Ormai è evidente: se l’anno scorso gli Oscar sono stati contraddistinti dalla polemica #OscarsSoWhite, quest’anno a farla da padrone è la politica strictu sensu con la volontà da parte dell’Academy di andare contro il decreto voluto – e firmato – da Donald Trump che impedisce ai cittadini libici, iraniani, yemeniti ecc. di entrare negli Stati Uniti.

A farne le spese, come vi abbiamo detto ieri, è stato il regista premio Oscar Asghar Farhadi, nominato col suo ultimo film, Il Cliente, il quale ha detto che non prenderà parte alla cerimonia indipendentemente dal decreto in quanto umiliare una nazione con il pretesto di salvaguardare la sicurezza di un’altra non è un fenomeno inedito nella storia, e ha sempre spianato la strada a divisioni e inimicizie. Come Farhadi, anche il cast del film non si recherà alla cerimonia.

In aggiunta a tutto questo – ma era inevitabile – l’Academy ha deciso di andare contro la decisione del presidente USA e di stare dalla parte del regista iraniano rilasciando un comunicato stampa in cui afferma:

“L’Academy celebra i grandi risultati nell’arte cinematografica, che ha come obiettivo il superamento dei confini per parlare al pubblico di tutto il mondo, senza differenza di nazionalità, di etnia o di religione. Come sostenitori dei cineasti – e dei diritti umani di tutte le persone – in tutto il mondo, troviamo molto problematico il fatto che Asghar Farhadi, il regista del film iraniano vincitore dell’Oscar “Una Separazione”, assieme al cast e la troupe del film nominato all’Oscar di quest’anno “Il Cliente”, possano subire il divieto di ingresso nel paese a causa della loro religione e del paese da cui vengono.”

Se già da prima Hollywood aveva manifestato antipatie verso il neo-eletto presidente Trump, ora la faccenda si fa sempre più seria (per non dire grave); molte personalità di Hollywood, infatti, hanno manifestato il loro sdegno e l’attore Seth Rogen ha anche lanciato un nuovo hashtag: #Muslimban. Ormai se gli Oscar non hanno un hashtag – e una polemica – non sono più Oscar, ma mai come questa volta si avverte un senso di unione rappresentato dal cinema che trascende le barriere; quelle barriere che certa politica vuole issare.