Marty Supreme film recensione

Marty Supreme | Chalamet si prepara a colpirci in sala

Dopo l’anteprima al Torino Film Festival e il successo per Timothée Chalamet premiato come miglior attore protagonista ai Golden Globe, Marty Supreme arriva dal 22 gennaio nei cinema italiani distribuito da I Wonder Pictures Unipol Biografilm Collection.

Un ritratto audace e dinamico di un sognatore newyorkese, determinato a trasformare uno sport sottovalutato nel suo trampolino di lancio verso la gloria. Vi presentiamo la nostra recensione.

Marty Mauser (Timothée Chalamet) ha pochi soldi in tasca, un’irrefrenabile ossessione per il ping pong e la certezza di essere destinato alla grandezza. Dalla New York degli anni ’50 al Cairo, da Tokyo a Parigi, insegue i suoi sogni senza mai fermarsi fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario.

Marty Supreme recensione

È più di un decennio che Benny e Josh Safdie rivoluzionano la Hollywood contemporanea, e ora che, hanno deciso di separarsi artisticamente: Benny ha diretto The Smashing Machine (leggi la nostra recensione) e Josh Marty Supreme, prepariamo i pop corn pronti ad assistere all’ennesima dichiarazione d’amore nei confronti della settima arte.

Marty Supreme è la storia di un apparentemente perdente che attraverso le sue fragilità, ossessioni e quel bisogno quasi febbrile di riconoscimento spinge se stesso a superare continuamente il limite. Ha un sogno e una passione che gli arde e lo spinge a correre per raggiungere il suo fine.

Una storia di riscatta personale non solo per Marty Mauser (il film si ispira alla storia vera dei Marty Reisman) ma anche per il ping pong, uno sport che richieste altissima precisione e concentrazione, caratterizzato da piccoli colpi apparentemente di fortuna ma che nascondono azioni da maestro.

La regia di Josh Safdie è a tratti con rimi nervosi, pulsanti, con movimenti di macchina che sembrano inseguire i personaggi più seguire il loro naturale percorso in scena, come se la cinepresa fosse un altro avversario da fronteggiare. Un po’ come i colpi della pallina sul campo da gioco dalle dimensioni di un tavolo da pranzo di media grandezza.

Josh Safdie costruisce un linguaggio visivo che non si limita a raccontare la storia, ma la fa letteralmente vibrare. Il suo approccio è nervoso, immersivo, quasi febbrile: la macchina da presa non osserva i personaggi da lontano, li bracca, li incalza, li costringe a rivelarsi con l’aiuto della fotografia di Darius Khondji, con cui lavora moltissimo sulla prossimità, sui primi piani stretti che catturano ogni micro-espressione, ogni esitazione, ogni scatto d’orgoglio o di paura. Alterna questi momenti soffocanti a improvvise aperture dinamiche, con movimenti fluidi che restituiscono l’energia caotica del mondo sportivo in cui Marty si muove.

Una fotografia sporca e vibrante ci fa vivere una New York anni Cinquanta che non è mai cartolina ma organismo vivo, fatta di palestre fumose, vicoli umidi, neon tremolanti e appartamenti troppo piccoli per contenere le ambizioni dei personaggi. Ogni luogo sembra esercitare una pressione invisibile su Marty, come se la città stessa lo spingesse a correre più veloce, a rischiare di più, a non fermarsi mai.

La città di New York è un vero proprio interprete di Marty Supreme, riflette la condizione interiore del protagonista e, alcune sequenze fanno pensare ai quadri di Hopper che, con i suoi dipinti ha rappresentato la solitudine degli americani.

Un cast magnetico

Timothée Chalamet scolpisce un Marty Mauser febbrile, magnetico, capace di passare in un attimo dall’arroganza alla vulnerabilità più disarmante. È sfrontato in ogni suo gesto in cui traspare il suo desiderio di riscatto, la voglia di vincere ad ogni costo e dimostrare qualcosa al mondo. Chalamet porta in scena un adolescente in crescita, a tratti antipatico, alla ricerca costante di superare le tappe della vita districandosi nel caos che lo circonda.

Oltre alla permeante interpretazione di Chalamet, Marty Supreme ha il pregio di riunione un cast di attori più noti e non al grande pubblico, tra ritorni in scena e debutti sapientemente diretti da Safdie.

Gwyneth Paltrow è un’ambigua e affascinante Kay Stone, ex star del cinema sposata con un ricco uomo d’affari che ha una laison con il nostro protagonista, che ha in realtà una fidanzata Rachel, interpretata da Odessa A’zion, che rappresenta la sua più grande sostenitrice, una sognatrice come lui intrappolata in quel quotidiano da cui cercano entrambi di riscattarsi.

In ruoli minori compaiono il regista Abel Ferrara, la “tata” Fran Drescher ed Emory Cohen, mentre fanno il loro debutto cinematografico Tyler Okonma (il rapper Tyler the Creator) nei panni di Wally, il migliore amico di Marty e suo complice nei sotterranei fuligginosi del tennis da tavolo e Kevin O’Leary che,- noto al pubblico statunitense per essere il Mr Wonderful del reality show Shark Tank– interpreta un magnate della stampa, benefattore e nemico giurato di Marty. Le loro interpretazioni aggiungono sfumature a questo micromondo di personaggi strani e ossessivi che caratterizzavano in quegli anni il ping pong.

Un film che ambisce alla grandezza

Marty Supreme è un film che non vive solo di trama, ma di energia, di corpi, di sguardi, di un mondo che sembra sempre sul punto di esplodere, e che trova nella combinazione di scrittura, regia, fotografia e interpretazioni un equilibrio sorprendente capace di far vivere allo spettatore un’esperienza intensa e allo stesso tempo umana.

Il sound del film è un co-protagonista, la colonna sonora accresce le emozioni, contribuisce a creare le atmosfere e, anche se la narrazione è ambientata negli anni 50, le composizioni degli anni 80 e i brani pop degli Alphaville rappresentano la giusta congiunzione tra immagini e suono.

Per la sua prima regia in solitaria Josh Safdie sceglie con Marty Supreme di non offrire risposte rassicuranti, ma bensì cerca di restituire l’immagine di un uomo che, nel tentativo di superare i propri limiti, finisce per specchiarsi nella città che lo ha forgiato, una città che non premia né punisce, ma semplicemente osserva. Il sogno di Marty richiede concentrazione e impegno, sopratutto perché è un sogno che nessuno rispetta e ciò intensifica il suo desiderio di raggiungere l’obiettivo quasi isolandolo ma in realtà lui sta unicamente inseguendo la sua felicità con ardore e passione.

Marty Supreme è un coming of age in cui il protagonista viaggia attraverso la scoperta di sé, al cambiamento, e ciò può avvenire non contando esclusivamente su se stessi ma sforzandosi nell’avere fiducia anche negli altri, dominando l’ossessione di seguire il proprio sogno.

Marty Supreme | Recensione del film con Timothée Chalamet
marty supreme recensione

Regista: Josh Safdie

Data di creazione: 2026-01-22 09:41

Valutazione dell'editor
4

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