Nella cornice del cinema Giulio Cesare a Roma abbiamo assistito all’anteprima stampa di Se la Strada Potesse Parlare, film diretto da Barry Jenkins, basato sull’omonimo romanzo di James Baldwin. Questa la nostra recensione.

Harlem, New York primi anni ‘70. La diciannovenne Tish (Kiki Layne) cerca di costruirsi un futuro insieme al fidanzato, ed amico di infanzia, Alfonzo “Fonny” Hunt (Stephan James). I due sono innamorati e sognano di poter vivere in una casa tuta loro dove Fonny possa dedicarsi alla sua arte. Un giorno però Tish dovrà fare i conti con un’ingiusta accusa che porterà in prigione il proprio amore, proprio nel momento in cui lei scopre di essere incinta.

Recensione

Struggente storia d’amore, ben recitata. Accompagnata da una fotografia di ottimo livello, Se La Strada Potesse Parlare è il racconto di uno spaccato di vita di un quartiere – Bale Street – considerato dal resto della città, un covo di reietti.

Il film fa dei toni drammatici, e dello spessore recitativo, il proprio cavallo di battaglia. Primi piani e dissolvenze d’autore fanno sì che Jenkins si candidi (ancora) come uno dei registi migliori della stagione. Sua tra l’altro anche la sceneggiatura, scritta nel 2013 in contemporanea con quella del più noto Moonlight.

La storia di Se la Strada Potesse Parlare è però raccontata in modo poco coinvolgente, e con una narrazione relativamente lenta, e questo nonostante le ottime musiche di Nicholas Brittel. A tal proposito, la narrazione risulta in alcune circostanze poco fluida, priva di colpi di scena e di momenti di pathos. Sembra quasi di assistere ad un biopic fatto con tanto zelo, e poco appeal. Stereotipi e luoghi comuni trovati nel corso della visione, a nostro avviso, risultano fuori luogo per il modo con cui sono stati incastrati nella storia. Il cast recita e si muove in modo perfetto, senza fronzoli inutili, ma anche senza lasciare il segno nello spettatore.

Il film, oltre al Golden Globe per la King, ha ricevuto anche la candidatura per il miglior film drammatico, battuto poi da Bohemian Rapsody, e quello per la miglior sceneggiatura, finito poi a Green Book.


Per la serie: “Bello, ma non balla


Se la Strada Potesse Parlare
Overall
3

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