Abbiamo visto “Come cronotani attraverso la clessidra” (Like Chronitons Through the Hourglass), il settimo episodio di Star Trek: Strange New Worlds 4, disponibile su Paramount+ dal 3 settembre scorso. Questo il nostro commento.
Star Trek: Strange New Worlds ci ha abituati a esperimenti narrativi decisamente audaci, spesso discutibili e, comunque, a volte inopportuni. Ma è in questo settimo episodio che il confine tra la trovata geniale e il vicolo cieco si fa estremamente sottile, mostrandoci una delle ore di televisione tra le più schizofreniche e divisive dell’intera serie.
Il limite della sperimentazione in Strange New Worlds
Questa puntata, infatti, si presenta come un corpo diviso, quasi in conflitto con se stesso. La prima metà trascina lo spettatore dentro una parodia delle soap opera anni ’80 che non si limita a evocare quell’estetica, ma la replica con una precisione quasi filologica: luci soffuse, sfocature morbide, zoom drammatici, dialoghi volutamente esagerati. È un gioco orchestrato da Trelane, il celebre “monello” onnipotente della serie classica – che ora sappiamo essere un appartenente del “Continuum Q” – qui impegnato a manipolare l’equipaggio dell’Enterprise per una sorta di studio sulle emozioni umane. “Come cronotani attraverso la clessidra” pesca indubbiamente a mani basse nel glorioso passato della Saga: un episodio che ha il sapore della TOS e l’odore di TNG.
L’idea funziona nei primi minuti, strappa un sorriso e si inserisce perfettamente nella tradizione di Star Trek. tuttavia, la parodia si dilata oltre la sua naturale durata e finisce per perdere mordente. La comicità diventa ripetizione, la struttura si appesantisce e persino l’apparizione di un Sybok immaginario, potenzialmente interessante per i fan, scivola nel fanservice privo di sostanza. La sensazione è che la serie, nel tentativo di stupire a ogni costo, finisca intrappolata nella sua stessa eccentricità sacrificando tempo prezioso di una stagione breve per inseguire una bizzarria che non sempre ripaga.
Fate un recap leggendo la recensione del primo episodio (Valles Marineris), del secondo episodio (The Griffin Incident), del terzo episodio (Human Best Friend), del quarto episodio (Un caso di chiaroscuro), del quinto episodio (Ordini di Grandezza) e del sesto episodio (Fuori Orario). E’ disponibile inoltre l’episodio 8 (Orders of Magnitude), nono episodio (C’era una volta La’an), finale di stagione (L’Enterprise del futuro).
Il crollo dell’illusione e la verità del dolore di Christopher Pike
Quando la patina grottesca della soap si dissolve, il tono della narrazione cambia radicalmente. Il passaggio è netto, quasi uno shock emotivo, e porta al centro della scena Christopher Pike, interpretato da un Anson Mount in stato di grazia. La seconda metà dell’episodio abbandona la farsa e si concentra su un tema profondamente umano: l’elaborazione del lutto. Pike affronta finalmente il dolore per la perdita di Marie Batel e per la vita alternativa che aveva condiviso con lei, una dimensione parallela che gli aveva regalato una felicità possibile e una figlia, Juliet, che ora esiste solo come ricordo di ciò che non potrà mai essere.
Juliet non è un semplice espediente narrativo, ma il simbolo di un futuro spezzato, di un sogno mai vissuto, di una possibilità che continua a pesare sul cuore del capitano. Parallelamente, le incomprensioni tra La’an e uno Spock sempre più chiuso nella sua logica vulcaniana mostrano quanto spesso i protagonisti di Star Trek reprimano il dolore per restare fedeli al proprio dovere. È un tema che attraversa l’intera saga, ma qui assume una forza particolare perché emerge dopo una lunga parentesi frivola e caricaturale che sembrava voler evitare qualsiasi profondità emotiva. Quando l’illusione crolla, la verità arriva come un colpo improvviso: la leadership non è solo controllo, ma anche vulnerabilità.
In conclusione
“Come cronotani attraverso la clessidra” è un episodio che vive in una tensione costante tra audacia e smarrimento. La sua prima metà, eccessivamente parodistica, rischia di soffocare la storia sotto un velo di eccentricità fine a se stessa. Ma il quarto d’ora finale, così intenso e così sinceramente umano, dimostra quanto Star Trek: Strange New Worlds sappia ancora colpire al cuore. È un cavallo di Troia narrativo che entra in scena con leggerezza per poi rivelare un nucleo emotivo potentissimo. Resta il rammarico per ciò che l’episodio avrebbe potuto essere se si fosse concentrato sul dramma intenso e intimo di Christopher Pike fin dal primo minuto, approfondendolo, invece di nascondere un piccolo capolavoro sotto un ingombrante strato di farsa.
Star Trek: Strange New Worlds 4: commento settimo episodio

Data di creazione: 2026-09-05 11:00
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