Archivi categoria: Recensioni

Songbird: recensione del film diretto da Adam Mason sul Covid-19

Songbird, diretto da Adam Mason, è il primo film internazionale che racconta sul grande schermo momenti di vita quotidiana vissuti durante la pandemia da Covid-19. Questa la recensione.

In un prossimo futuro distopico, il mondo non è ancora uscito dalla pandemia di Covid-19. Il virus è mutato in continuazione ed ora, dopo quattro anni di lockdown è giunto alla versione Covid-23. Solo gli immuni, per i quali non è stato ancora compreso il meccanismo che li protegge dalla malattia, possono uscire. Essi sono riconoscibili da un braccialetto giallo al polso. Grazie a loro il mondo riesce ad andare avanti. Non sono però dei privilegiati ma dei condannati ad una vita di solitudine: avere contatti con ‘gli altri’, i normali, potrebbe condannare quest’ultimi ad una morte dolorosa in quanto gli immuni sono portatori sani della malattia. In questo scenario facciamo la conoscenza di Nico (KJ Apa), un ragazzo che lavora come corriere per mettere da parte i soldi e trasferirsi su un’isola Covid-free insieme alla sua amata Sara (Sofia Carson) che ha conosciuto consegnandole regolarmente le provviste ma che non ha mai potuto incontrare perché la ragazza non è immune.


Realizzando il suo Songbird, il regista Adam Mason cerca di cavalcare, in maniera furba, l’onda causata dalla pandemia da Covid-19, ed il risultato è un melenso e scontato film che incentra il focus della narrazione sulle vicende amorose di due ragazzi. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Mason in collaborazione con Simon Boyes, è frammentaria e si sforza più che altro di essere didascalica nel mostrare come la società possa mutare il proprio stile di vita con un lockdown che dura da anni e per il quale non si vede la fine del tunnel.

L’obiettivo primario di un film come Songbird è chiaramente quello di sfruttare l’empatia generata dal Covid-19, e nel farlo contestualizza la più classica delle storie d’amore introducendo personaggi mal delineati, mai approfonditi, e per giunta fin troppo stereotipati. In ogni caso è da segnalare l’impegno profuso dagli attori nel caratterizzare i personaggi, per quanto mal costruiti. A tal proposito, va segnalata la buona dose di talenti presenti nel cast di Songbird: oltre ai protagonisti interpretati da KJ Apa e Sofia Carson, infatti, sono presenti al suo interno nomi di tutto rispetto quali Demi Moore, Alexandra Daddario, Bradley Whitford, Peter Stormare e Paul Walter Hauser, quest’ultimo acclamato dalla critica nel 2019 come migliore attore rivelazione per il suo ruolo in Richard Jewell.

Buona la fotografia, soprattutto nelle sequenze a campo lungo, dove è possibile apprezzare la città priva della popolazione e ricca di checkpoint: un inquietante scenario a cui purtroppo siamo già abituati. Interessante, inoltre, la colonna sonora firmata dall’esperto Lorne Balfe, la quale ben si integrata con il contesto tristemente romantic, creando talvolta una lieve sensazione di armonia.

A nostro personalissimo avviso, un film come Songbird avrebbe potuto trovare maggior rilievo, e forse qualche critica in meno, se solo avesse evitato di sfruttare un periodo tanto doloroso come quello che il mondo intero ha passato nell’ultimo anno e mezzo. Cavalcare l’onda ok… sfruttare la sofferenza delle persone per fare incassi, forse no.

Songbird è stato prodotto da Michael Bay e distribuito da Notorious Pictures in Italia a partire da domani 30 giugno.


Boys di Davide Ferrario emoziona il pubblico di Taormina Film Fest

Boys, l’ultimo lungometraggio scritto e diretto da Davide Ferrario, ha inaugurato la 67ª edizione del Taormina Film Fest, regalando al suo pubblico una serata nostalgicamente emozionale.

Una band che arriva dagli anni ’70, carica di rock e quel vintage visto con animo nostalgico che vorrebbe ritrovare una nuova luce nell’oggi.

