Presentato in anteprima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, L’estranea conferma il talento di Paolo Strippoli come uno dei nomi più interessanti e lucidi del panorama di genere contemporaneo. Tra i corridoi del Lido, il film ha saputo distinguersi grazie a una tensione sottile e a una spiccata maturità espressiva, dimostrando come il thriller psicologico possa diventare uno strumento d’indagine profondo e spietato sulle dinamiche umane e familiari. Questa è la nostra recensione.
Con L’estranea, Paolo Strippoli sembra compiere il salto che molti registi italiani della sua generazione inseguono senza riuscire a completare: usare il genere non come decorazione, ma come linguaggio. Il thriller psicologico, le incursioni nell’horror, il mistero che attraversa il racconto non servono a creare semplicemente tensione. Servono a parlare di qualcosa di profondamente quotidiano e doloroso: l’illusione che l’amore possa proteggerci dal caso. Il regista stesso ha definito il film come una riflessione sulla paura di perdere il controllo, una paura che qui assume la forma di una tragedia familiare dai risvolti quasi metafisici.
La premessa narrativa è potente nella sua semplicità. Una madre arriva a casa della figlia durante una tempesta e decide di confessare un segreto custodito per vent’anni, legato a un patto stretto con una misteriosa estranea. Da qui nasce un racconto che si muove tra presente e passato, tra Bari e Roma, tra il desiderio di controllare il destino e la violenza delle conseguenze.
La vera intuizione di Strippoli, però, sembra essere un’altra: trasformare la famiglia borghese in un territorio dell’orrore. Non un orrore fatto di mostri o fantasmi, ma di compromessi morali. Di quelle piccole deroghe etiche che nascono sempre con le migliori intenzioni. In questo senso L’estranea parla di genitori, di eredità emotive, di colpe che passano da una generazione all’altra come una maledizione invisibile.
Ma sarebbe riduttivo leggere il film come un semplice atto d’accusa contro la famiglia tradizionale. Strippoli è più sottile. Ciò che osserva è il modo in cui la famiglia diventa lo specchio delle ossessioni della classe sociale che la abita. La Bari benestante di fine anni Novanta che emerge dal racconto è una realtà convinta di aver conquistato una posizione stabile e privilegiata e proprio per questo dominata dal timore di perderla. Dietro l’apparente serenità si annida una tensione costante: quella di preservare un’immagine di successo, rispettabilità e controllo.
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Un cast d’eccellenza e una forma stilistica matura
In questo contesto, i figli finiscono per diventare il contenitore di desideri, aspettative e paure degli adulti. L’amore si intreccia al controllo, la protezione alla necessità di decidere il futuro degli altri. Strippoli coglie con precisione il momento in cui la cura si trasforma in possesso e in cui il desiderio di evitare il dolore finisce per generarlo. I protagonisti credono di agire per il bene della propria famiglia, ma progressivamente sembra emergere un’altra motivazione: difendere un’idea di felicità e realizzazione costruita attorno al successo sociale. Quando la realtà prende una direzione diversa da quella immaginata, l’incapacità di accettarla trascina anche i figli dentro una catena di conseguenze che rivela le fragilità non di una singola famiglia, ma di un’intera classe sociale.
Jasmine Trinca si conferma la scelta ideale per interpretare un personaggio consumato dall’ansia di proteggere ciò che ama. La sua interpretazione restituisce con grande sensibilità il dolore, il senso di colpa e la fragilità di una madre che si trova davanti all’impossibilità di accettare il corso naturale degli eventi. Valeria Bruni Tedeschi, dal canto suo, è una presenza magnetica e inquietante. Il suo personaggio non ha bisogno di essere spiegato fino in fondo per risultare efficace; al contrario, la sua forza risiede proprio nell’ambiguità. Più che una figura concreta, sembra una tentazione incarnata: la promessa che il destino possa essere corretto, aggirato o addirittura riscritto.
Adriano Giannini interpreta invece un marito autoritario e profondamente legato alle proprie certezze, incapace di accettare i cambiamenti che la vita gli impone. Il suo attaccamento a uno status sociale fatto di benessere economico, cene esclusive e apparenze si riflette nell’ossessiva attenzione riposta nella carriera calcistica del figlio, un sogno che il rapido cambiamento fisico del ragazzo sembra però destinato a infrangere. Romana Maggiora Vergano conferisce profondità e autenticità ad Alice, la secondogenita da cui prende avvio l’intera vicenda. È un personaggio alla costante ricerca di conforto, ma anche di verità, nel tentativo di districarsi tra le menzogne che la sua famiglia ha costruito nel tempo per nascondere un dolore troppo grande da mostrare all’esterno.
La sceneggiatura, firmata a quattro mani da Strippoli e dal conterraneo Salvatore De Chirico, rappresenta uno dei punti di forza del film. Il racconto riesce a modulare la tensione con naturalezza, alternando momenti di forte intensità emotiva ad altri caratterizzati da un efficace umorismo nero. In particolare, il personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi diventa spesso il veicolo di queste parentesi grottesche e spiazzanti, che alleggeriscono il tono senza mai interrompere il coinvolgimento dello spettatore, mantenendolo costantemente ancorato allo schermo.
Fondamentale anche il lavoro sulla fotografia, che richiama fortemente un’estetica vintage ispirata agli anni Ottanta. I colori, volutamente desaturati e leggermente denaturati, restituiscono una sensazione di nostalgia e straniamento che ben si sposa con i temi del film. Allo stesso tempo, la macchina da presa conserva una notevole dinamicità, accompagnando i personaggi nei loro percorsi emotivi attraverso movimenti fluidi e una composizione dell’immagine sempre attenta. È una fotografia che guarda al passato senza trasformarsi in un semplice esercizio stilistico, riuscendo invece a dialogare costantemente con il ritmo e le tensioni del racconto.
La paura di non poter controllare il destino
L’estranea è un film che parla dell’impossibilità di accettare che non tutto possa essere controllato. Attraverso gli strumenti del thriller psicologico e dell’horror, Paolo Strippoli costruisce un racconto che affonda le radici nelle paure più universali: perdere chi amiamo, assistere al fallimento delle nostre aspettative, scoprire che il destino non segue i piani che avevamo immaginato. La sua forza sta proprio nell’equilibrio tra dimensione simbolica e realismo emotivo. Anche quando il racconto sfiora il soprannaturale, il centro rimane sempre profondamente umano: il desiderio di trattenere ciò che inevitabilmente cambia. In questo senso, il film riesce a trasformare una storia familiare in una riflessione più ampia sul senso di colpa, sull’amore e sulle conseguenze delle nostre scelte.
Con un cast in stato di grazia, una scrittura solida e una messa in scena che dimostra una notevole maturità autoriale, Strippoli firma probabilmente la sua opera più ambiziosa e compiuta. Un film che inquieta senza bisogno di ricorrere agli artifici più convenzionali del genere e che lascia nello spettatore una sensazione persistente, quasi scomoda. Perché la vera paura, alla fine, non è l’estranea del titolo, ma la possibilità che alcune ferite non possano essere guarite e che nessun patto, per quanto allettante, sia in grado di cambiare davvero il corso delle cose.
L'estranea recensione: Paolo Strippoli convince Venezia 83

Regista: Paolo Strippoli
Data di creazione: 2026-09-08 16:49
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