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[Recensione] Batman v Superman: Dawn of Justice – Ecco cosa ne pensiamo!

Tanto clamore, tanta attesa, tantissimi milioni spesi tra produzione, compensi attoriali e campagna promozionale…. alla fine Batman v Superman: Dawn of Justice è giunto in sala quasi in tutto il mondo, sarà stato il cinecomic che tutti i fan DC Comics si aspettavano?

Qui su Universal Movies abbiamo già recensito il cinecomic in anteprima, ma dopo una seconda visione (questa volta nel formato IMAX 3D) ci sentiamo di tornare nuovamente nel mondo catastrofico creato da Zack Snyder e dare un secondo parere su ciò che effettivamente Batman v Superman ha significato per coloro che speravano nel miracolo Warner Bros/DC Comics.

  • Partiamo dall’aspetto che più teneva col fiato sospeso i vari fan: Ben Affleck è stato il Batman che tutti speravano di vedere dopo la spettacolare interpretazione di Christian Bale nella trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan?

Beh, in effetti il contesto è diverso… la trilogia di Nolan è stata improntata sulla realisticità, di conseguenza il Batman di Bale non poteva non risultare intenso, viscerale e straordinariamente legato alle origini di un mito che da anni appassiona milioni di fan in tutto il mondo; Ben Affleck chiaramente non è Bale, non ha la stessa classe recitativa di Bale, ma di certo non ha sfigurato… egli si è calato nel personaggio con astuzia e carisma, riuscendo si a prendere le distanze dal suo predecessore, ma mantenendo immutato quel fascino che da sempre contraddistingue il Crociato di Gotham. Quindi si, il Batman di Ben Affleck ci piace!!!

  • Il secondo punto è chiaramente dedicato al lavoro di Zack Snyder, da molti stra-criticato dopo il non apprezzatissimo L’Uomo d’Acciaio, film che ha dato il via al DC Extended Universe della Warner Bros.
Batman v Superman: Dawn of Justice

Con Batman v Superman: Dawn of Justice ci si aspettava un cambiamento di rotta rispetto a L’Uomo d’Acciaio, almeno dal punto di vista narrativo, ma in questi termini purtroppo il cambiamento non c’è stato; Zack Snyder ha improntato la propria visione del DC Extended Universe in maniera iper spettacolare, forse fin troppo. Ancora una volta il regista ha fatto si che l’attenzione dei fan si spostasse sull’aspetto prettamente visivo dimenticando di dare spazio alla narrazione, spesso poco chiara ed in alcuni casi frammentaria, a sua parziale difesa dobbiamo ammettere che il film soffre di una quantità industriale di tagli (mancano all’appello 30 minuti di girato che vedremo nel final cut dell’edizione home video), tagli che “forse” hanno snaturato ciò che era il suo progetto iniziale. Il risultato di questi tagli è un montaggio deludente, a tratti snervante. Quindi NO, Zack Snyder non ci ha convinto…rimandato a Justice League!

  • Il terzo punto non poteva non riguardare la gestione dello scontro tra Batman e Superman e le successive basi per la Justice League.
Batman v Superman: Dawn of Justice

A parer nostro la scelta narrativa di Snyder di puntare solo sull’apporto di Wonder Woman per questo primo capitolo “potrebbe” essere una scelta positiva; inserire altri personaggi della Justice League all’interno di Batman v Superman avrebbe potuto appesantire maggiormente una sceneggiatura già zoppicante, intelligente quindi la scelta di dare spazio agli altri personaggi (Flash, Aquaman e Cyborg) solo col classico contagocce.

Sullo scontro epico tra Batman e Superman pare che Snyder abbia voluto prendere spunto da Frank Miller e dal suo The Dark Knight Returns, tanti infatti sono gli ammiccamenti alla spettacolare opera del fumettista, spesso riusciti, ma in alcuni casi troppo marcati e poco attinenti con lo stile aggressivo del regista. Non convince inoltre il modo in cui il regista fa si che i due “gladiatori” vengano a patti….(non vogliamo spoilerare, quindi diciamo solo che non era proprio quello il modo).

  • Un altro punto da prendere in considerazione è l’apporto dei personaggi cosiddetti “secondari”!

Non dispiace l’utilizzo fatto di Jesse Eisenberg, convince la sua interpretazione sopra le righe di Lex Luthor, egli trasmette alla grande tutto il fascino di uno dei villain più importanti dell’universo fumettistico DC Comics; troppo centrale invece il ruolo della Lois Lane di Amy Adams, attenzione non critichiamo la bravura dell’attrice, ma come Snyder utilizza il suo personaggio in alcuni momenti della storia. Doomsday risulta troppo grossolano, un villain senza anima che non poteva assolutamente far si che i fan empatizzassero per le sue sorti….una cartuccia davvero sprecata da Snyder.