Boys é la storia di un gruppo di persone ancora capace di sognare, che supera un problema rimanendo insieme a distanza di anni, cavalcando il fuoco sacro della musica curata da Mauro Pagani. É un affresco di una generazione di sognatori di mezza età che non vuole rinunciare alla propria identità e ai propri desideri.

Il regista Davide Ferrario ha preso ispirazione dai testi scritti da Mauro Pagani ai tempi in cui ha lasciato la PFM, dei testi pieni di parole “incazzate” di chi sta attraversando due decadi musicali differenti, quella degli anni Settanta e gli anni Ottanta. 

TRAMA
Joe (Marco Paolini), Carlo (Giovanni Storti), Bobo (Giorgio Tirabassi) e Giacomo (Neri Marcorè) sono amici da sempre, ciascuno con la propria vita e i propri problemi, ma uniti da un autentico legame e dalla passione che li aveva fatti incontrare: la musica. The Boys, questo il nome della band, avevano avuto un fulmineo successo negli anni Settanta. Nella loro routine – tra vicende amorose e personali – irrompe una possibilità che li porta in un nuovo viaggio: dovranno fare i conti con i sogni e le ambizioni di un tempo e il mondo di oggi, ma ancora di più scopriranno il senso della loro amicizia.

Boys: il nostro commento

Quattro uomini uniti da una storia comune, da una musica che non è più protagonista degli anni attuali che vivono ma che è stata un riferimento nella loro vita e nel passato di alcune generazioni, si ritrovano a fare i conti con un presente dove sembra non esserci più posto per loro se no attraverso una riscoperta del vintage.

Ferrario sceglie di raccontare una storia d’amicizia e relazioni personali in quel mondo musicale che è stato iconico e d’ispirazione anche per la musica d’oggi. Il regista mostra di affidarsi in toto ai suoi attori che riescono a trasmettere sullo schermo quel senso di affiatamento e connessione del valore dell’amicizia, pur avendo tutti identità differenti che riescono a coesistere insieme in scena come una vera band rock.

In Boys scopriamo Giovanni Storti, lontano dal trio con l’abilità di un batterista professionista, Giorgio Tirabassi e Neri Marcorè abili chitarristi e cantautori, caratteristica che hanno già dimostrato su altri tipi di palchi, e Marco Paolini dialettico e cupo al punto giusto.

Boys é una commedia corale dai toni solari seppur con tematiche nostalgiche e trascinanti. E per questo, fondamentali sono anche le interpreti femminili – Isabel Russinova, Saba Anglana, Linda Messerklinger e Giorgia Wurth – che regalano sentimento ed emozionalità alla band.

Boys, regia di Davide Ferrario, con Neri Marcorè, Marco Paolini, Giovanni Storti e Giorgio Tirabassi, uscirà nei cinema italiani il 1 luglio distribuito da Adler Entertainment.

La recensione della prima stagione di La Ferrovia Sotterranea

E’ disponibile sul catalogo Amazon Prime Video la serie a sfondo storico La Ferrovia Sotterranea, basata sull’omonimo romanzo di Colson Whitehead. Ecco la nostra recensione.

La serie, che racconta l’orrore della schiavitù nel Sud degli Stati Uniti di metà Ottocento è prodotta, tra gli altri, da Brad Pitt, da sempre molto sensibile a questo tema e già produttore del capolavoro 12 anni schiavo, del 2013.

LA TRAMA: in un’immaginaria Georgia di un non meglio precisato decennio del 1800, la giovane schiava nera Cora Randall cerca di fuggire al suo padrone e al suo infame destino. Ma il famoso cacciatore di schiavi Arnold Ridgeway la insegue per tutto il Paese, senza darle tregua. Solo la famigerata “ferrovia sotterranea” usata dai schiavi può dare qualche speranza di successo alla giovane Cora.

