Archivi categoria: Recensioni

La recensione di Il figlio di Saul – L’Olocausto visto attraverso gli occhi di chi lo ha vissuto

Il figlio di Saul, diretto dall’ungherese esordiente Làszlò Nemes, ha vinto il Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes, il Golden Globe e il premio Oscar come miglior straniero e si propone di affrontare il delicato tema dell’Olocausto con uno stile innovativo.

La trama

Nel campo di concentramento di Auschwitz, Saul Auslander è un ungherese membro dei Sonderkommando, ovvero gli ebrei isolati all’interno del campo, obbligati ad aiutare i nazisti nell’opera di sterminio. Il suo specifico incarico è quello di pulire la camera a gas, portare i corpi nei forni crematori e disperderne le ceneri; mentre è intento a pulire, assiste all’uccisione da parte dei nazisti di un ragazzo inspiegabilmente sopravvissuto alla camera a gas.

Saul crede di riconoscere in quel ragazzo suo figlio di cui aveva perso le tracce tempo addietro e si impegna per evitargli la cremazione e garantirgli una degna dei sepoltura: perciò, si mette alla ricerca di un rabbino che lo aiuti nell’intento, mentre gli altri membri del Sonderkommando progettano una rivoluzione all’interno del campo.

Il film

La trama è tutta qui, ma tanto basta. Di film sull’Olocausto ne sono stati realizzati molti, ognuno con uno stile e un punto di vista diversi, si pensi ad esmepio a Schindler’s List, a La vita è bella o a Il pianista (solo per citare quelli più noti). L’esordiente Nemes (classe 1977) sa che l’argomento trattato può incorrere in rischi di spettacolarizzazione e banalizzazione, e per aggirare questi rischi adotta uno stile di regia che sorprende: la macchina da presa resta incollata, dall’inizio alla fine, al personaggio di Saul (interpretato dal poeta ungherese Géza Rohrig), lasciando sullo sfondo (e fuori fuoco) il contesto in cui si muove. Saul viene quasi sempre ripreso di spalle, in primissimo piano, affinché la cinepresa si identifichi in lui e nel suo sguardo e, con essa, anche lo spettatore che svolge un ruolo quasi attivo e partecipe.

In questo modo, assistiamo al genocidio in prima persona essendo impossibilitati a utilizzare un punto di vista diverso e obbligandoci a compiere uno sforzo mentale per cercare di mettere a fuoco il contesto geografico e storico in cui agiscono i personaggi. L’operazione assume così un doppio significato: quella di far immergere lo spettatore nel centro delle dinamiche che si instaurano tra Saul e i personaggi che agiscono accanto a lui, a volte interagendo con esso, e quella di lasciare sullo sfondo la Storia, non per superficialità ma perché in questo modo chi guarda deve sforzarsi di dare un contesto, di mettere a fuoco ciò che non lo è (volendo, anche la propria coscienza). Questa seconda intenzione diventa anche una riflessione sullo sguardo, su cosa sia lecito guardare e cosa non lo è: noi vediamo ciò che vede Saul, ma cosa vede realmente Saul? Solo una piccola parte della Storia, una piccola porzione di una realtà più grande che è stata, e sarà sempre, impossibile da comprendere nella sua totalità.

Utilizzando uno stile così estremo e radicale, il regista intende riflettere anche sull’attaccamento alla vita quale mezzo ultimo per sconfiggere la morte: Saul, a un certo punto, “tradisce i vivi per i morti” (per citare ciò che un prigioniero dice a Saul), perché garantire una sepoltura a quel ragazzo, e poca importa se si tratti realmente del figlio, significa apportare umanità dove quest’ultima è stata spazzata via dall’odio; così, anche la morte diventa l’unica scappatoia verso un altrove in cui tutti sono uguali.

Non stupisce che il film abbia riscontrato il favore della critica (ma, forse non proprio inaspettatamente, anche del pubblico) ovunque, perché un film come questo è necessario, forse non facile e per certi versi scomodo, ma essenziale. Il figlio di Saul è un film che mette in superficie la coscienza di chi lo guarda e che, una volta visto, non cessa di porre questioni sulla moralità e sulle tracce che la Storia, e gli uomini che l’hanno fatta, ci ha lasciato.

Voto: 9

 

La Recensione di Flight 7500, l’horror diretto da Takashi Shimizu

Questa sera vi parliamo Flight 7500, il nuovo horror diretto da Takashi Shimizu, un nome sconosciuto ai più, ma che di certo agli amanti del genere horror non più non suscitare emozioni positive, stiamo infatti parlando del regista di The Grudge (sia la versione asiatica che quella hollywoodiana).