Un ultimo apprezzamento infine non poteva non andare alla spettacolare colonna sonora di quel genio immortale di Hans Zimmer (qui in coppia con Junkie XL), mai fuori luogo le sue epiche musiche, un vero fiore all’occhiello per una produzione che avrebbe potuto essere magnifica, ma che in fin dei conti si è solo accontentata di mettere fieno nelle casse della Warner Bros portando semplice e pura spettacolarità nelle sale di tutto il mondo.

Sarà il Suicide Squad di David Ayer a rialzare le sorti del DC Extended Universe?

Il Nostro Verdetto 7-

La Recensione di Batman vs Superman: Dawn of Justice, il cinecomic di Zack Snyder


In un’epoca in cui siamo follemente intimoriti dagli attacchi terroristici cosa potrebbe esserci di peggio del supereroe beniamino della città che per far del bene in realtà fa più danni? La vendetta covata da un altro giustiziere che inerme ha dovuto assistere all’orrore e per due anni ha aspettato di fargliela pagare.

Questa la premessa di “Batman vs Superman: Dawn of Justice” il cinecomic realizzato dal regista Zack Snyder, il primo film in cui l’Uomo d’Acciaio incontra l’Uomo Pipistrello sul grande schermo. Superman/Clark Kent (Henry Cavill) e Batman/Bruce Wayne (Ben Affleck) sono due opposti: il giorno e la notte, l’uomo dei cieli e l’uomo che si muove nell’ombra, l’alieno e l’uomo, l’emotivo e il freddo cupo, sono totalmente diversi anche se vivono per far del bene, ognuno a modo proprio.

Scontatamente non vanno d’accordo, neanche smascherati ma l’odio che proveranno li renderà più forti, e la loro battaglia più cruenta. Sono tormentati dai loro passati, dagli affetti che hanno perso in battaglie che non sono stati in grado di affrontare, e proprio questo dolore che si trascinano li farà avvicinare per un breve lasso di tempo.

La sceneggiatura di Chris Terrio risente di qualunquismo, come se avesse avuto due ferrari e le avesse fatto correre ad acqua, neanche il 3D riesce a regalare spettacolarità alle scene d’azione, estremamente piatte.

Troviamo una Lois Lane (Amy Adams) nelle vesti della donzella in pericolo che viene sempre salvata dal suo amato supereroe, un maggiordomo Alfred (Jeremy Irons) ormai specializzato in altissima tecnologia, un psicopatico Lex Luthor (Jesse Einsenberg) che ci fa rimpiangere i vari Jocker e una donna dalle misteriose origini e dalla forza sovraumana, Wonder Woman (Gal Gadot).

Profonda nota di merito per la colonna sonora, l’unica che coinvolge totalmente durante la visione.

Batman v Superman: Dawn of Justice

Il nostro parere: 6- 

Snyder poteva osare di più, ma forse spera di sparare colpi migliori con i prossimi cinecomic in preparazione per il 2017 e il 2018 in cui farà scendere in campo la Justice League (Flash, Aquaman, Hawkgirl, Lanterna Verde). Eppure porta il compito a casa con pacatezza, senza strafare con gli effetti speciali e senza stravolgere troppo le vicende dei giustizieri.

“Batman vs Superman: Draw of Justice” uscirà in anteprima nelle sale italiane il 23 marzo, distribuito da Warner Bros.

La rencensione de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2 – Ritorna l’allegra ed ingombrante famiglia Portokalos

Dopo 10 anni dal successo del Il mio grosso grasso matrimonio greco la sceneggiatrice e attrice di origine greca Nia Vardalos ritenta il successo nei cinema con il suo sequel, raccontandoci le vicende della sua strana famiglia Portokalos.

Fu difficile per la famiglia Portokalos accettare il matrimonio tra Toula (Nia Vardalos) e l’americano Ian (John Corbett), eppure dopo 16 anni li ritroviamo ancora felicemente sposati e genitori di Paris (Elena Kampouris), un’adolescente che tenta ogni giorno di svincolarsi dalla soffocante famiglia e dalle origini elleniche che ogni giorno suo nonno le ricorda.

Infatti l’anziano Gus Portakolos (Michael Costantine) é ossessionato dalle sue origini, tanto da vivere nella convinzione di essere un diretto discendente di Alessandro Magno e di avere le prove per dimostrarlo; proprio durante questa sua ricerca genealogica scopre che sul suo certificato di matrimonio manca la firma del prete e quindi il suo matrimonio con Maria (Lainie Kazan) non é valido.

