Chiamato a partecipare ad un Festival Cinematografico, per la prima volta nella sua vita, un giovane recensore è già parecchio emozionato: proiezioni, visite guidate, l’incontro con altri appassionati di settima arte, le Masterclasses con uomini e donne che hanno deciso di fare del cinema il proprio lavoro.

Se poi tra gli autori con cui si ha l’opportunità di interloquire c’è gente che è stata capace di dare vita ad uno dei prodotti migliori degli ultimi anni, fare incetta di premi in giro per il mondo (Oscar e Golden Globe tra gli altri) e parlare di un tema abusato in maniera del tutto innovativa, l’emozione del giovane recensore sale vertiginosamente. Sto parlando degli autori de ‘Il figlio di Saul’, lungometraggio diretto dal regista ungherese László Nemes e ambientato nella Seconda guerra mondiale. Ah, a proposito, il giovane recensore sono io, e ho preso parte al Carbonia Film Festival.

Membro del Sonderkommando, un gruppo di ebrei imprigionati ad assistere alle brutalità naziste, Saul (Géza Röhrig) crede di riconoscere il cadavere di suo figlio e, nel tentativo di garantirgli una degna sepoltura sottraendolo alla cremazione, mette a rischio la propria esistenza nella disperata ricerca di un rabbino utile alla sua causa.

Non era facile raggiungere l’originalità in quel mare magnum comunemente noto come Shoah.

L’olocausto, infatti, è un argomento ampiamente discusso e, sebbene appassionante, rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato la certezza di affrontare qualcosa che interessa ed indigna il pubblico, dall’altro la consapevolezza della possibilità concreta di cadere nel banale. László Nemes, studioso di storia e relazioni internazionali, ha sfruttato al meglio questa arma ed è riuscito a donare freschezza a ‘Il figlio di Saul’, certamente con il fondamentale aiuto di collaboratori dimostratisi all’altezza. Impossibile, a tal proposito, dimenticarsi del montatore Matthieu Taponier, abilissimo a sfruttare al meglio le sole 80 riprese avute a disposizione per via dei lunghi piani sequenza sparsi nel corso del film. Per darvi un’idea, sappiate che la montatrice di Mad Max:Fury Road ne ha avute circa 3000.

Il ritmo della fotografia ha scritto visivamente il film, presentato in pellicola 35mm al Festival di Cannes. Lo spettatore è costretto a partecipare attivamente con gli occhi di Saul, la quarta parete si sgretola così in una realtà in cui le atrocità vengono messe fuori campo a simboleggiare l’ordinarietà a cui un prigioniero si è clamorosamente abituato nel corso dei mesi. In aiuto di questa tecnica entra in scena un sonoro impeccabile che amplifica all’infinito ciò che non viene visto in maniera frontale.

In una situazione così sciagurata, seppellire diventa l’atto più arcaico e nobile che caratterizza l’essere umano.

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