L’intero percorso narrativo di Flight 7500 è circoscritto all’interno di un aereo che porta i passeggeri dagli Stati Uniti d’America al Giappone, un viaggio lunghissimo che nasconderà per i poveri passeggeri, insidie non solo dovute alle classiche turbolenze di routine.

Il film di Shimizu si presenta positivamente con l’ottima caratterizzazione dei protagonisti, tutti diversi ed ognuno con un background estremamente interessante…. peccato che questo piccolo particolare non viene per nulla sfruttato da una sceneggiatura frettolosa che sembra soffrire la canonica durata dei 100 minuti.

Avendo già dimostrato il proprio potenziale in passato con The Grudge (ma non solo), Shimuzu aveva l’obbligo morale di realizzare un progetto degno di nota, ma il stile orientale è oramai un lontano ricordo, egli infatti con Flight 7500 abbraccia il più tedioso stile hollywoodiano realizzando un polpettone americano privo di suspence e con un mucchio di richiami a titoli di genere (neanche i più apprezzati tra l’altro), così facendo dimostra una grave mancanza di personalità…. non da lui!!

La maggior delusione di un film con tanto potenziale sprecato arriva da un finale piuttosto affrettato, sembra davvero difficile infatti non rimanere alquanto interdetti (chiaramente qui non si fanno spoilers) per quanto il regista e lo sceneggiatore Craig Rosenberg si soffermino troppo velocemente su quello che sarebbe potuto essere l’ancora di salvataggio di un flop terrificante (non nel senso positivo).

Il cast è pieno di attori passati per la grande Hollywood solo come meteore o poco più, la recitazione per questo resta approssimativa; ci sentiamo di salvare, per quanto possibile le esperienze recitative offerte da Leslie Bibb e Nicky Whelan.

Il Nostro Verdetto (5-)

[youtube width=”600″ height=”320″]https://youtu.be/71vXzDCKqDw[/youtube]

La recensione di Ave, Cesare! di Joel & Ethan Coen – Un irriverente omaggio alla Hollywood luccicante

I fratelli Coen portano alla luce con “Ave, Cesare!” un’opera tragicomica ma allo stesso tempo molto rispettosa nei confronti di quella “fabbrica dei sogni” che era Hollywood negli anni 50.

Erano gli anni del divismo e delle grandi case di produzioni cinematografiche, molte volte alcuni film erano sorretti dalla presenza dell’attore del momento che talvolta raggiungeva la popolarità non per le sue particolari doti recitative ma per l’abilità dei suoi produttori nell’inserirlo all’interno del girato nella scena giusta e nel fargli frequentare la compagnia adeguata.

Ave Cesare!

In apparenza può sembrare un sistema complesso, ma in realtà semplicissimo, in cui ogni ingranaggio veniva posto nel corretto ordine dal produttore, l’unico uomo a non dormire mai, e a risolvere i problemi più assurdi.

Così come tenterà di fare il produttore della Capitol Studios Eddie Mannix (Josh Brolin) a cui spetterà il compito di ritrovare una star rapita dal set (George Clooney), non inclinare l’immagine dell’attrice acquatica più amata dal pubblico che é rimasta incinta ma non sa l’identità del padre del bambino (Scarlett Johansson), dare una nuova immagine al giovane attore reso famoso dalle corse a cavallo nei film western (Alden Ehrenreich).

Mannix dà importanza a tutti quanti e assicura a tutti una storia che metta in luce le loro capacità anche se, secondo il regista che li sta dirigendo questi artisti in realtà non ne hanno, ma il suo scopo è arrivare a fine giornata col prodotto terminato: é un direttore d’orchestra che riesce a coordinare tutti affinché il risultato sia chiaro e pulito.

Ave Cesare!

Il rapimento di Baird Wthitlock (George Clooney) per mano degli sceneggiatori comunisti altro non é che un campanello d’allarme da parte degli scrittori, una richiesta di attenzioni (e di pagamenti non ricevuti) per una categoria che il sistema circense della circo dei sogni americano non sempre mette al centro della scena, anzi piuttosto l’ignora pur essendo il punto di partenza delle storie che alimenta la macchina.

Clooney gioca col personaggio che interpreta, facendosi gioco del ruolo stesso da attore hollywoodiano che ha potuto vivere fino ad allora grazie ai ruoli interpretati e al sistema produttivo cinematografico che lo lasciato sotto i riflettori per tutti questi anni.

Il nostro parere: 7 e 1/2

I Coen tracciano un ritratto cinico ma allo stesso tempo descrivono il cinema con cui sono cresciuti e che hanno amato, nei suoi pregi e difetti.

