Dal 22 novembre 2018, e per 6 settimane, è andata in onda su Sky la seconda stagione di Marte, serie tv prodotta per National Geographic dalla Magine Entertainment e dalla RadicalMedia. Questa è la recensione.

Come showrunner è stato individuato Dee Johnson (Nashville), mentre i produttori esecutivi sono Brian Grazer e Ron Howard. Nel cast Jihae, Alberto Ammann, Clementine Poidatz e Sammi Rotibi.

La nuova stagione viene ambientata a circa 9 anni dal primo sbarco umano su Marte, questa la sinossi:


Sono trascorsi 5 anni dalla creazione del primo insediamento su Marte. E’ il 2042 e Olympus Town, la colonia fondata dalla International Mars Science Foundation, è ormai un sistema completamente sviluppato. L’agenzia spaziale sponsorizzata dal Governo non può però continuare a finanziarlo e decide di aprire la missione a investitori privati come la Lukrum Industries. Una decisione che comporta l’inizio di inevitabili tensioni tra gli scienziati e i nuovi arrivati.


Così come accaduto nella prima stagione, dove gli accadimenti futuri venivano intervallati da interviste a scienziati reali che ipotizzavano il primo viaggio su Marte, anche i nuovi episodi sono organizzati nella doppia veste di docufilm e dramma sci-fi, alternando pura fiction a reali problematiche ambientali dovute ad uno sfruttamento intensivo delle risorse terrestri nell’Artide. Il parallelismo tra il nostro presente ed il futuro del Pianeta Marte è al centro della narrazione di Marte, ma cionostante questo sovente paragonare i fatti odierni ad un ipotetico futuro appare il più delle volte stucchevole ed esasperato.

Anche se la scelta autoriale risulta coraggiosa ed ammirevole, l’aspetto fantascientifico è purtroppo scontato, deludente e poco curato, tanto che in alcuni casi si rischia il paradosso narrativo. A tal proposito, alcuni accadimenti, senza entrare nello specifico per non spoilerare, sono causati da azioni estremamente ingenue, mentre la risoluzione degli stessi appare esageratamente veloce e banalmente semplice. Ad onor di cronaca, crediamo che sia vero che una mini serie di appena 6 puntate, ciascuna della quali della durata di circa 45 minuti, oltretutto divisa nelle due parti (Docufilm e Dramma sci-fi), possa risultare estremamente compressa e poco esaustiva, ma nello stesso tempo crediamo che il risultato finale avrebbe potuto trovare giovamento con una narrazione maggiormente dettagliata.

La conclusione dei nuovi episodi è inoltre all’insegna del buonismo più scontato, ed il discorso finale del comandante Hana Seung, pieno di buoni sentimenti e animato da grandi speranze, riporta alla mente il discorso di Rocky Balboa dopo l’incontro finale con il pugile russo Ivan Drago, in Rocky IV.

Per chi non lo ricorda o non ha visto il film di Sylvester Stallone, riportiamo di seguito la parte più saliente:

Se io posso cambiare, e voi potete cambiare... tutto il mondo può cambiare!


Siamo certi che Marte è un buon prodotto, ma con limiti al momento palesi, la speranza è pertanto legata ai nuovi episodi, magari assoggettati da una narrazione più chiara ed eventi narrati con maggiore realismo.


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