la peggior cantante di tutti i tempi. Nella propria immaginazione, le note che emana sono incantevoli cinguettii, ma nelle orecchie di chi ascolta arrivano stridule urla imbarazzanti.

St. Clair Bayfield (Hugh Grant), marito di Florence, la tiene al sicuro da sberleffi, organizzando concerti tra strettissimi amici fidati e pagando i critici affinché facciano buone recensioni. Lo fa per amore disinteressato, puro e reale e perché una malattia affligge sua moglie e renderla felice è l’unico scopo che ha nella vita. Eppure alla fine tutti amano e acclamano sinceramente Florence, la sua gentilezza, la sua passione e la verità con cui le esprime.

Chiunque entri in contatto con Florence si ingentilisce. Capita anche allo squattrinato ma talentuoso pianista Cosme McMoon (Simon Helberg), ingaggiato da St. Clair per accompagnare Florence durante le proprie esibizioni.

McMoon diventa gli occhi dello spettatore, assiste alla storia insieme a noi e ci fa ridere delle stranezze che lo circondano e in questo modo il film non cade nell’errore di essere il triste racconto di una donna malata che ha un sogno da realizzare, bensì una surreale ed emozionante storia realmente accaduta, raccontata con ironia, rispetto e cura dei dettagli.

Il film si regge soprattutto sui personaggi fortemente caratterizzati dalla penna sapiente di Nicholas Martin che ne fa scoprire storie e manie attraverso i gesti e i luoghi che abitano. Gli ambienti creati da Alan MacDonald sono esaltati e valorizzati dalla fotografia ideata da Danny Cohen, tanto da risultare estremamente correlati e connessi. L’effetto finale è un fedele ritratto dell’epoca che ospita la storia. È interessante il lavoro di Alexandre Desplat il quale ha creato una colonna sonora che non interferisce con la musica già protagonista della storia, ma entra in punta di piedi negli spazi vuoti.

I brani di Florence sono cantati da Meryl Streep che, nota alle cronache per essere una brava cantante, ha dovuto disimparare, seguita appositamente da un vocal coach con l’obiettivo di risultare stonata ma non macchiettistica. Rivelazione del film è Simon Helberg che, oltre a dare una prova attoriale degna dei grandi con cui condivide il set, si rivela un ottimo pianista, suonando realmente tutti i brani, reagendo alle esigenze di scena e improvvisando se necessario; notevole difficoltà se si pensa che ogni brano nel film è stato registrato live, durante la ripresa.

Hugh Grant torna sul grande schermo, ammettendo di essere stato colpito dalla bellezza della storia, della sceneggiatura, dalla bravura del cast ma soprattutto per l’opportunità di essere diretto dal regista Stephen Frears, che non ha mai nascosto di apprezzare. È un Grant che dimostra di essere cresciuto e di saper affrontare ruoli complessi, profondi e particolari, lontani da quelli delle commedie in cui siamo stati abituati a vederlo. È centrale la scelta di Martin di raccontare, della vita di Florence, l’arco di trasformazione che la porta dal sogno alla fama alla cruda realtà.

La gente potrà dire che non sapevo cantare. Ma non che non ho cantato”: in queste ultime parole pronunciate da Florence si nasconde il tema della storia e il segreto della benevolenza di tutti nei confronti di questa donna tenera e sognatrice.

Se ami fare qualcosa, devi farlo.

Il Nostro Verdetto 7

La storia è salda così come la sua messa in scena anche se a tratti la pellicola rallenta, acquisendo le sembianze di un esercizio di stile del cast tecnico e artistico.