“Ave, Cesare!” uscirà nelle sale italiane a partire dal 10 marzo, distribuito da Universal Pictures.

La Recensione di Attacco al Potere 2 – London has Fallen, l’action movie con Gerard Butler

Quasi tre anni dopo lo scoppiettante primo capitolo diretto da Antoine Fuqua, con Attacco al Potere – London has Fallen la storia si ripete, questa volta il presidente degli Stati Uniti d’America ed il suo invincibile bodyguard se la dovranno vedere contro una nuova minaccia proveniente dal Medio Oriente.

Il cast al completo del primo capitolo è stato riconfermato di blocco, cambio invece in cabina di regia, al posto del talentuoso Antoine Fuqua ci ritroviamo il semi-sconosciuto regista iraniano Babak Najafi, un cambio che fin dai primi minuti non sembra convincere.

Ad un primo sguardo la regia di Najafi soffre di manzanza di personalità, il filmmaker iraniano, al suo primo grande impegno hollywoodiano, non riesce ad imprimere al film il giusto ritmo finendo per impacchettare la solita americanata fatta di esplosioni, sparatorie infinite dove compaiono centinaia e centinaia di cattivi, il tutto addobbato dal classico eroe impavido (fin troppo) capace di tutto; avete voglia di clichè? Ecco il film che fa per voi!!!

La sceneggiatura rimpinzata di ovvietà, ed in alcuni momenti di un’assoluta mancanza di realismo, sfrutta al massimo la crisi terroristica mondiale attuale limitandosi però al solo intrattenimento cinematografico, un rischio enorme visto che in certe occasioni si rischia di fomentare altro rancore più che distendere gli animi…. da questo punto di vista, non proprio una scelta felice.

Polemiche politiche a parte, Attacco al Potere 2 – London has Fallen si regge, e neanche poi così tanto, sul discreto impatto visivo creato dal team degli effetti visivi e sul fascino del suo protagonista Gerard Butler, magnetico come non mai, troppo poco per sperare di convincere il pubblico pagante…

Chiudiamo con una piccola critica sullo sfruttamento dell’ottimo cast formato da Aaron Eckhart, Morgan Freeman, Radha Mitchell, Angela Bassett, Jackie Earle Haley e Melissa Leo, stiamo parlando di un cast che avrebbe dovuto avere l’importanza che merita, l’intera sceneggiatura infatti sfrutta l’immagine da eroe di Gerard Butler senza fregarsene di quel po-po di assi nella propria manica…..erroraccio!!!

In conclusione Attacco al Potere 2 – London has Fallen fallisce miseramente l’operazione sequel, un vero peccato visto il potenziale espresso dal primo capitolo!!!

Il Nostro Verdetto (5.5)

La Recensione di The Hallow, l’horror diretto da Corin Hardy

Questa notte vi parliamo di The Hallow (The Woods), l’horror indipendente datato 2015 diretto da Corin Hardy, il regista più volte accostato al nuovo remake del cult Il Corvo.

Presentato in Italia durante lo scorso Torino Film Festival, The Hallow racconta la storia di una coppia di coniugi che, in compagnia del loro bambino, si trasferisce, per un motivo clamorasamente sconosciuto, in una baita di montagna, o per meglio dire, nel buco oscuro più sperduto della ridente isola irlandese.

La baita è situata nei pressi di un bosco al centro di alcune credenze popolari che raccontano di una oscura divinità di nome Hallow, ma chiaramente questo non sembra spaventare i coniugi che cercano di vivere tranquilli nonostante il pericolo.

Da come avrete sicuramente capito della trama, The Hallow non brilla per originalità e di certo la qualità della sceneggiatura non aiuta il cast ed il regista a realizzare un lavoro degno di nota. La regia di Hardy per certi versi sembra voler celare la marea di ovvietà smistate all’interno di una sceneggiatura piatta, ma nonostante le buone premesse, si schianta miseramente contro la volontà del regista di affidarsi a quei soliti clichè di genere che fanno dell’horror moderno, un genere poco avvincente e legato ad una impasse dura da superare.

Il cast è chiaramente sconosciuto ai più: Joseph Mawle ha passato la sua prima parte di carriera ad evitare di farsi conoscere dal grande cinema, ma vedendolo recitare in The Hallow forse abbiamo capito il perchè; Bojana Novakovic è invece l’unica luce in un’ondata di oscurità artistica, ma chiaramente la sceneggiatura non aiuta; siamo quasi certi che la miglior interpretazione sembra essere quella del neonato con vagiti degni di nota…..