E ora come si fa? Niente paura, ci pensa la famiglia: si organizza un sfavillante matrimonio.

Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2

Una famiglia ingombrante, chiassosa, che regala abbracci stretti quasi soffocanti ma allo stesso tempo rappresenta la forza di ogni componente dei Portokalos, e se ne accorgerà presto anche Paris che la sua imbarazzante famiglia in realtà è strana ma allo stesso tempo unica.

Vi sono battute pungenti e momenti imbarazzanti, una zia Voula senza peli sulla lingua che dispensa consigli a sorella e nipote, una bis nonna di pochissime parole (ma vere e giuste) e che con una mossa mette tutti in riga lasciando tutti a bocca aperta.

L’ironia e la spontaneità dei personaggi ci ricorda che le stranezze culturali in realtà sono l’arco verso la conoscenza, la complicità e la libertà di scelta, solo dopo averli raggiunti ci si può considerare veramente felici.

Bennet: Non sei al club greco?
Paris: Per me ogni giorno é un club greco!

Il nostro parere: 6 e 1/2
Anche se ricalca in buona parte la sceneggiatura candidata agli oscar nel 2002, Kirk Jones ci fa ritrovare il sorriso attraverso ogni membro della famiglia greca che ci ha ricordato che le diversità rappresentano i punti di forza di una persona e ci rendono speciali agli occhi degli altri.

“Il mio grosso grasso matrimonio greco 2” uscirà nelle sale italiane il 24 marzo, distribuito da Universal Pictures.

La recensione di Land of mine, l’intenso film diretto da Martin Zandvliet

Gli effetti della seconda guerra mondiale sono ancora vivi nelle nostri menti anche grazie ai film dedicati a quelle tragiche vicende, Martin Zandvliet sceglie di far emergere dalle pagine di storia la drammatica vicenda di un gruppo di ragazzi tedeschi “prigionieri di guerra” col compito di sminare le coste danesi.

Land of Mine

Dei ragazzi hanno il compito di ripulire le spiagge danesi da tutte le mine piazzate dall’esercito tedesco durante il secondo conflitto, rischiando la vita pur di ripulire le sabbie danesi dai mortali ordigni nascosti sotto terra, espiando così colpe che appartenevano al Paese e non alle sue persone.

Nell’immaginario comune i cattivi sono sempre stati i nazisti, uomini spregevoli colpevoli del genocidio di una popolazione, ma una volta finita la guerra, sconfitti, sono passati dalla parte delle vittime e hanno dovuto accettare le conseguenze delle loro azioni e raccogliere l’odio che hanno sparso nei territori occupati. Così é avvenuto in Danimarca, una nazione che ha subito 5 anni di occupazione nazista e nel 1945, approfittando di un cavillo legale, attua la sua vendetta personale sfruttando i giovani militari tedeschi, raggirando la convenzione di Ginevra.

Land of Mine

I 14 ragazzi tedeschi  “Land of mine” hanno l’aria confusa, alcuni di loro non hanno mai imbracciato un’arma, sognano la propria terra e il futuro e allo stesso tempo sono spaventati ed invocano la propria mamma, ma la loro giovane età non intenerirà il sergente Leopold Rasmussen (Roland Møller). Finita la guerra inizia una nuova battaglia alla sopravivvenza che ci tiene col fiato sospeso fino ai titoli di coda, non tutti i ragazzi il giorno dopo ritorneranno in spiaggia a scavare sotto la sabbia.

Il sergente Rasmussen manifesta il suo disprezzo per i ragazzi tedeschi, non li risparmia dalla fatica, anche se il suo lato più umano si mostrerà per un breve lasso di tempo per poi ritornare all’avarizia della parola in un secondo, lo stesso che serve ad una mina per esplodere.

Zandvliet alimenta la tensione e l’angoscia dello spettatore alternando campi lunghi che ci mostrano anche la bellezza naturale della spiaggia a primi piani strettissimi sui volti dei giovani soldati, cercando quasi di farci penetrare nel loro sguardo innocente.

Il nostro pare: 7 e 1/2
Seppur la storia presenta un’impostazione accademica, Zandvliet riesce a rielaborare le situazioni tipiche del cinema di guerra portando alla luce episodi non molto conosciuti, e capovolgendo i ruoli tra buoni e cattivi.

“Land of mine- Sotto la sabbia” uscirà nelle sale italiane il 24 marzo, distribuito da Notorius Pictures, inoltre il ricavato del primo giorno di programmazione sarà devoluto ad Emergency per sostenere gli ospedali per le vittime di guerra presenti in Afghanistan.

