1945: dopo un lungo e indesiderato travaglio, da parto cesareo necessario data la stazza del gemello Emilio, nasce Emanuele Brentani; il fratellino vedrà il buio una settimana dopo la luce, per colpa di un cuore minuto. Il nostro protagonista vivrà invece, ma con l’afflizione di non aver conosciuto il suo doppio.

Figlio di contadini calabresi, la sua memoria involontaria ricorderà l’ardore dell’infanzia e della giovinezza al sapore delle segale bollite. Ad anni dieci saprà già riconoscere la differenza tra un pino e un abete, tra l’albicocco sano e quello destinato a perire, saprà separare il grano dalla crusca. Allevato con il latte di una capra e del pane di frumento, leggerà, oltre i testi scolastici, gli unici due libri, conservati sommariamente dai genitori. La Bibbia e un libro di filastrocche veneziane in dialetto goldoniano, che capirà neanche alla ventiduesima lettura.

I suoi istinti si sveleranno alle scuole medie, quando apprenderà l’evoluzione dell’uomo. Ateo a tredici anni, non cambierà mai opinione. Gioca a calcio, ma preferisce guardare gli amici. Corteggia le ragazze più belle, ma si accontenta di quelle sdentate. Studia, ma non troppo. Gli piacerebbe scrivere delle poesie, ma deciderà di frequentare l’istituto professionale senza pensarci due volte. In un solo episodio ne scriverà una, in rime alternate, che il padre userà come carta igienica doppio strato, trovandola sulla credenza del bagno.

Non si innamorerà mai di nessuna donna, neanche di Caterina Peretta, insipida collega, che sposerà senza ghirigori nel 1972. Conosciuta presso l’ente di Consorzio agro alimentare della provincia di Cosenza, dove finirà sotto raccomandazione dello zio, capomastro della ditta Geraci&figli, che conosceva dei piccoli politici della giunta comunale.

Luna di miele a Rimini, come molti altri, tanto per non sbagliare. Il cielo della riviera romagnola, celeste tutto l’anno, durante quelle due settimane si stabilirà su un grigio tomba. Prima notte di nozze: l’esperienza di lui ammonta a un solo rapporto con una professionista, considerata negli anni “troppo cara di prezzo”, lei invece vergine per bruttezza, non per scelta. Durata della copulazione minuti dieci, vestizione compresa. Ritornato in ufficio definirà “entusiasmante” la prima notte d’amore, all’amico e collega Terenzio. Termine che userà un’altra sola volta nella vita.

Vive di emozioni negative, tranne quando in Calabria piomba la gemella di Caterina, Giovanna. Bellina non troppo, ma ricca di sessappiglio. Fa la maestra di danza: questa professione – se si sofferma a pensarci –  lo fa proprio eccitare. Si chiederà costantemente perché il fato non gli abbia fatto conoscere prima la sorella continentale, rendendosi sempre più conto di non possedere scorciatoie alla frustrazione.

Marito e moglie lavorano nello stesso piano, tra la prima scrivania e la seconda intercorrono quattordici metri: distanza misera per avere dei segreti. Tornano in auto insieme e ancora insieme crepano di gioia comprando dal verduraio le stesse carote di sempre, ma a mille lire meno. “Che occasione!” esclamerà Caterina, accompagnata da un sincero “Davvero!” del coniuge.

Ceneranno davanti un televisore da non troppe lire sintonizzato sul Drive in. Copertina di lana reduce di guerra per quanti punti siano serviti a ricucirla, e una plafoniera che li osserva dall’alto ingurgitare gli avanzi della sera prima, completati dalle solite verdurine stanche di essere al mondo. Si lavano i denti insieme, sputando la schiuma prima uno, poi l’altro e con il brio della camminata dietro la processione funebre: si va a letto.