LA SERIE: in periodo di grandi tensioni sociali e raziali che attraversano gli Stati Uniti, Amazon Studios lancia la bomba e propone La Ferrovia Sotterranea, serie tratta da un romanzo pluripremiato a livello mondiale e scritto da un autore afroamericano. La Ferrovia Sotterranea, diciamolo subito, non è una serie storica. Si tratta piuttosto di un sottogenere chiamato “fictional history” o “alternative history”, cioè si prende un periodo storico e si stravolge l’esito degli eventi. A questo, il prodotto di Prime Video aggiunge anche qualche piccolo elemento magico/sacrale/fantasy.

Il risultato è una serie vagamente ambientata in una generica Guerra Civile Americana mai conclusasi, nel quale tutto il Sud degli Stati Uniti (e non solo) è ancora dominato dalla schiavitù degli afroamericani. Un escamotage astuto, perché rende praticamente impossibile muovere alcun tipo di critica dal punto di vista della correttezza storica ad una serie che, appunto, è al confine tra storico è fantasy.

La protagonista Cora è interpretata in maniera eccelsa dalla giovane e semisconosciuta attrice sudafricana Thuso Mbedu le cui vicende sono tra le più strazianti che si siano mai viste nella storia della tv. E, in generale, La Ferrovia Sotterranea, è una serie veramente straziante. Bella, ma devastante nella sua tristezza. Nei dieci lunghi episodi non sembra esserci sosta dal continuo dramma di questa donna e dei suoi “affiliati”.

L’antieroe Ridgeway, anche lui personificato in modo straordinario da Joel Edgerton, non da tregua a questa povera ragazza che si trova a scappare in continuazione, senza mai riuscire a liberarsi del cacciatore di taglie e perdendo, di volta in volta, tutte le persone che ama. Come detto, è un dramma incessante. Uno strazio senza soluzione di continuità che rende questa serie, indubbiamente ben fatta e scritta con rara profondità, assolutamente non alla portata di tutti. Molti, infatti, la abbandoneranno prima della conclusione a causa della pesantezza e della eccessiva lentezza di alcuni passaggi.

Un peccato, perché a tratti La Ferrovia Sotterranea tocca davvero l’eccellenza assoluta. Bellissimi e molto realistici, dal punto di vista storico, i discorsi del “cattivo” Ridgeway sul cosiddetto Manifest Destiny. Crude, ma anch’esse assai realistiche, tutte le scene che mostrano l’insensata cattiveria e violenza praticata nei confronti dei neri durante quei decenni. Momenti talmente forti da lasciare sbigottito anche il più scettico o insensibile dei telespettatori.


Luca, la recensione del film Pixar ambientato in Italia

Dal 18 giugno su Disney+, é possibile vedere Luca, l’attesissimo lungometraggio d’animazione Disney/Pixar, diretto dal candidato all’Academy Award® Enrico Casarosa (La Luna) e prodotto da Andrea Warren (LavaCars 3).

Luca é il 24esimo film d’animazione targato Pixar Animation Studios, ed é la prima volta che l’Italia é protagonista di una storia.

Ambientato in una splendida città di mare della Riviera italiana, l’originale film d’animazione è la storia di un giovane ragazzo che vive un’esperienza di crescita personale durante un’indimenticabile estate contornata da gelati, pasta e infinite corse in scooter. Luca condivide queste avventure con il suo nuovo migliore amico, Alberto, ma tutto il divertimento è minacciato da un segreto profondo: sono mostri marini di un altro mondo situato appena sotto la superficie dell’acqua.

Luca é un esplicito omaggio del regista Enrico Casarosa alla sua Liguria, dove ha trascorso gran parte della sua infanzia, e proprio dei suoi ricordi si alimenta la pellicola animata. Ambientato negli anni del boom economico, in cui la Vespa diventa il simbolo di rinascita e libertà per gli italiani, e Portorosso rappresenta il luogo perfetto per far scoprire a due mostri marini delle nuove possibilità di cambiamento e crescita personale, lontani (ma non troppo) da quelle acque in cui hanno sempre vissuto.