La Recensione di Beasts of No Nation, il film scritto e diretto da Cary Fukunaga

Ecco la nostra recensione di Beasts of No Nation, il nuovo film scritto e diretto da Cary Fukunaga.

In un paese dell’Africa occidentale non meglio specificato, il giovanissimo Agu, interpretato dall’esordiente Abraham Attah, vive assieme alla sua famiglia. L’apparente tranquillità del villaggio dove vivono, inizialmente identificato come territorio cuscinetto, viene turbata dall’arrivo delle milizie e, quindi, della guerra.

Nella confusione generale il piccolo Agu, la cui famiglia viene trucidata mentre solo la madre e il fratello più piccolo riescono a partire per la capitale, si rifugia nella boscaglia. Qui verrà trovato dai ribelli che lo costringeranno a ricevere l’addestramento per diventare uno di loro.

Più che un film sui bambini soldato è un film sulla guerra vista attraverso gli occhi di uno di loro. Assistiamo così al rapido passaggio da bambino a uomo che il giovanissimo protagonista è costretto a compiere prima del tempo, tra efferatezze compute e osservate, tra l’ingenuità di un bambino che in fondo non sa neanche per chi o per che cosa sta combattendo e l’orribile abituarsi a vedere la morte come una compagna costante della sua esistenza. Ciò che spaventa infatti non è l’eccezionalità dell’evento truculento, ma la normalità dello stesso in una condizione estrema come quella dei protagonisti della vicenda.

Non mancano, soprattutto nella parte iniziale, momenti eccessivamente esplicativi volti a raccontare con le parole alcuni contenuti, cosa che in realtà fa un po’ storcere il naso in quanto far parlare le immagini e gli eventi e non i personaggi sarebbe stato, per certi versi, preferibile anche se avrebbe, magari, reso più difficile la comprensione ad un pubblico distratto. Sebbene inoltre alcuni snodi narrativi facciano inevitabilmente pensare ad alcuni cliché, i momenti di forte intensità non mancano e rivelano il talento di Fukunaga, regista della straordinaria prima stagione di “True Detective”, capace, anche grazie all’aiuto di una magnifica colonna sonora, a emozionare e al contempo spingere alla riflessione.

Idris Elba, che interpreta il comandante delle forze ribelli, ha vinto il SAG (Screen Actors Guild Award) come miglior attore non protagonista; vittoria meritatissima.

Voto: 8

La rencensione di Truth di James Vanderbilt con Cate Blanchett e Robert Redford

“Il primo obbligo del giornalismo é nei confronti della verità” questo è uno degli fondamenti del lavoro di un giornalista e del team della reporter e produttrice televisiva Mary Mapes del programma serale “60 Minutes” di CBS news. 

Truth

Mancano pochi mesi alle elezioni presidenziali americane, é il 2004 e George W. Bush prova a rinnovare il suo mandato contrastando il suo avversario democratico John Kerry: il loro passato militare verrà molto discusso durante il periodo della campagna elettorale.

Mary Mapes (Cate Blanchett) fiuta lo scoop quando scopre che Bush negli anni 70 ha evitato il reclutamento per la guerra in Vietnam grazie ad una raccomandazione (suo padre era già al Congresso) entrando nella Guarda Nazionale e, misteriosamente scomparve dalle carte dell’esercito per quasi un anno, per poi riapparire per un congedo anticipato.

La giornalista e produttrice televisiva del più prolifero programma serale d’informazione mette su un team di giornalisti (Dennis Quaid, Elisabeth Moss e Topher Grace) con l’obiettivo di rintracciare i documenti che testimoniassero l’operato del rampollo texano all’interno della Guardia Nazionale.

Truth

L’8 settembre 2004 lo storico anchorman di CBS news Dan Rather (Robert Redford) annuncia il servizio sul reportage investigativo nel quale venivano mostrate le prove secondo cui il Presidente George W.Bush aveva trascurato il suo dovere nel periodo in cui prestava servizio come pilota della Guardia Nazionale dal 1968 al 1974. Nei giorni a seguire ad essere sotto la lente d’ingrandimento non é Bush, bensì la Mapes e Rather: il servizio di “60 Minutes” viene messo in discussione e smantellato elemento per elemento, confutando la provenienza e l’attendibilità della documentazione pubblicata.

Per la prima volta a screditare l’autenticità dei documenti é una blogger che contesta il formato di scrittura dei certificati firmati dal Colonnello Killan, sostenendo che non potevano esser stati scritti da una macchina da scrivere: é la prima volta che l’internet interferisce e ha un ruolo determinante all’interno di una notizia.