Poche sono le sere in cui si ribelleranno al loro regime esistenziale. Un introverso venerdì d’Aprile si elargiscono – però – una botta di vita: cinematografo. Intravista la locandina di passaggio in macchina, decidono bene di parcheggiare in condominio e andare a piedi al cinema, che dista pochi chilometri. Lì proiettano film di seconda, a volte terza visione. Il prezzo è ridotto.

Al botteghino, il cassiere, sulla quarantina, così magro che la forza di staccare quei biglietti sarà un dono divino, col pantalone beige rigato, occhiale abitato da famiglie di moscerini, esordisce con: “Il film è di un giovane regista americano. Sapete, ha fatto molti sacrifici per finirlo”. Tiene il bisogno di sparare questa frase come se a qualcuno importasse seriamente. Il bello è – per la miseria – che a loro interessa davvero. Potrebbe intuirsi dall’esordio di Caterina con la signora seduta accanto, alla quale spiaccicherà in faccia: “Lo sa? Il regista ha fatto molti sacrifici per finire questo film”. La signora, con grappoli d’uva d’oro al collo, replica un “Ho capito” di cortesia.

Eraserhaed – la mente che cancella è stato più intenso della ninna nanna di zia Genoveffa per Caterina, mentre Emanuele, vittima dello schermo, uscirà chiedendo al signorotto in paltò una sigaretta. “Ma che fai? Non hai mai fumato!” sbotta la moglie. “È un gran giorno per iniziare, Caterì”. In quel momento la moglie si accerta di un cambiamento: i diminuitivi a lui sono sempre stati sulla punta del cazzo. Ma ora li usa.

Fumerà dieci sigarette nella sua vita, ogni volta che ci sarà in sala un film di David Lynch lui se ne farà sbilanciare una. L’undicesima e la dodicesima, confiscate a corridori da marciapiede, le svamperà in balcone; capiremo il perché. In classifica come uno dei più inconsueti fumatori del XX secolo in Italia.

L’amico nostro di cinema ne capisce poco, ci va a guardare David Lynch. Nei minuti che contornano l’assunzione di un annacquato caffè in ufficio, i colleghi parlano delle paradisiache zizze di Sophia Loren, alcune volte declinando l’attribuzione delle medesime alla signora Brigitte Bardot. C’è sempre il solito che conclude i minuti d’aria con: “Ho strappato la pagina e mi sono fatto una minata di nascosto da mia moglie che mi ha riportato in vita”.

La noiosa usualità di Emanuele procederà alla grande, la sua età adulta sarà intervallata non più dall’attesa per Giovanna, ma dai film di quel giovane regista che ha fatto sacrifici. Così nel 1984 andrà a vedere Dune, dopo aver recuperato The Elephant man. E due anni dopo sarà la volta di Velluto Blu: uscirà dalla sala, da solo, turbato. Sigaretta, sigaretta, e ancora sigaretta.

Ne parla in famiglia, in ufficio, coi ragazzi alla villa, pure sul pianerottolo con il Chiarissimo Professor Rossellino, associato di Letteratura italiana: nessuno lo conosce ‘sto David Lynch! Ne soffre inizialmente, intuirà che non è poi così male tenere una passione solo per sé.

Nella notte tra il 10 e l’11 Gennaio 1991 si conclude la vita del padre, quindi nel dolore della veglia funebre, tra la cugina della madre e la signora De Ceppo, che ha portato il coniglio alla cacciatora come dono, Emanuele, divenuto Emanuelino in casa materna: scapperà. È mercoledì 16 Gennaio e su Canale 5 trasmettono la seconda puntata de I segreti di Twin Peaks. Il mondo si ferma.

Abbiamo dimenticato la sigaretta di Cuore Selvaggio nel 1990, unica occasione nella quale sarà seduto accanto a uno della stessa specie: un lynchiano. Il tabacco lo offrirà lui, infatti, all’uscita. Si saluteranno a braccia larghe, come soldati che si chiamano l’addio.

Egli che, oltre a leggere Il Manifesto e il cartellino di precauzione dei 650 kg di capienza massima in ascensore, non legge niente, ormai è ossessionato dal mondo che ha creato un tizio americano del Montana. Dove mai andrà, perché lui di Montana conosce solo la carne. Di cui si nutre quando la moglie è malata.

