Attendevo il sermone del signor Martino Scorsese da mesi, dopo essere stato illuso dall’ “annunciazione” a Dicembre. In America però. Speravo nella messa di Natale, invece no. Quindi lungimirante sul futuro affollamento della sala faccio i biglietti in anticipo di ore, evitando così di rimanere fuori e peccare d’invidia per chi fosse entrato. Guidato da una cassiera pagana, che proverà a intimidirmi con: “Sei sicuro a quest’ora? La messa dura 3 ore!”. Perdìo, io sono così sicuro che già proietto al mio cervello l’immagine di file intere di fedeli, seduti nei posti dati, tutti ordinati.

Ma entro e non è così. I banchi della chiese e l’inginocchiatoio di moquette sono occupati da fedeli percettibili di numero: una decina. Quasi tutti in mano una Coca-cola benedetta. Inizia l’omelia.

Alla fine degli anni ’60 due signori scrivevano: “voi non sapete che il silenzio cresce come un cancro, ascoltate le parole che io posso insegnarvi, aggrappatevi alle mie braccia che io possa raggiungervi”.  Simon e Garfunkel raccontavano l’incapacità dell’uomo di comunicare, con la terra e con il cielo. Il suono del silenzio. Erano gli stessi anni in cui a un giovane chierichetto di nome Martin arrivava la luminosa vocazione per il Cinema.

Nel 1988 l’arcivescovo Paul Moore regala una copia del romanzo “Silence” di Shusaku Endo al regista newyorkese. Ed egli che da sempre riflette sulla potenza e la tenuta della fede conduce uno studio – per più di un quarto di secolo – su come la spiritualità abbia combattuto con il mondo di carne e sangue. La fede in momenti in cui Dio è muto di fronte alla boria dell’uomo. E alla brutalità.

I libri di storia ci illustrano che nel 1614 lo shogun Tokugawa leyasu condannò con un editto la religione cristiana e impose il divieto di praticarla. Furono distrutte le chiese e nacque l’epoca dei Kakure Kirishtian, i cristiani nascosti, talpe e camaleonti della fede in Dio.

Shusaku Endo, uno dei pochi a scrivere da un’angolazione cristiana, si ispirerà a La strada(1954) del maestro Fellini forgiando questa storia. Svilupperà la figura di Kichijiro, vagabondo errante e in altalena tra il Male e il Bene, su quella di Zampanò. Quello che rappresenta, però, potrebbe ben spiegarsi come una variante ascetica e religiosa dell’esperienza umana di “Cuore di Tenebra” di Conrad. Poi Apocalypse Now(1979).

La storia dell’uomo è stata spiegabilmente dominata dalle dottrine religiose; l’essere umano ha inventato Dio per provare a comprendere come sia possibile essere umani. E nel signor Tempo, che ha attraversato mausolei e basiliche, templi e catacombe, l’uomo ha vessato, addirittura ucciso, chi non spiegava l’esistenza nella sua stessa maniera. Non so cosa sia l’eternità, ma è il mio Dio a spiegarcelo, non il tuo.

E dalle urla per la crocifissione di Gesù di Nazareth il dolore non si è mai affievolito. Dolore per ospitare Dio dentro se stessi. Silence racconta questo. Uno dei più veementi martiri cristiani in Giappone, nel 1600. A Nagasaki, trecento anni prima della bomba atomica.

Rodrigues (Andrew Garfield) e Garupe (Adam Driver) hanno un maestro che insegnò loro “com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Fu padre Ferreira (Liam Neeson) che presentò ai due giovani  l’Onnipotente. Adesso il mentore è in Giappone e non si hanno più sue notizie. Qui saranno costretti al nascondiglio e al silenzio per non far intercettare la loro presenza. Il Terrore buddista al minimo della sua clemenza.

La musica per la durata della pellicola è assente. C’è, però, il suono della natura, del mare che frusta gli scogli come i bastoni degli inquisitori accarezzano violentemente le schiene di chi ha un altro culto; li obbligano a diffamare il proprio Dio, a calpestare l’iconografia di Gesù, che i Kirishtian stessi non hanno mai visto. Quello che vedrà Rodrigues, invece, sarà il volto del Cristo di El Greco, che rifletterà il suo nelle acque. La simbologia cristiana topos del film.