La rete costringe Dan Rather a ritrattare e a scusarsi con i telespettatori per il servizio, e a dimettersi dopo anni di onorato servizio, mentre Mary Mapes e il suo team vengono incriminati e licenziati ad effetto immediato. Eppure avevano solamente cercato di raccontare la verità, e di fare il loro lavoro.

Tutti noi andiamo alla ricerca della verità, in alcuni casi essa può sfuggire, far soffrire o addirittura far crollare tutto quello che si è costruito

James Vanderbilt, regista di “Truth”

Mary Mapes viene licenziata e accusata per aver cercato di raccontare dei lati scoperti della vita dell’uomo più potente della nazione, e questo le è costato una carriera che si era costruita duramente per anni.

James Vanderbilt non ci porta a patteggiare ma ci racconta schematicamente cos’è accaduto dal giugno 2004 fino a pochi mesi dopo la messa in onda del servizio di “60 Minutes”, mette insieme i pezzi di quello che verrà denominato Rathergate . Ci descrive come la libera informazione sia stata calpestata e il lavoro di una eccellente giornalista produttrice sia sfumato in un batter di ciglio e come la verità di una notizia possa esser messa in discussione da sconosciuti leoni da tastiera.

Il nostro parere: 7 

La forza e la tenacia di Mary Mapes interpretata magistralmente da Cate Blanchett ci ricorda cosa significa credere nel proprio lavoro e nella verità della narrazione, lottando contro tutto e tutti, subendo anche inutilmente solo perchè si é disposti rischiare.

Truth- il prezzo della verità, dopo esser stato presentato al Festival del Cinema di Roma lo scorso ottobre, uscirà nelle sale italiane il 17 marzo, distribuito da Lucky Red.

La Recensione di Ex_Machina, lo sci-fi diretto da Alex Garland, con Alicia Vikander

La ricerca della perfezione nella robotica e della cosiddetta IA (Intelligenza Artificiale) sono di certo le ultime frontiere che il genere umano si è prefissato di raggiungere, non stupisce quindi che Hollywood di volta in volta cerchi il modo di approfittarne, in quest’occasione lo fa con Ex_Machina.

Diretto nel 2015 da Alex Garland ed interpretato da un trio di attori straordinari come Alicia Vikander (neo premio Oscar), Oscar Isaac e Domnhall Gleeson, Ex_Machina è un progetto fantascientifico che non conta su di una grandissima dote di effetti speciali per giustificarne la sua realizzazione, ma nello stesso modo centra il suo obiettivo, diventare uno dei film fantascientifici più intensi giunti in sala negli ultimi anni.

Alex Garland con Ex_Machina realizza un film intimo, dove ciò che si deve intuire dalle immagini proposte è più importante di quello che realmente gli occhi riescono a percepire; l’intelligenza artificiale e le problematiche connesse alla sua realizzazione passano in secondo piano e lasciano il posto alle conseguenze etiche del creare la vita, un potere che dovrebbe rimanere solo e soltanto nelle mani di Dio.

Il ritmo lento e compassato della sceneggiatura scritta dallo stesso Garland non annoia e permette allo spettatore di intuire al meglio le intenzioni dei protagonisti, lasciando tra l’altro spazio ad interessanti spunti di riflessione sul tema del rapporto tra uomo e macchina.

Gli effetti speciali di Ex_Machina non sono straordinari, ma nel contempo rappresentano bene ciò che il regista vuole portare in scena, le scenografie minimal fanno da controaltare a ciò che in molti si aspettano dal futuro, ma anche in questo caso regalano classe ad un progetto che di certo non verrà dimenticato troppo presto.

Se un film riesce a colpire al cuore il pubblico è anche grazie all’ottima interpretazione dei suoi interpreti, ed in questo caso Oscar Isaac, Domnhall Gleeson ed una fantastica Alicia Vikander non fanno altro che illuminare le singole le scene in cui recitano, mai i tre protagonisti calcano la stessa scena, ma l’ottima interconnessione artistica creata tra loro fa si che ogni scena sia sempre pregna di arte recitativa.

In conclusione Ex_Machina è un progetto che merita di essere annoverano nella storia del genere fantascientifico, e per il tema affrontato, e per la classe espressa dal regista Alex Garland, e per un cast straordinario.

Il Nostro Verdetto (7.5)

La Recensione di All Cheerleaders Die, l’horror diretto da Lucky Mckee e Chris Sivertson

All Cheerleades Die è un horror prodotto nel 2013, remake dell’omonimo film del 2001 diretto dagli stessi Lucky Mckee e Chris Sivertson che, avendo a disposizione un budget decisamente superiore rispetto a quello disponibile per il primo film, hanno deciso di realizzarne una nuova versione.