In conclusione se The Hallow non è riuscito a trovare mercato in italia ed in molti altri paesi nel mondo è forse perchè la qualità complessiva non è eccelsa e la mancanza di originalità è lampante, due limiti che sembrano accomunare tantissimi altri prodotti horror che però trovano spesso spazio in Italia senza problemi….sarà stato per antipatia allora?!

Il Nostro Verdetto (5.0)

 

La recensione di Suffragette – L’eroica battaglia delle donne che non si sono mai arrese

Dopo esser stato presentato durante la serata inaugurale del Torino Film Festival, arriva al cinema dal 3 marzo Suffragette, il film improntato sulla storia di Abi Morgan, il quale racconta le vicende delle eroine inglesi che all’inizio del 900 lottarono ardentemente affinché venisse attribuita la possibilità di votare anche al sesso femminile.

Furono chiamate “suffragette”, e se inizialmente hanno cercato di manifestare le proprie idee in maniera totalmente pacifica, ma non ottenendo risultati, in seguito si sono viste costrette ad attirare l’attenzione su di se tramite atti violenti (distruzioni di vetrine, tagli ai fili del telegrafo, inserendo bombe nelle cassette delle lettere o attaccando i mezzi di comunicazione).

Suffragette

La regista Sarah Gavron ripercorre la storia di questo gruppo di donne attraverso gli occhi e le azioni di colori che furono le braccia motrici, gli ingranaggi di una macchina rivoluzionaria che esploderà nel corso di un decennio. Ci mostra così le sfaccettature che vi si potevano incontrare: dalla donna più idealista e rivoluzionaria, alla reazionaria, fino a quella che inizialmente si dimostra disinteressata fino al momento in cui capisce quanto sia importante la causa per cui si sta lottando.

La loro é una duplice battaglia: sono madri, mogli, che ottenere lo stesso diritto dei loro colleghi uomini e dei loro stessi mariti, vengono cacciate dal loro posto di lavoro e sfrattate di casa per aver mancato di rispetto il proprio marito e il contratto matrimoniale. Di questo é vittima Maud (Carey Mulligan), lavoratrice dall’età di 7 anni presso una lavanderia dove viene violentata dal datore di lavoro per degli straordinari e non ha mai avuto la forza di reagire, fino a quando giunge al limite e le viene tolto tutto (il lavoro, la casa in cui viveva, suo figlio), si unisce alla sua collega Violet (Anne-Marie Duff) che la conduce da Edith (Helena Bonham Carter), proprietaria con il marito di una farmacia diventatata la sede segreta delle suffragette.

La Gavron non ci parla della carismatica Emmeline Pankhurst interpretata da una superba seppur fugace Meryl Streep, ma bensì di donne comuni che conducono unite una battaglia in cui credono ciecamente, e per cui sacrificano ogni cosa, persino la vita. Lo fa quasi per facilitare l’immedesimazione del pubblico in sala, come se voglia ricordare che chiunque possa vivere una possibile battaglia fuori dalla sicurezza di casa o del proprio posto di lavoro, come se quelle donne in realtà stanno ancora lottando.

Il nostro parere: 7

“Suffragette” risulta nel corso dei minuti la documentazione di una battaglia che non si è mai arrestata da oltre un secolo. Basti pensare che il diritto al voto in Arabia Saudita é stato esteso al sesso femminile solo lo scorso anno! 

Il film esce nelle sale italiane a partire dal 3 marzo, distribuito da BIM Distribuzione.

La Recensione di Lo Chiamavano Jeeg Robot, il film diretto da Gabriele Mainetti

Lo chiamavano Jeeg Robot, il film di Gabriele Mainetti interpretato da Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli, è un omaggio al manga di Go NagaiJeeg Robot d’Acciaio” e all’omonima serie animata.

La vicenda è ambientata a Roma e racconta le avventure di un ladruncolo di nome Ezio che, costretto durante una fuga a gettarsi tra le acque inquinate del Tevere, si ritrova dotato di una forza sovrumana. Incontrerà Alessia, problematica ragazza appassionata della serie animata “Jeeg Robot d’acciaio”, che vedrà in lui Hiroshi Shiba, eroe della serie. Il novello supereroe dovrà vedersela non solo con la camorra, ma anche e soprattutto con un criminale noto come lo Zingaro e con la sua banda.

Il titolo è un inside joke, ossia una trovata umoristica basata sul fatto che il personaggio di Alessia identifica in quello di Ezio il protagonista della serie animata basta sul manga di Go Nagai.

È difficile parlare di questo film senza considerare la condizione attuale del cinema italiano, in cui imperversano commedie e commediole e in cui la mancanza di coraggio da parte di registi, produttori e distributori contribuisce ad una fase di assoluto stallo creativo ed artistico. In questo contesto, “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un tentativo, per certi versi riuscito, per altri meno, di fare un cinema diverso, soprattutto dal punto di vista estetico e narrativo, più che contenutistico.