Quando sopraggiunge l’oscuro mercoledì: Caterina va in città, ormai arresa dopo aver accettato la foto di Laura Palmer come capezzale del letto matrimoniale.

Così, l’anno dopo, finirà quella che molti chiamano ancora soap opera, lasciando una sensazione devastante al nostro povero amico, che chiederà al capo due settimane di malattia. Così: per capire fino in fondo.

Prenderà anche il treno per Roma un martedì grasso, dopo aver letto dello sbarco del suo alleato ad un festival capitolino. Ma, Emanuelino, che è un comune mortale, quel giorno vedrà a metri di lontananza solo il capello grigio del regista. Impotente, riprenderà il treno, sul quale si abbandonerà in un sonno profondo.

Acquisterà il biglietto in anticipo per Fuoco cammina con me e per Strade Perdute, episodio in cui una donna piacente, con un seno di quinta misura che si intravede più dell’altro, quasi che voglia saltare e avere vita propria il signor seno, lo guarda e gli mette, con la delicatezza di un infermiera prossima alla pensione, una mano sulla coscia. Il nostro amico, che promette subito un’erezione, la trascurerà per decodificare le personalità multiple di Fred Medison. Sigaretta all’uscita con mutande irrigate.

Nel 1999, dopo aver messo a lavare due anni prima degli slip compromettenti, Caterina decide di accompagnarlo a vedere Una storia vera. Piangeranno insieme piscine di lacrime. David Lynch è diventato la cosa più vicina che ci sia a un Dio per Emanuele. Verserà lacrime silenziose in bagno, con la scusa della cacca notturna, perché lui i figli che ha avuto Alvin Straight non li ha potuti avere. Non li hanno potuti avere.

Tra Mulholland Drive e Inland Empire abbandonerà questo strano mondo la fedele moglie, per il male brutto che si è impossessato come un orco del suo corpo. Non sarà più la stessa trasgressione andare al cinema.

Con i contributi del pensionamento comprerà prima i VHS, poi i DVD dell’intera filmografia, per porli in una teca di legno e vetro, luogo in cui la polvere inghiottirà pian piano le lettere dei titoli. Condirà le sue giornate con la speranza di una futura terza stagione del suo più amato telefilm. Proprio mentre pensa in ascensore alla frase “Ci rivedremo tra venticinque anni” cade a terra, colpa dell’impercettibile gradino tra la botola e il piano, urtando il viso: arriva copioso il signor sangue. Quello che rompe, però, è il femore.

Sarà collocato, sempre sotto raccomandazione, da uno dei figli del fratello, al Policlinico Umberto I di Roma. Divenuto molto magro e con un respiro affannoso, un cupo mercoledì sera decide di alzarsi per considerare fuori. I suoi occhi vecchi vengono ipnotizzati da un gufo, anche lui anziano, appoggiato con difficoltà ad un ramo. Il signor Emanuele è come se stesse vedendo in lui tutta la gente che è passata dalla vita sua. Cinque saranno i secondi che trascorreranno dai pensieri suscitati dall’animale al rumore di due colpi che bussano alla porta. Poi un terzo colpo. Entra un uomo avanti con l’età, possessore di un bel ciuffone, completo nero con camicia bianca abbottonata fino al soffocamento. Prorompe con delle parole in inglese, che Emanuele non comprende, e va via.

David Lynch aveva sbagliato stanza, dato che nello stesso reparto si trovava il signor Tarantino Quentin con frattura composta di malleolo, acquisita durante un soggiorno italiano. Emanuele prova lo spavento: unica emozione per quello che ha visto. Convinto sia in un sogno, si siede sulla poltrona rossa. Conta solo la forza di spostare il girello. Anzi, ne possiede un altro briciolo per avanzare un sorriso, e infine esclamare: “Entusiasmante”. Il gufo bubola. Emanuele muore.