La pellicola racconta la storia di Maddy, una ragazza decisa a vendicare la morte, avvenuta tre mesi prima a causa di un incidente durante gli allenamenti, di Alexis, arrogante ed altezzosa cheerleader. Maddy, convinta che la morte dell’amica non sia stata un semplice incidente, decide di entrare nel team di cheerleader per vendicarsi.

Questo revange movie suggerisce fin dal titolo non solo una parte fondamentale della trama, anche se in un certo senso le aspettative saranno tradite, ma anche l’ambientazione e il contesto in cui si svolge la vicenda. I registi prendono tutti gli elementi tipici degli horror per teenager tanto in voga nei primi anni 2000, con una strizzatina d’occhio anche agli slasher movie d’ambito studentesco degli anni ‘80/’90, e creano un film in cui ogni stereotipo dei suddetti generi è presente, quasi a creare un opera che sia il compendio di questi elementi caratterizzanti del filone.

Ci sono le cheerleader belle e ingenue, talvolta anche altezzose, i giocatori di football arroganti e scontrosi, la sfigata che nessuno prende sul serio ma che in realtà è l’unica con un briciolo di cervello, questo solo riguardo i personaggi. Le situazioni non sono da meno: sesso, risse, battibecchi, piagnistei, oltre che musica pop e linguaggio giovanile.

Esistono film in cui questi elementi vengono presi e rinnovati, non è questo il caso, semplicemente è tutto già visto…

Voto: 4

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La Recensione di The Divergent Series: Allegiant, il nuovo film diretto da Robert Schwentke

The Divergent Series: Allegiant è il terzo capitolo (il penultimo) della saga tratta dai romanzi di fantascienza per giovani adulti firmati da Veronica Roth, nel cast spiccano i nomi di Shailene Woodley, Theo James, Naomi Watts, Jeff Daniels e Miles Teller.

Col secondo capitolo uscito nelle sale lo scorso anno ci siamo lasciati con Tris e Quattro (i due protagonisti della saga) tra i fautori della liberazione di Chicago dalla tirannia di Jeanine (Kate Winslet), ora il mistero delle fazioni è finalmente svelato e le delimitazioni architettoniche della stessa Chicago sono pronte ad essere abbattute….anche se ciò che si cela al di là delle mura sembra spaventare più di qualcuno.

Il regista Robert Schwentke torna nuovamente nel futuro distopico creato dalla Roth dopo la discreta direzione del secondo capitolo intitolato The Divergent Series: Insurgent, questa volta però qualcosa nella sua regia non sembra funzionare come in molti speravano. The Divergent Series: Allegiant soffre di troppi punti oscuri a partire da una sceneggiatura che non convince e fa storcere il naso in più occasioni.

A differenza del primissimo capitolo capace di regalare al pubblico qualcosa di realmente diverso, sia dal punto di vista narrativo (questo è in parte dovuto alla trama dei romanzi della Roth) che da quello prettamente cinematografico, Allegiant sembra volersi adagiarsi sugli allori, Schwentke infatti non spinge adeguatamente sull’acceleratore e realizza un film discreto si, ma che avrebbe potuto (e dovuto) dare la spinta definitiva ad una saga piena di potenziale che ha però registrato un preoccupante calo qualitativo già a partire dal secondo capitolo.

Dal punto di vista estetico Allegiant dimostra di dare ottimi spunti di riflessione, spettacolari infatti le locations futuristiche ricreate con cura e nei minimi dettagli, non stiamo parlando di effetti speciali da super blockbuster, ma di certo da questo lato Schwentke non sembra avere nulla da rimproverarsi…. il budget era quello che era, ed il risultato va più che bene.

Il cast di Allegiant è chiaramente riconfermato in blocco dopo il secondo capitolo (Insurgent) e questo non può che essere un fattore positivo, è indubbio infatti che attori come Shailene Woodley, Theo James, Miles Teller e Ansel Elgort rappresentino il futuro di Hollywood, vederli tutti insieme in una sola pellicola non può che giovare al risultato finale; Naomi Watts, Jeff Daniels e Octavia Spencer hanno inoltre contribuito a dare al film quel tocco di classe che meritava.

Una considerazione particolare va fatta su Shailene Woodley, un’attrice capace di far innamorare Hollywood solo qualche anno fa, ma che sembra soffrire in questo periodo di una “divergenza” acuta, ovvero così capitato ad altri suoi colleghi (citiamo Daniel Radcliffe per Harry Potter, Kristen Stewart e Robert Pattinson per Twilight), anche la sua luminosità sembra offuscata dal successo del franchise che l’ha lanciata nel panorama mondiale hollywoodiano…. speriamo di sbagliarci chiaramente!!