Non mancano infatti le tematiche sociali, i riferimenti alla situazione politica e all’attualità sociologica, la contestualizzazione linguistica caratterizzata dai dialetti e quella riferita ai luoghi, chi conosce Roma individua praticamente quasi in ogni scena l’ambientazione. Non mancano purtroppo neanche alcuni luoghi comuni tipici del cinema italiano, finiti con l’essere implementati nel calderone di generi e di riferimenti creato dal promettente Mainetti. La novità è semplicemente nella storia, nel raccontare in un contesto in cui non si è abituati, le peripezie di un supereroe per caso che, in fondo, non sa neanche che farsene dei suoi superpoteri.

Gli attori principali sono tutti in parte, Claudio Santamaria monocorde è perfettamente in linea con il suo personaggio, all’opposto c’è lo schizzato Luca Marinelli, che fa un’interpretazione all’insegna dell’overacting, ma che nel caso specifico si rivela una scelta azzeccata per un personaggio sopra le righe quale è lo Zingaro. Ilenia Pastorelli rende bene il disagio del suo personaggio ma rimandiamo ad una prova successiva per un giudizio preciso sulle sue doti attoriali. Meno riusciti i personaggi minori, soprattutto quelli napoletani, alcuni dei quali sono, semplicemente, senza un perché.

Alcuni snodi narrativi e alcune scelte da parte dei personaggi sono inverosimili anche per un contesto come questo e ciò fa storcere, in certi casi, il naso. Ottimi gli inserti splatter anche se ce n’è uno che, tornando al discorso precedente, si rivela, considerata la scena in cui avviene, estremamente inverosimile.

In definitiva possiamo dire che il film, esordio alla regia di un lungometraggio per Gabriele Mainetti , sia un godibilissimo film riuscito soprattutto nella prima parte, scemando notevolmente invece nel finale, ma che, tutto sommato, offre nuove prospettive, oltre che degli spunti interessanti, sulle future possibilità e opportunità per il cinema italiano. Fotografia Magnifica!!

Voto 7+

La recensione di Brooklyn di John Crowley – Solo vivendo il presente si guarisce dalla nostalgia

Presentato in anteprima durante la scorsa edizione del TorinoFilm Festival e attualmente in corsa per la stuatuetta come miglior film, dal 17 marzo sarà possibile vedere nelle nostre sale “Brooklyn” di John Crowley con un’accecante e deliziosa Saoirse Ronan.

La forza di “Brooklyn” si trova principalmente nella semplicità (e veridicità) della storia che lo scrittore Nick Hornby ha adattato dal romanzo omonimo di Colm Tòlbìn: la storia di una giovane ragazza irlandese che negli anni ’50 lascia la sua terra per intraprendere una nuova vita oltreoceano.

Brooklyn

Rose Lacey (Fiona Glascott) fa la contabile in un paesino dell’Irlanda sudorientale, capisce che per la sorella minore Ellis (Saoirse Ronan) non vi sono speranze per un futuro lavorativo e, riesce a trovarle un posto di lavoro a New York. Non sarà facile per Ellis superare il distacco dalla propria casa ma sopratutto dai propri affetti, pur avendo attraversato un oceano lei continua a rimanere legata a loro da un cordone così saldo che non l’aiuta nell’ambientarsi nel nuovo Mondo. Agli occhi esterni sembra malata, ma in realtà ad esser malato é il suo cuore che soffre per il distacco forzato e la lacera con la nostalgia di sua sorella e sua madre.

Si dice che “il tempo guarisca le ferite” e così fa con Ellis, pian piano la ragazza si tiene occupata con lezioni di contabilità e con i balli del sabato sera della parrocchia irlandese, e proprio lì conosce Tony (Emory Cohen) colui che l’aiuterà a capire che é normale sentir la mancanza di casa ma non per questo non deve provare a vivere il suo presente senza sentirsi colpevole.

La narrazione segue tutti i passaggi cardini di un viaggio di formazione e anche qui la protagonista viene portata ad una dura prova: il ritorno a casa, quando sembrava che tutto stesse andando per il meglio, Ellis é costretta a tornare a casa, ed affrontare da “ragazza nuova” l’asprezza e la frustazione di una città che non aveva nulla da offrirle e che ora la rivorrebbe con se.

