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Mortal Kombat: recensione del film diretto dall’esordiente Simon McQuoid

Abbiamo visto Mortal Kombat, la nuova trasposizione cinematografica dell’omonima saga videoludiva creata nel 1992 da Ed Boon e John Tobias. Questa la nostra recensione.

Mortal Kombat, disponibile in esclusiva su Now e Sky a partire dal 30 maggio, è stato diretto dall’esordiente Simon McQuoid su una sceneggiatura firmata da Greg Russo. Nel cast trovano spazio Joe Taslim (Sub-Zero), Ludi Lin (Liu Kang), Mehcad Brooks (Jax), Tadanobu Asano (Raiden), Sisi Stringer (Mileena), Jessica McNamee (Sonia), Josh Lawson (Kano), Lewis Tan (Cole Young), Hiroyuki Sanada (Scorpion), Chin Han (Shang Tsung), e Max Huang (Kung Lao).

Partiamo col dire che questa non è la prima volta che Mortal Kombat si trasforma in un live action, è infatti del 1995 la sua prima trasposizione cinematografica, seguita poi dal meno amato dai fan Mortal Kombat: Distruzione Totale. Il regista Simon McQuoid con il nuovo film ha voluto far rinascere il franchise cinematografico, allontanandosi in qualche modo da quanto fatto nelle pellicole precedenti, pur restando fedele alla tradizione del videogioco originale. Per farlo ha riportato in vita molti dei personaggi più iconici, i costumi, le mosse e, soprattutto, un elemento essenziale che per i fan più affezionati non poteva assolutamente mancare: LE FATALITY!

Mortal Kombat si apre con un impressionante prologo, ambientato nel Giappone del XVII secolo, intriso di pathos, tensione e violenza. Qui un gruppo di assassini, guidati da Bi-Han/Sub-Zero, irrompe nella casa di Hanzo Hasah/Scorpion. L’infame Bi-Han provoca la morte della moglie e del primogenito di Hanzo. Quest’ultimo, dopo aver sconfitto e ucciso tutti gli aggressori, cade anch’egli vittima del malvagio Bi-Han. Questo evento viene narrato per spiegare ai neofiti la rivalità esistente tra due dei personaggi chiave sia del gioco che del film, ossia Scorpion e Sub-Zero.

La sceneggiatura di Greg Russo, basandosi su un videogioco in cui un torneo di arti marziali decide il destino della Terra, risulta chiaramente elementare, ma ciononostante capace di accontentare allo stesso modo fan della saga videoludica e non solo. Ad una prima parte di trama mossa da una serie di sequenze action a tinte forti, il cui ritmo è assolutamente frenetico, si contrappone una seconda più classica, dove la lotta del bene contro il male prende il sopravvento, con le scene di combattimento che prendono vita insieme ad alcuni famosi slogan. Vengono così ricreate in parte le sensazioni che un giocatore vive davanti a una Playstation.

I set australiani sono stati trasformati in gigantesche e oscure grotte, templi strabilianti e immensi deserti che, insieme ai costumi e ai violenti combattimenti corpo a corpo, nonché ad una colonna sonora azzeccata e puntuale, riescono a riformare lo spirito selvaggio che da sempre aleggia nel videogioco. Purtroppo un budget abbastanza contenuto, ammontante a circa 50 milioni di dollari, ha sicuramente influito sulla realizzazione degli effetti speciali che, in alcuni momenti, possono risultare imbarazzanti.

Il cast di Mortal Kombat non brilla certo per le qualità recitative dei propri interpreti. Esce dal piattume generale Hiroyuki Sanada il quale, nel prologo anzidetto, riesce a emozionare empaticamente lo spettatore attraverso una recitazione sentita e densamente drammatica, che affonda le sue radici nella classica teatralità giapponese. Merita una menzione anche Josh Lawson il quale, nei panni del viscido Kano, dona colore e ironia alle scene in cui è presente.

Il risultato finale, nonostante le pecche sottolineate, è assolutamente soddisfacente, difficilmente si sarebbe potuto fare di meglio con il materiale a disposizione… Consigliato!


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