In conclusione The Divergent Series: Allegiant è un discreto film di intrattenimento, ma non riesce, così come il suo predecessore (Insurgent), ad emulare gli ottimi risultati qualitativi dimostrati dal primo capitolo (Divergent)… non resta che sperare nell’ultimo capitolo in uscito il prossimo anno dal titolo The Divergent Series: Ascendant.

Il Nostro Verdetto (6.5)

La Recensione di Cabin Fever: Patient Zero, l’horror diretto da Kaare Andrews

L’horror Cabin Fever: Patient Zero è stato diretto da Kaare Andrews nel 2014, esso è il nuovo capitolo della saga horror nata dalla mente di Eli Roth nel 2002 capace di generare due sequel ed un remake di prossima uscita.

Al centro della trama della saga una malattia infettiva che attacca gli organi interni del paziente infetto sciogliendone i tessuti e provocando una morte atroce. In Cabin Fever: Patient Zero abbiamo a che fare con due storie parellele che finiscono per collegarsi ad un certo punto del racconto: la prima segue un gruppo di ragazzi pronto a tutto per realizzare il più bizzarro addio al celibato su un’isola deserta, la seconda invece un team di ricercatori intenti a trovare una cura della malattia in questione svolgendo esperimenti segreti su quello che viene considerato il paziente zero, colui che è portatore sano del terrificante morbo.

Dimenticando il secondo assurdo capitolo realizzato nel 2009 senza troppe pretese, Patient Zero prova, almeno in parte, a ripercorrere le orme del primo capitolo diretto da Eli Roth: l’aspetto gore è ancora fortemente protagonista, ma stavolta viene accompagnato da quella che sembra una trama con del potenziale, questo già è un punto di partenza positivo rispetto al capitolo precedente.

La prima parte sembra promettere bene con le due storie che viaggiano su binari separati e vengono via via intrecciate in maniera discreta da Andrews, ma la seconda impatta contro un muro di assurdità, dove l’ovvio e lo scontato prendono il sopravvento e la sceneggiatura comincia a perdere solidità e consistenza. Il finale è addirittura privo di ogni logica e perde via via contatto con la realtà.

Patient Zero fa i conti inoltre con la poca esperienza di un cast semisconosciuto guidato da uno Sean Austin mai cresciuto artisticamente dopo la saga Il Signore degli Anelli; è vero che dalla sceneggiatura non ci si poteva aspettare troppa qualità, ma sperare di avere interpreti migliori forse era il minimo….!!

In definitiva Cabin Fever: Patient Zero si allontana dallo scempio di Cabin Fever: Il Contagio, ma diventa solo un lontano parente del primo discreto capitolo diretto da Eli Roth (Cabin Fever); cosa aspettarsi ora dal remake?!

Il Nostro Verdetto (5-)

La recensione di Il figlio di Saul – L’Olocausto visto attraverso gli occhi di chi lo ha vissuto

Il figlio di Saul, diretto dall’ungherese esordiente Làszlò Nemes, ha vinto il Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes, il Golden Globe e il premio Oscar come miglior straniero e si propone di affrontare il delicato tema dell’Olocausto con uno stile innovativo.

La trama

Nel campo di concentramento di Auschwitz, Saul Auslander è un ungherese membro dei Sonderkommando, ovvero gli ebrei isolati all’interno del campo, obbligati ad aiutare i nazisti nell’opera di sterminio. Il suo specifico incarico è quello di pulire la camera a gas, portare i corpi nei forni crematori e disperderne le ceneri; mentre è intento a pulire, assiste all’uccisione da parte dei nazisti di un ragazzo inspiegabilmente sopravvissuto alla camera a gas.

Saul crede di riconoscere in quel ragazzo suo figlio di cui aveva perso le tracce tempo addietro e si impegna per evitargli la cremazione e garantirgli una degna dei sepoltura: perciò, si mette alla ricerca di un rabbino che lo aiuti nell’intento, mentre gli altri membri del Sonderkommando progettano una rivoluzione all’interno del campo.

Il film

La trama è tutta qui, ma tanto basta. Di film sull’Olocausto ne sono stati realizzati molti, ognuno con uno stile e un punto di vista diversi, si pensi ad esmepio a Schindler’s List, a La vita è bella o a Il pianista (solo per citare quelli più noti). L’esordiente Nemes (classe 1977) sa che l’argomento trattato può incorrere in rischi di spettacolarizzazione e banalizzazione, e per aggirare questi rischi adotta uno stile di regia che sorprende: la macchina da presa resta incollata, dall’inizio alla fine, al personaggio di Saul (interpretato dal poeta ungherese Géza Rohrig), lasciando sullo sfondo (e fuori fuoco) il contesto in cui si muove. Saul viene quasi sempre ripreso di spalle, in primissimo piano, affinché la cinepresa si identifichi in lui e nel suo sguardo e, con essa, anche lo spettatore che svolge un ruolo quasi attivo e partecipe.