La nostalgia di casa è come una malattia: prima credi di morire, poi la passi a qualcun’altro

Il nostro parere: 8

Un classico con tutte le caratteristiche che lo appropriano di tale aggettivo. Una sceneggiatura da manuale che segue perfettamente le tappe presenti in un viaggio di formazione e una protagonista che affronta i suoi tormenti e li mostra al pubblico senza spettacolarità estetica, anche solamente con uno sguardo in macchina.

Il film, candidato a tre premi Oscar (miglior film, miglior attrice protagonista, miglior sceneggiatura non originale) uscirà nelle sale italiane il 17 marzo, distribuito da 20th Century Fox.

La recensione di Room – Il rapporto tra madre e figlio in condizioni estreme

Il regista Lanny Abrahamson porta sullo schermo Room tratto dal romanzo di Emma Donoghue e da essa stessa sceneggiato, presentato con successo al Toronto Film Festival dove ha vinto il People’s Choice Award e candidato a quattro premi Oscar tra cui quello come miglior film.

La trama

Jack è un bambino che non conosce nulla del mondo perché nato in un capanno di pochi metri quadrati. Vive con la madre Joy che è stata rapita da “Vecchio Nick” sette anni prima e che si presenta regolarmente per portare cibo e medicine e per fare sesso con la donna, proibendogli così di uscire per qualsiasi motivo.

Il giorno del quinto compleanno di Jack, che comincia a fare domande sullo “spazio” esterno, Joy trova un escamotage per riuscire a scappare da quella prigione nella quale sono costretti a vivere: ma loro saranno pronti a uscire nel mondo?

Il film

Due personaggi, uno spazio chiuso: queste sono le basi su cui si struttura parte del film di Abrahamson. Il mondo, per Jack, è rinchiuso in quelle quattro mura e l’unico mezzo di comunicazione col mondo esterno è una televisione che, come gli ha sempre spiegato la madre, funzione con una magia. Ma a cinque anni, la magia deve finire se si vuole aspirare alla libertà da sempre negata, nonostante al piccolo quel piccolo spazio piaccia.

Solo attraverso la fantasia del bambino quello spazio limitato ci sembra enorme, per niente claustrofobico (a differenza, invece, di quanto accadeva nella seconda parte di The Babadook, che condivide con questo film la tensione emotiva che si crea tra una madre e un figlio, e per questo i due film parrebbero due facce della stesa medaglia): se Jack si trova bene in quel contesto angusto, lo stesso non si può dire per la madre che, esaurite le scuse sul perché si trovano in quella condizione, decide di tentare una fuga.

A metà del racconto, il film si trasforma: da uno spazio chiuso si arriva in un contesto aperto, quel mondo esterno che Joy ha sempre sognato di far vivere a suo figlio il quale, però, fatica ad ambientarsi. Piano piano, però, Jack prende le misure di ciò che fino a quel momento non aveva mai visto nè toccato mentre la madre, pervasa probabilmente da sensi di colpa, entra progressivamente in crisi.

Così, il film dimostra due facce: uno spazio chiuso in cui il bambino può, con la sua fantasia, immaginare il mondo mentre la madre cerca in tutti i modi di fargli capire ciò che il mondo è in realtà, e dall’altra abbiamo un mondo esterno in cui la madre si sente reclusa, vivendo continuamente in una condizione psicologica che la ingabbia. La forza nel film risiede anche nell’amore che Joy prova per suo figlio: un’amore che però deve trasformarsi in senso di morte quando giunge il momento di tentare la fuga (una delle scene più emotivamente forti, nonostante non si veda nulla di concreto, ma che viene vissuto attraverso gli occhi di Jack grazie all’uso della soggettiva).

La regia di Abrahamson è lucida, frantuma lo spazio restituendocelo nella sua parzialità e alternando continuamente il punto di vista di Jack a quello di Joy, immergendo così lo spettatore nei due mondi e nel rapporto tra i due personaggi, in costante tensione emotiva e per i quali si spera sempre un finale positivo. Oltre alla regia, il merito va anche ai due protagonisti: la Larson, vincitrice di un Golden Globe e candidata all’Oscar come miglior attrice, è una rivelazione, così come anche il piccolo Jacob Tremblay, capace di tener testa non solo alla madre, ma anche a una sceneggiatura e a un ruolo non semplici.

Un piccolo, grande film che merita un’attenzione particolare per come è riuscito a gestire un tema forse non nuovo ma con un punto di vista certamente efficace in grado di destare nell’anima un senso di angoscia che resta immutato per tutto il film, anche quando quest’ultimo esce dalla dimensione chiusa per arrivare a un contesto sicuramente più aperto in termini di spazio, ma non per questo più libertario (e liberatorio).

