Il figlio di Saul, diretto dall’ungherese esordiente Làszlò Nemes, ha vinto il Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes, il Golden Globe e il premio Oscar come miglior straniero e si propone di affrontare il delicato tema dell’Olocausto con uno stile innovativo.

La trama

Nel campo di concentramento di Auschwitz, Saul Auslander è un ungherese membro dei Sonderkommando, ovvero gli ebrei isolati all’interno del campo, obbligati ad aiutare i nazisti nell’opera di sterminio. Il suo specifico incarico è quello di pulire la camera a gas, portare i corpi nei forni crematori e disperderne le ceneri; mentre è intento a pulire, assiste all’uccisione da parte dei nazisti di un ragazzo inspiegabilmente sopravvissuto alla camera a gas.

Saul crede di riconoscere in quel ragazzo suo figlio di cui aveva perso le tracce tempo addietro e si impegna per evitargli la cremazione e garantirgli una degna dei sepoltura: perciò, si mette alla ricerca di un rabbino che lo aiuti nell’intento, mentre gli altri membri del Sonderkommando progettano una rivoluzione all’interno del campo.

Il film

La trama è tutta qui, ma tanto basta. Di film sull’Olocausto ne sono stati realizzati molti, ognuno con uno stile e un punto di vista diversi, si pensi ad esmepio a Schindler’s List, a La vita è bella o a Il pianista (solo per citare quelli più noti). L’esordiente Nemes (classe 1977) sa che l’argomento trattato può incorrere in rischi di spettacolarizzazione e banalizzazione, e per aggirare questi rischi adotta uno stile di regia che sorprende: la macchina da presa resta incollata, dall’inizio alla fine, al personaggio di Saul (interpretato dal poeta ungherese Géza Rohrig), lasciando sullo sfondo (e fuori fuoco) il contesto in cui si muove. Saul viene quasi sempre ripreso di spalle, in primissimo piano, affinché la cinepresa si identifichi in lui e nel suo sguardo e, con essa, anche lo spettatore che svolge un ruolo quasi attivo e partecipe.

In questo modo, assistiamo al genocidio in prima persona essendo impossibilitati a utilizzare un punto di vista diverso e obbligandoci a compiere uno sforzo mentale per cercare di mettere a fuoco il contesto geografico e storico in cui agiscono i personaggi. L’operazione assume così un doppio significato: quella di far immergere lo spettatore nel centro delle dinamiche che si instaurano tra Saul e i personaggi che agiscono accanto a lui, a volte interagendo con esso, e quella di lasciare sullo sfondo la Storia, non per superficialità ma perché in questo modo chi guarda deve sforzarsi di dare un contesto, di mettere a fuoco ciò che non lo è (volendo, anche la propria coscienza). Questa seconda intenzione diventa anche una riflessione sullo sguardo, su cosa sia lecito guardare e cosa non lo è: noi vediamo ciò che vede Saul, ma cosa vede realmente Saul? Solo una piccola parte della Storia, una piccola porzione di una realtà più grande che è stata, e sarà sempre, impossibile da comprendere nella sua totalità.

Utilizzando uno stile così estremo e radicale, il regista intende riflettere anche sull’attaccamento alla vita quale mezzo ultimo per sconfiggere la morte: Saul, a un certo punto, “tradisce i vivi per i morti” (per citare ciò che un prigioniero dice a Saul), perché garantire una sepoltura a quel ragazzo, e poca importa se si tratti realmente del figlio, significa apportare umanità dove quest’ultima è stata spazzata via dall’odio; così, anche la morte diventa l’unica scappatoia verso un altrove in cui tutti sono uguali.

Non stupisce che il film abbia riscontrato il favore della critica (ma, forse non proprio inaspettatamente, anche del pubblico) ovunque, perché un film come questo è necessario, forse non facile e per certi versi scomodo, ma essenziale. Il figlio di Saul è un film che mette in superficie la coscienza di chi lo guarda e che, una volta visto, non cessa di porre questioni sulla moralità e sulle tracce che la Storia, e gli uomini che l’hanno fatta, ci ha lasciato.

Voto: 9