Ogni lunedì sera alle 21 su Fox (Sky:112) sta andando in onda un nuovo episodio della seconda stagione di Wayward Pines, serie post apocalittica ambientata in un’apparentemente tranquilla cittadina tra le montagne dello stato dell’Idaho. Orfana di interpreti come Matt Dillon e Carla Cugino, la storia sta risentendo ancora di più di quella insopportabile lentezza che si era già palesata con forza nella prima stagione.

TRAMA: Dopo la morte del dottor David Pilcher e dell’agente speciale Ethan Burke la città di Wayward Pines, ultimo avamposto di un’umanità sterminata dalla tecnologia che lei stessa aveva creato, è sempre più in pericolo. Gli Abbi, le aberrazioni che popolano tutto il pianeta e che quotidianamente cercano di rompere la rete elettrificata che protegge la città, sono sempre più agguerriti e i ribelli, coloro che non accettano le ferree regole imposte per salvare la città, organizzano continuamente attentati. Wayward Pines ha urgentemente bisogno di nuovi leader che possano assicurare un futuro all’umanità intera. La speranza arriva dal Dottor Theo Yedlin, un chirurgo di Boston che viene risvegliato dal sonno criogenico per soccorrere un ospedale oramai al collasso. 

La prima stagione di Wayward Pines era stata un NI. La trama era sufficientemente originale, anche in un periodo nel quale di serie distopiche che parlano di un futuro catastrofico per l’umanità ce ne sono a decine. Anche il protagonista, MATT DILLON,aveva dimostrato nel complesso una buona personalità. I problemi dei primi dieci episodi si erano evinti da subito: imbarazzante lentezza della storia, resa ancor più flemmatica dal continuo utilizzo di dialoghi tediosi e che non aggiungevano nulla ad una già precaria alchimia dei protagonisti.

In questa seconda stagione Matt Dillon non c’è più, e la trama è ancora più lenta. Come nuovo protagonista con il compito di salvare quello che resta dell’umanità è arrivato il dottor Theo Yedlin (JASON PATRIC), protagonista tra più noiosi e privi di carattere che io ricordi negli ultimi anni.

I dialoghi, purtroppo, sono rimasti gli stessi. Si parla per ore di un astratto futuro dell’umanità, senza che nel frattempo succeda qualcosa di concreto. Non è affatto detto che tutte le serie debbano avere un ritmo incalzante, ma quelle che si basano sul dialogo sono cementate da un’alchimia tra i personaggi che riesce a rapire lo spettatore e che francamente, quì manca del tutto.

I protagonisti parlano in continuazione di queste aberrazioni, di questi mostri che minacciano l’umanità, ma a vederle questa sorta di scimmie saltellanti non incutono poi così tanto terrore e non trasmettono allo spettatore quella sensazione di ansia e angoscia che è fondamentale in una serie come questa.

Rimane pregevole in tentativo di voler affrontare i temi che si troverebbe di fronte una qualsiasi comunità sull’orlo del baratro come questa: è meglio una dittatura o una democrazia? Per ripopolare il pianeta è giusto costringere delle adolescenti a rimanere incinte? Chi trasgredisce le regole per spirito di libertà va punito?

Il problema è che interrogativi così profondi, come detto, andrebbero sostenuti da dialoghi all’altezza e da personaggi profondi, sconosciuti anche in questa seconda stagione, nonostante i nuovi innesti. Non sposta granché l’arrivo del pur ottimo DJIMON HOUNSOU nei panni del capo agronomo della città o di NIMRAT KAUR come donna incapace di avere figli nel paradosso di una comunità che cerca di ripopolare il mondo.

In poche parole:

LA SECONDA STAGIONE DI WAYWARD PINES HA ULTERIORMENTE PEGGIORATO I PUNTI DEBOLI DELLE PRIME PUNTATE, AGGIUNGENDO UN PROTAGONISTA NON ALL’ALTEZZA DEL PRECEDENTE E UNA TRAMA SEMPRE PIU’ LENTA.

VOTO 5