Luca e Alberto, incauti dei pericoli che possono incontrare sulla terra ferma, si avventurano per Portorosso cercando di assaporare il più possibile la vita degli esseri umani, nutriti da quella sana curiosità che si cela in ogni ragazzino in fase di crescita. Scopriranno il gelato, le trennette al pesto, i bulletti del paese, l’ebrezza della velocità e dell’avventura in sella ad una Vespa, ma sopratutto impareranno a conoscere il valore dell’amicizia.

Alberto aiuterà Luca a uscire dal suo guscio in cui è finora cresciuto, mettendosi alla prova, e rivelandogli la verità su quelle tremende leggende che sotto il mare si raccontano sui terrestri. Luca, grazie al suo amico e a Giulia, “si fa uomo”, in ogni senso, riuscendo a unire il suo mondo con quello dei terrestri.

Se ad un primo sguardo in Luca si possono trovare diverse analogie con La Sirenetta, in realtà il lavoro di Enrico Casarosa prende ispirazione dall’animazione di Miyazaki e all’immaginario dello Studio Ghibli. I due stili narrativi Disney Pixar e di Miyazaki si incontrano in questa favola che affronta tematiche importanti senza toni paternalistici, come la diversità, l’incontro tra personaggi appartenenti a mondi, specie, esperienze distanti.

Qualcuno l’ha definito un film minore Pixar ma in realtà Luca nella sua semplicità (e raffinato tecnicismo di scuola Pixar) concentra la bellezza dell’animazione d’oltre oceano nelle ambientazioni di una calda estate italiana.

Una delle grandi abilità narrative dei film Pixar é che la storia non si concentra unicamente sui due protagonisti ma anche su altri personaggi, funzionali alla rappresentazione delle tematiche espresse nel corso della narrazione. Tutti i personaggi sullo sfondo, umani o animali, seppur limitati a poche apparizioni, sono sempre ben definiti caratterialmente, sia in termini narrativi che visuali. Facendo così scoprire allo spettatore personaggi minori che diventano a loro volta personaggi-icona, sia per grandi che piccini. Così come avviene per Machiavelli, il fatto coi baffi all’italiana o Marcovaldo, il pescatore senza un braccio, e sua figlia Giulia, divisa fra la vita a Genova e le estati a Portorosso dal papà, che diventeranno una famiglia allargata per Luca e Alberto.

Non possiamo non far notare il notevole lavoro svolto per il doppiaggio italiano, una scelta di voci accurata anche nella scelta delle guest-star come Orietta Berti e Luciana Litizzetto, o di Saverio Raimondo e Marina Massironi presenti anche nella versione originale in lingua inglese.

Luca, oltre a regalarci spensieratezza e a farci sognare sulle note di Edoardo Bennato, ci ricorda che non potremo mai piacere a tutti, e non tutti potranno essere interessati a conoscerci e a capirci, l’importante é imparare a riconoscere chi ci ama e ci accetta così per come siamo realmente senza finzioni.

Luca, diretto da Enrico Casarosa, é disponibile sulla piattaforma streaming Disney+.


A Quiet Place 2: recensione del nuovo film di John Krasinski

Ieri sera abbiamo assistito all’anteprima stampa di A Quiet Place 2, film diretto da John Krasinski, sequel del fortunato successo del 2018. Questa è la recensione.

Nel cast diretto da John Krasinski spazio ancora per Emily Blunt, Noah Jupe e Millicent Simmonds (protagonisti del primo capitolo), ma anche per i nuovi ingressi Cillian Murphy e Djimon Hounsou.

Il film si apre con la cronaca del cosiddetto “Giorno Uno”, ovvero con l’arrivo delle creature sul nostro pianeta, arrivo vissuto nel particolare da Lee (John Krasinski) ed Evelyn (Emily Blunt). Dopo lo stacco si torna all’alba del giorno successivo agli eventi del primo capitolo (A Quiet Place: Un Posto Tranquillo) con Evelyn ed i suoi figli che abbandonano la fattoria, ormai in fiamme per cercare riparo altrove. Sul loro cammino si ricongiungeranno con l’amico di famiglia Emmet (Cillian Murphy).