La luce naturale di Rodrigo Prieto illumina gli occhi grigi e soffocati di corpi che accettano la crocifissione per un Dio che non hanno mai a fondo conosciuto, ma verso il quale hanno la Fede. Quattro lettere che abbracciano centinaia di anni della storia umana.

Non ha Bibbia o confessione, accolgono i due preti come Messia. Il cammino di Sebastiao sarà invaso da uomini smaniosi di sentire la voce di Dio, che tra quelle montagne di tribolazioni non esce dal proprio silenzio. Ego te absolvo a peccatis tuis.

All’intervallo non calcolato, ma concesso, gli umili fedeli dello spettacolo intonano all’unisono  i salmi e i canti della “Lode a Martino Scorsese”, senza i soliti veterani che cantano più forte degli altri. E poi si suona il clarinetto con la cannuccia della bibita che sta finendo. Spogliati da tutti i nostri beni, perché in sala i termosifoni sono troppo alti, ritorniamo in silenzio.

Nel cercare Ferreira arriverà la rassegnazione, che non giungerà mai, invece, nella cristianizzazione del popolo asiatico. C’è il tormento per Sebastiao Rodrigues. Dì soltanto una parola e io sarò salvato. Ma nessuno parla e troppi muoiono. Anche il suo fedele confratello Padre Garupe cade, mentre egli verrà imprigionato. Cosa vuole Dio dalle sue creature?

Il regista ammette la devozione per alcuni santi della settima arte. Dall’armonia poetica e dalle atmosfere nebbiose ospitanti la celata presenza di un’entità dei film di Andrej Tarkovskij, al silenzio di stile dei quadri umani di Yasujiro Ozu e Kenji Mizogouchi, padri del cinema giapponese. Non copia, crea.

Non è Mission (1986), il fulcro non è l’evangelizzazione dei gesuiti ostacolati dal potere politico. Qui il cardine del film è la presenza di un Dio intangibile, anche per chi gli concede la vita intera. Non è prosa “Silence”, è poesia.

“Vocatus atque non vocatus deus aderit”. Lo si chiami o no, Dio sarà presente. Intanto, con un colpo di katana,  la testa di un cristiano, che non ha calpestato Gesù, cadde come un frutto maturo cade.

Il Grande Inquisitore Inoue Masahige (figura presa in prestito da un capitolo de I fratelli Karamazov) tortura e ammazza fedeli per indurlo all’apostasia. E nel frastuono assordante dei suoi dubbi, il frate dovrà fare i conti con una costrizione che contempla – ripetuta negli anni – l’abiura. Poi il ricatto: per salvare alcuni Kirishtian che stanno morendo sotto la tortura del pozzo,  l’abbandono della fede per Rodrigues, punito per tracotanza e per la pretesa di arrivare alla Verità, in un labirinto dove non vi è via d’uscita.

Finchè, incredulo, incontrerà Ferreira, che trasmetterà l’idea che il Dio dei Kirishtian non è il loro stesso Dio. Che l’evangelizzazione dell’isola sia persa in partenza perché loro il cristianesimo non possono comprenderlo.

Il finale è un’opera d’arte a sé stante.

Con l’essenzialità dei titoli di coda bianco su nero: la nostra messa è finita, andiamo in pace. Ho preso l’ostia, ma non mi sono confessato. Avrei voluto farlo con Don Martino. Avrei voluto dire che è per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa che ancora tengo troppi film che non ho visto, e ne detesto alcuni che meriterebbero, invece, di essere amati.

Il prete porta la parola del Signore in chiesa. Uscendo, cerco di capire quale sia la grande differenza tra una sala da cinema e una sala da messa quando invoca Dio. Me lo chiedo fortemente. Forse è proprio la luce della pellicola nell’amalgamarsi delle immagini a farci percepire lo Spirito, immateriale, che le parole, da sole, non potrebbero rappresentare.

Io, ieri, ho pensato Dio al cinema. E non è la prima volta.