Voto: 8,5

La recensione di Il caso Spotlight – L’indagine di una delle pagine più controverse della storia contemporanea

Il regista Tom McCarthy, attraverso un cast strepitoso, porta al cinema una vicenda controversa avvenuta nei primi anni Duemila che indaga il marciume che si cela all’interno dell’istituzione più grande esistente: la Chiesa Cattolica.

La trama

Boston, 2001. All’interno del Boston Globe, lavora il team Spotlight, ovvero quattro giornalisti che si occupano di inchieste piuttosto scottanti dedite a far conoscere quello che non funziona all’interno della società. Con l’arrivo del nuovo direttore Marty Baron, il team si deve occupare di un’indagine riguardante alcuni abusi sessuali perpetrati da dei preti nei confronti di ragazzini e messi a tacere dalla Chiesa.

A mano a mano che l’indagine avanza, emergono dettagli scottanti che ampliano il terreno arrivando a comprendere circa novanta sacerdoti: il team dovrà ricorrere alla propria determinazione per riuscire a pubblicare una delle storie più controverse della nostra epoca.

Il film

Il cinema ci ha sempre abituato a storie in cui si narrano inchieste poliziesche o giornalistiche atte a far emergere il lato oscuro della società, come ad esempio Serpico di Sidney Lumet Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula. Proprio quest’ultimo capolavoro di cinema civile impegnato sembra il nume ispiratore del film di McCarthy che, seppur diverso nell’indagine riportata, gli si avvicina per contesto (quello giornalistico) e per la struttura della narrazione che si fa via via sempre più fitta e tesa.

Il film, sceneggiato dal regista insieme a Josh Singer e candidato a sei premi Oscar tra cui miglior film, è un perfetto esempio di film costituito prevalentemente da dialoghi che costituiscono la struttura portante dell’intero film; la regia, pur senza vezzi artistici particolari, segue le vicende dei quattro giornalisti che seguono, a loro volta, una vicenda più grande e ci riporta nel complesso la loro fatica e il loro lavoro. Per questo nel film assistiamo alle telefonate fatte dai personaggi e al loro prendere appunti durante le interviste fatte alle vittime (che sono i momenti più toccanti del film): il film diventa così una registrazione puntuale e precisa dell’indagine senza scadere nel sensazionalismo, ma tenendo a freno l’indignazione adottando uno stile secco che mira all’obiettivo e lo centra.

Se il film all’inizio può risultare ostico e lento è per la presentazione (necessaria) dei personaggi e per far entrare lo spettatore nel contesto sociale in cui avvengono le vicende; perciò, a riprese in campi lunghi della città si alternano i primi piani dei volti sia di chi l’indagine la conduce sia delle vittime da essi interrogate. La regia, d’altra parte, non è mai invasiva e lascia liberi gli attori di muoversi e interagire tra di essi senza alcuna costrizione.

Alcune menzioni vanno fatte all’interno cast, da Mark Ruffalo Rachel McAdams passando per Michael Keaton, e al montaggio che non frantuma lo spazio e il tempo, ma procede lineare e accorto insieme alla regia, come se fossero due mani che lavorano insieme.

Il caso Spotlight è un film che deve essere visto, sia per come è stato girato (una lezione di regia “nascosta” ma decisa”) sia per ciò che racconta, capace di far indignare solo ed esclusivamente attraverso il “detto e non mostrato”, evitando così anche una certa morbosità che un tema del genere potrebbe provocare. Passato fuori concorso a Venezia, dove ricevette il pieno consenso di pubblico e critica, sarebbe stato meglio averlo visto in concorso.

Voto: 8.5

 

Piccola considerazione sull’irriverente, divertente e pazzo Deadpool, il cinecomic Fox/Marvel

Sulle nostre pagine abbiamo già recensito in anteprima per voi il cinecomic Deadpool, ma quando si parla di un film che smuove il web, spingendo anche volti noti della Hollywood che conta a dire la propria sui social, allora in quel caso sembra opportuno fare un piccolo approfondimento.

Vietato ai minori non accompagnati negli Usa, il cinecomic Deadpool è arrivato in Italia senza alcuna restrizione (scelta furba, ma non priva di polemiche) portando con se un carico di volgarità, nudità, violenza e diciamocelo pure, quel pizzico di pazzia artistica che in questo caso di certo non ha penalizzato, anzi…

Eppure la produzione di Deadpool non ha di certo navigato nella tranquillità più assoluta, dovendosi districare tra riluttanze varie da parte dei piani alti della 20th Century Fox e problemi di budget, ha trovato a tal proposito in Ryan Reynolds, nel regista Tim Miller e nei due sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick, un poker di artisti pronti a tutto (anche a rischiare la carriera) per portare al cinema una visione di cinecomic tutta nuova, differente da quella alla quale siamo stati abituati a vivere fino ad oggi, aggiungiamo…. menomale!