Il John Krasinski regista “anche questa volta” riesce a confezionare un’avventura emozionante e ricca di pathos. Il suo nuovo lavoro da regista ricalca a grandi linee quanto già raccontato nel primo capitolo della saga, e nel farlo incolla lo spettatore alla poltrona.

Un’ambientazione ben realizzata, con una civiltà devastata dall’arrivo delle creature, fa da cornice ad una prova registica matura. A tal proposito, Krasinski riesce a calibrare con maestria i diversi punti di “vista”, compresi quelli relativi a Regan, in questo secondo capitolo, spesso, protagonista di soggettive inquietanti, prive del sonoro per l’assenza del suo apparecchio uditivo.

In A Quiet Place 2 i momenti di silenzio assoluto sono minori, qui difatti si nota un maggiore uso dei dialoghi, con i membri del cast maggiormente impegnati nel proporre una prova recitativa di impatto. La tensione emotiva dei protagonisti, legata ovviamente alla presenza dei terribili alieni, non permette allo spettatore di rilassarsi ma di vivere la visione di A Quiet Place 2 in un continuo stato di adrenalinica attesa.

Emily Blunt e Cillian Murphy riescono a dare il giusto supporto recitativo ad un cast ridotto si, ma di grande talento. Ottima la prova dei piccoli Noah Jupe e Millicent Simmonds: i due giovani attori hanno dato grande prova di maturità. In particolare la Simmonds, ormai lanciata nel panorama cinematografico mondiale, si carica ottimamente sulle spalle il peso della pellicola, e lo fa dimostrando disinvoltura in un ruolo così centrale.

Bellissima la fotografia ed i piani sequenza, ben riuscita l’interazione con le creature in CGI. La colonna sonora, minimale ma fondamentale, è affidata allo specialista Marco Beltrami che quest’anno si è occupato anche di Chaos Walking e del futuro secondo capitolo del cinecomic Venom.

A Quiet Place 2 debutterà al cinema il prossimo 24 giugno.


Recensione di Breach: Incubo nello spazio, l’horror sci fi con Bruce Willis

Abbiamo visto Breach: Incubo nello spazio, lo sci-fi a forti tinte horror con protagonista Bruce Willis. Questa la nostra recensione.

Breach: Incubo nello spazio, distribuito da Saban Film, è un film del 2020 diretto da John Suits su una sceneggiatura firmata da Edward Drake e Corey Large. Nel cast, oltre a Bruce Willis, troviamo Thomas Jane, Johnny Messner, Rachel Nichols, Corey Large, Alexander Kane, Cody Kearsley e Kassandra Clementi.

La trama è ambientata nel 2242, in un futuro in cui la razza umana rischia l’estinzione a causa di un terribile virus. In questo contesto una gigantesca astronave stellare, chiamata Arca, deve trasportare 300.000 sopravvissuti selezionati in una colonia chiamata “Nuova Terra”. Il lungo viaggio però non è privo di terribili sorprese che mettono a rischio non solo l’esistenza dei sopravvissuti, ma anche dell’intera umanità.


Diciamolo subito, Breach: Incubo nello spazio non brilla certo per la sua originalità. Le atmosfere claustrofobiche che regista e sceneggiatori hanno cercato di infondere nel film riecheggiano volutamente cult movies del passato. Diverse, infatti, sono le sensazioni di déjà vu che lo spettatore può avere durante la visione: Alien di Ridley Scott, La Cosa di Carpenter e Atmosfera Zero con Sean Connery hanno avuto infatti un ruolo importante nella costruzione di questo film. Ciononostante il risultato nel complesso non può che essere deludente, e le grandi fonti di ispirazioni purtroppo sono servite a poco, e questo principalmente per “merito” di una regia assolutamente distratta e di uno script raffazzonato.