In questo modo, assistiamo al genocidio in prima persona essendo impossibilitati a utilizzare un punto di vista diverso e obbligandoci a compiere uno sforzo mentale per cercare di mettere a fuoco il contesto geografico e storico in cui agiscono i personaggi. L’operazione assume così un doppio significato: quella di far immergere lo spettatore nel centro delle dinamiche che si instaurano tra Saul e i personaggi che agiscono accanto a lui, a volte interagendo con esso, e quella di lasciare sullo sfondo la Storia, non per superficialità ma perché in questo modo chi guarda deve sforzarsi di dare un contesto, di mettere a fuoco ciò che non lo è (volendo, anche la propria coscienza). Questa seconda intenzione diventa anche una riflessione sullo sguardo, su cosa sia lecito guardare e cosa non lo è: noi vediamo ciò che vede Saul, ma cosa vede realmente Saul? Solo una piccola parte della Storia, una piccola porzione di una realtà più grande che è stata, e sarà sempre, impossibile da comprendere nella sua totalità.

Utilizzando uno stile così estremo e radicale, il regista intende riflettere anche sull’attaccamento alla vita quale mezzo ultimo per sconfiggere la morte: Saul, a un certo punto, “tradisce i vivi per i morti” (per citare ciò che un prigioniero dice a Saul), perché garantire una sepoltura a quel ragazzo, e poca importa se si tratti realmente del figlio, significa apportare umanità dove quest’ultima è stata spazzata via dall’odio; così, anche la morte diventa l’unica scappatoia verso un altrove in cui tutti sono uguali.

Non stupisce che il film abbia riscontrato il favore della critica (ma, forse non proprio inaspettatamente, anche del pubblico) ovunque, perché un film come questo è necessario, forse non facile e per certi versi scomodo, ma essenziale. Il figlio di Saul è un film che mette in superficie la coscienza di chi lo guarda e che, una volta visto, non cessa di porre questioni sulla moralità e sulle tracce che la Storia, e gli uomini che l’hanno fatta, ci ha lasciato.

Voto: 9

 

La Recensione di Flight 7500, l’horror diretto da Takashi Shimizu

Questa sera vi parliamo Flight 7500, il nuovo horror diretto da Takashi Shimizu, un nome sconosciuto ai più, ma che di certo agli amanti del genere horror non più non suscitare emozioni positive, stiamo infatti parlando del regista di The Grudge (sia la versione asiatica che quella hollywoodiana).

L’intero percorso narrativo di Flight 7500 è circoscritto all’interno di un aereo che porta i passeggeri dagli Stati Uniti d’America al Giappone, un viaggio lunghissimo che nasconderà per i poveri passeggeri, insidie non solo dovute alle classiche turbolenze di routine.

Il film di Shimizu si presenta positivamente con l’ottima caratterizzazione dei protagonisti, tutti diversi ed ognuno con un background estremamente interessante…. peccato che questo piccolo particolare non viene per nulla sfruttato da una sceneggiatura frettolosa che sembra soffrire la canonica durata dei 100 minuti.

Avendo già dimostrato il proprio potenziale in passato con The Grudge (ma non solo), Shimuzu aveva l’obbligo morale di realizzare un progetto degno di nota, ma il stile orientale è oramai un lontano ricordo, egli infatti con Flight 7500 abbraccia il più tedioso stile hollywoodiano realizzando un polpettone americano privo di suspence e con un mucchio di richiami a titoli di genere (neanche i più apprezzati tra l’altro), così facendo dimostra una grave mancanza di personalità…. non da lui!!

La maggior delusione di un film con tanto potenziale sprecato arriva da un finale piuttosto affrettato, sembra davvero difficile infatti non rimanere alquanto interdetti (chiaramente qui non si fanno spoilers) per quanto il regista e lo sceneggiatore Craig Rosenberg si soffermino troppo velocemente su quello che sarebbe potuto essere l’ancora di salvataggio di un flop terrificante (non nel senso positivo).

Il cast è pieno di attori passati per la grande Hollywood solo come meteore o poco più, la recitazione per questo resta approssimativa; ci sentiamo di salvare, per quanto possibile le esperienze recitative offerte da Leslie Bibb e Nicky Whelan.

Il Nostro Verdetto (5-)

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