  • Allora risiede proprio nell’innovazione narrativa e nella voglia di rischiare la vittoria di Ryan Reynolds e company?

La risposta in questo caso pare essere proprio SI; non bisogna dimenticare che Hollywood vive un periodo creativo non proprio eccelso fatto di sequel, prequel, remake e storie trite e ritrite, ragion per cui apprezzare in sala un prodotto completamente diverso da tutti gli altri non poteva che rappresentare il punto focale di una vittoria per niente annunciata, e non fa nulla se per vincere alla Fox hanno dovuto cedere alla valanga di volgarità, nudità e violenza voluta fortemente da Ryan Reynolds e company.

  • Ma cosa bisogna aspettarsi dal dopo Deadpool?

La speranza è che ora la voglia di strafare non venga raccolta ed emulata dalla quantità industriale di esaltati in quel di Hollywood, essa deve infatti essere tenuta a bada e sfruttata solo da quei pochi fortunati geni della cinematografia capaci di realizzare progetti di qualità.

L’universo dei fan si è dimostrato pronto per il cambiamento (rischioso) abbozzato con Deadpool, ora bisognerà capire quanto ad Hollywood lo saranno…. il rischio è quello di finire in un vortice sconsiderato fatto di progetti senza contenuto dove l’unico obiettivo rimane impressionare il pubblico con tutto ciò che ha fatto solo da contorno nel film di Tim Miller.

Universal Movies promuove a pieni voti il Deadpool della Fox e spera in un rinato spirito creativo in quel di Hollywood.

Verdetto Finale per Deadpool:  7.5

[socialpoll id=”2335871″ path=”/polls/2335871″ width=”500″]

La recensione di Zootropolis – Un film “animalesco” per parlare di diversità e integrazione

Il nuovo film Disney mette in primo piano gli animali per affrontare temi attuali con leggerezza e con una visionarietà che lascia stupefatti.

La trama

Judy è una coniglietta di campagna con un solo sogno: diventare una poliziotta. Non è facile per una coniglietta entrare nel corpo di polizia, ma con la sua tenacia riesce a superare i corsi dell’accademia per giungere finalmente nella città di Zootropolis.

Nonostante sia considerata inferiore a causa della sua razza, Judy dovrà far conto sulle sue forze e la sua tenacia, e su quelle di Nick Wilde, un’imbrogliona ma scaltra volpe per far luce su un caso di animali scomparsi. Non sarà facile risolvere il caso, ma nemmeno stabilire un rapporto di fiducia tra possibile preda e possibile predatore…

Il film

La Disney ci ha abituato a immersioni in universi completi e immaginifici, anche senza l’apporto di persone umane (vedasi Robin Hood o Il Re Leone): questa volta, oltre alla creazione di personaggi a tutto tondo, su cui svetta la protagonista che riesce a racchiudere lo spettro quasi completo delle emozioni umane, inserisce anche una trama gialla che prevede la risoluzione di un caso.

Proprio questo aspetto risulta una mossa vincente, in grado di appassionare gli spettatori più adulti mentre i più piccoli si divertono con gag alcune pienamente riuscite (valga per tutte quella con il bradipo Flash) ai quali però la trama poliziesca potrebbe risultare difficoltosa da seguire e troppo “noir” in certi momenti, e infatti gli spettatori più adulti e cinefili non faranno fatica a riconoscere alcuni riferimenti a certi film di genere anni Quaranta e Cinquanta. L’altra caratteristica che rende il film piacevole è la riuscita commistione tra i vari microcosmi che convivono nella città, quasi fossero piccoli mondi che concorrono a crearne uno più grande.

Il film, attraverso sequenze d’azione mirabolanti e gag, arriva a toccare argomenti più che mai d’attualità come la diversità e l’integrazione razziale: in questo modo, l’universo di Zootropolis risulta efficace metafora del mondo umano contemporaneo in cui i più forti non devono sovrastare i più deboli e le “razze” diverse dalla propria non devono essere considerate inferiori. Non solo, ma il film contiene anche un messaggio che invita chiunque a poter essere ciò che vuole e non limitarsi a essere ciò che è: per un bambino, questa morale non è assolutamente da buttar via, ma anche i più adulti farebbero bene a tenerlo a mente.

Zootropolis è un film che diverte facendoci riflettere e, nonostante qualche caduta di ritmo a metà durata, è uno spettacolo per gli occhi e per la mente in grado di ammaliare qualsiasi tipo di pubblico.

Voto: 8