Ad incidere sul risultato assolutamente deludente palesato da Breach: Incubo nello spazio, inoltre, il valore basso budget a disposizione e la velocità nella produzione di questa pellicola, per la quale sono bastati 15 giorni di riprese. La realizzazione dell’alieno mutaforma, gli effetti speciali e le ambientazioni interne non risultano accettabili, e in alcuni casi danno la sensazione di “posticcio”. La colonna sonora curata da Scott Glasgow, forse la compenente migliore dell’intero film, riesce in parte a donare brio alle diverse scene action e drammatiche, altrimenti insipide.

I dialoghi spesso rasentano la banalità e, talvolta, risultano esageratamente essenziali. In questo contesto però Bruce Willis e l’altra stella Thomas Jane si muovono abbastanza bene, accettabile anche la prestazione attoriale di Cody Kearsley.

A nostro avviso, Breach: Incubo nello spazio non può che essere considerato un “b-movie” lontano dall’essere ricordato nel tempo ma che, in qualche modo, permette senza grandi pretese di essere guardato. 


Spiral – L’eredità di Saw: Recensione del reboot della saga horror

Abbiamo visto in anteprima Spiral – L’eredità di Saw, reboot della celebre saga horror prodotto ed interpretato da Chris Rock. Questa è la recensione.

Il detective Zeke (Chris Rock) è odiato da tutto il dipartimento perché dodici anni prima ha denunciato un suo collega mandandolo in prigione. Figlio del pluridecorato comandante Marcus Banks (Samuel L. Jackson) è supportato solo dal capitano Angie Garza (Marisol Nichols), nuovo comandante ed ex braccio destro del padre, ormai in congedo. Zeke si ritrova ben presto coinvolto nel caso di un poliziotto ucciso, il killer gli invierà dei pacchetti che lo indirizzeranno sul luogo dell’omicidio, facendo riecheggiare in lui e nel suo nuovo partner, Will Schenk (Max Minghella) il ricordo di Jigsaw.


Saw è da sempre un franchise vincente al botteghino. I precedenti film della saga hanno portato guadagni per circa un miliardo di dollari alla Lionsgate. Tanto basta per capire che il progetto Spiral – L’eredità di Saw portato avanti da Chris Rock è nato con l’obiettivo primario di riaprire la saga, ma anche portare nuovi incassi importanti ad un mercato in cerca di rivincita dopo l’emergenza pandemica.

Fatta questa piccolo ma doverosa premessa, Spiral – L’eredità di Saw si presenta con una trama che, per chi conosce in parte il franchise o per chi ha un ottimo spirito di osservazione ed una certa inclinazione ai racconti gialli, risulta facilmente svelabile ma che in ogni caso è in linea con ciò che ci si aspetta da questo genere di film. Tra trappole mortalmente macabre e fiumi di sangue che inondano lo schermo si snodano le vicende del detective Banks che cerca di salvare quanti più colleghi possibili dalle grinfie di questo redivivo Saw. Darren Lynn Bousman, che ha già diretto tre pellicole del franchise, qui omaggia la scena iniziale del primo Saw, e così facendo crea una sorta di senso di continuità fra la versione originale ed il reboot. L’obiettivo sarà ora capire quale strada vorrà prendere lo studios in merito a questo esperimento reboot, da molti considerato poco riuscito.

C’è da dire, però, che gli attori hanno cercato di rendere i personaggi interessanti grazie anche ad una buona caratterizzazione. I personaggi apprezzati in Spiral – L’eredità di Saw risultano pertanto ben costruiti anche grazie ad un calibrato utilizzo dei flashback, tale tecnica permette di svelare quali sono gli antefatti che hanno creato le acredini presenti in seno alla stazione di polizia e le motivazioni che danno vita alla rinascita di Jigsaw.

Chris Rock ruggisce e sbraita: Zeke è collerico e inarrestabile, l’unico che riesce a reggergli testa è, neanche a dirlo, Samuel L. Jackson che non ci risparmia il suo più classico Motherf****r. La versione a cui abbiamo assistito è in lingua originale, non sappiamo, quindi, come risulterà la versione italiana. Riteniamo che, visto l’utilizzo dei doppiatori storici degli attori, il risultato sarà, come sempre, di altissimo livello.

