Esce oggi L’uomo di neve, adattamento dell’omonimo romanzo giallo dello scrittore norvergese Jo Nesbø, con Michael Fassbender nei panni dell’ispettore Harry Hole.

In un’imbiancata Oslo, Birte Becker sta rientrando a casa da sua figlia, ma qualcuno l’ha seguita e glie lo fa notare preparandole un pupazzo di neve che guarda la sua finestra. La donna scompare, inserendosi così nell’elenco delle donne scomparse misteriosamente negli ultimi anni. Dietro queste sparizioni, c’è sicuramente uno schema che l’ispettore Harry Hole (Michael Fassbender) prova a smascherare, combattendo nel frattempo con i suoi demoni, e tenendo d’occhio la nuova collega (Rebecca Ferguson).

Non era facile ricreare la stessa atmosfera descritta da Jo Nesbø, un serial killer che adora decapitare le sue vittime, punirle per la loro condotta di vita, divide parti dei loro corpi che non possono esser più assemblate. Se nei classici gialli per risolvere l’enigma bisogna semplicemente assemblare i pezzi, qui non é possibile, non si può forzare l’assembramento.

Nel corso della visione de “L’uomo di neve” si ha la sensazione che il regista abbia focalizzato tutti gli elementi presenti nel romanzo ma non riesca a far incastrare per bene i pezzi del puzzle e forzi combinazioni. Uno stile registico figlio del cinema scandinavo che purtroppo non riesce ad andar oltre palesandosi con scelte scontatamene visive che non rafforzano come si vorrebbe la suspence narrativa.

Una staticità narrativa che penalizza e forza l’attenzione dello spettatore nel corso della visione.