Abbiamo visto La Ragazza nella Nebbia, il film di Donato Carrisi, interpretato da Toni Servillo e Jean Reno. Questa è la nostra recensione.

L’ispettore Vogel, noto per il risalto mediatico dei suoi casi, si reca in uno sperduto paese montano del nord Italia per indagare sulla sparizione di una giovane ragazza. Come principale indiziato viene individuato un professore.

Silenzio, nebbia, oscurità, un gruppo religioso che parrebbe essere più vicino ad una setta, una miriade di giornalisti disposti a tutto pur di fare uno scoop; questi e tanti altri sono gli elementi basilari del film d’esordio di Donato Carrisi, drammaturgo e romanziere nonché autore dell’omonimo romanzo da cui è tratta questa pellicola, ma il vero protagonista è solo uno: il male.

È il male il vero motore di ogni racconto. Questo è il frammento di una frase che il professor Martini, interpretato da un bravo Alessio Boni, pronuncia durante una lezione ai suoi alunni e la presenza del male pregna ogni inquadratura dei 127 che compongono l’intera durata del film. Ogni personaggio risulta ambiguo, complesso e sfaccettato ed è, forse, proprio questo uno dei punti di maggiore forza di questo atipico thriller che riesce a giocare con lo spettatore, coinvolgendolo in un certo senso nel gioco dell’investigazione, spingendolo a ragionare assieme all’ispettore Vogel al fine di scoprire l’identità del colpevole.

Centrale è anche l’attenzione posta, all’interno della narrazione, ai giornalisti, presentati come individui senza scrupoli e senza un reale interesse a far luce sul caso, bensì solo a ricevere o, addirittura, a creare una notizia appetibile ad un pubblico famelico. Impossibile, ovviamente, non pensare all’atteggiamento dei media rispetto a casi reali simili a quello raccontato nel film e la volontà di far riflettere lo spettatore su quest’aspetto risulta fin troppo palese e anzi, talvolta, troppo rimarcata.

Per quanto possa fungere da stimolo per numerose riflessioni, non è la critica ai media il punto forte del film bensì la sua costruzione a tasselli. E proprio questi tasselli pian piano trovano posto in un puzzle che continuamente deve essere ricominciato da capo e che, dopo una serie di colpi di scena, conduce al terribile finale.

L’abile scrittura fa si che lo spettatore esca dalla sala accompagnato da una sensazione di ambiguità, dal dubbio di non aver messo al posto giusto tutti i tasselli del puzzle e questa risulta un’altra mossa vincente di un film che ha la fortuna di avere sostanzialmente un’architettura molto solida, grazie probabilmente al fatto che l’architetto sia uno solo: Donato Carrisi, autore del romanzo originale, regista della pellicola e realizzatore della sceneggiatura di quest’ultima.

Un esordio quello di Carrisi che, seppur imperfetto, risulta per certi versi folgorante. Forse, per il cinema italiano, qualcosa sta cambiando davvero.

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