Spiral – L’eredità di Saw sarà nelle sale italiane dal 16 giugno 2021. Al momento negli States ha incassato già 24 milioni di dollari.


Chaos Walking: recensione del film su Prime Video con Tom Holland

Tom Holland, Daisy Ridley e Mads Mikkelsen sono i protagonisti di Chaos Walking, il nuovo film sci-fi disponibile sul catalogo di Prime Video. Questa la recensione.

Nel 2257, i coloni del pianeta “Nuovo Mondo” sono afflitti da una strana anomalia che ne traduce i pensieri in suoni ed immagini percepibili dagli altri. La colonia presenta solo persone di sesso maschile, in quanto le donne sono tutte morte. Todd Hewitt (Tom Holland) è il più giovane colono presente e sarà lui, con molta probabilità l’ultimo a restare, vista l’evidente impossibilità di procreare. Il sindaco Prentiss (Mads Mikkelsen) cerca di far si che il ragazzo gli sia fedele e riesca a dominare il rumore, solo così potrà essere degno di essere l’ultimo colono a sopravvivere. Todd un giorno, però, si imbatte in una ragazza, Viola (Daisy Ridley). Sconvolto dall’evento i suoi pensieri iniziano a dominare lo spazio circostante, spaventando Viola che fugge. Todd decide di tornare al villaggio senza rivelare ciò che gli era appena accaduto ma, purtroppo non riuscirà a nascondere il rumore dei propri tumultuosi pensieri.


Lo sceneggiatore di Chaos Walking è Patrick Ness, autore della trilogia di romanzi che ha ispirato il film stesso. Detto questo ci si aspetterebbe da subito un prodotto interessante e con la possibilità di assistere ad un lavoro di trasposizione di alto livello ma, ahinoi, la pellicola delude e non riesce mai ad essere coinvolgente. Nonostante un cast di prim’ordine con attori avvezzi a ruoli fantascientifici, il film infatti non riesce a suscitare la ben minima empatia per qualsiasi personaggio, nemmeno nei momenti più drammatici e rivelatori. Ne viene fuori che la visione di Chaos Walking scorre piatta come un fiume calmo e tranquillo, disturbata solo dal “rumore” di fondo dei pensieri dei protagonisti. Il regista Doug Liman, che ben aveva fatto con Mr. & Mrs. Smith e Edge of Tomorrow, sembra aver perso il tocco ed il suo Chaos Walking ne risente, anche se a nostro avviso ha ben rappresentato i pensieri che scaturiscono dai coloni con un CGI ben integrato in ogni aspetto.

Mads Mikkelsen, antagonista di spessore, non delude ma nemmeno incanta. Relegato ad una presenza ridotta sullo schermo, riesce in ogni caso a lasciare il segno, come già fu per il suo Galen Erso in Rogue One. Cercando di sfruttare il filo conduttore dell’universo Star Wars, l’abbinamento con Daisy Ridley viene quasi naturale. Il suo personaggio è ben recitato ma si sente una certa mancanza di spessore. Assolutamente sottotono, invece, la prova di Tom Holland che risulta monocorde e ripetitivo. Sì, vero, il Todd che deve caratterizzare è un personaggio problematico, ma non trasparendo questa sua caratteristica (è presente solo nei romanzi) si fa fatica a capirne la caratterizzazione.

Il futuro del franchise cinematografico, legato ai romanzi Chaos Walking, è a questo punto a rischio. La speranza è che Lionsgate – titolare dei diritti – voglia in qualche modo dare nuova linfa alle avventure di Todd e Viola, riaccendendo la passione negli spettatori e sfruttando al meglio il buon lavoro fatto da Ness con i suoi romanzi. Non resta che attendere nuovi sviluppi in merito.

Chaos Walking è attualmente disponibile su Prime Video.