Edward Berger porta Colin Farrell nei casinò di Macao per un film che divide la critica: visivamente sontuoso ma emotivamente sfuggente
C’è qualcosa di ipnotico nelle luci di Macao. Brillano, lampeggiano, promettono fortune che raramente arrivano. È proprio in questo scenario che Edward Berger ha deciso di ambientare La ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player), uscito nelle sale alla fine del 2025 e già al centro di un acceso dibattito tra critica e pubblico.
Con Colin Farrell nel ruolo protagonista, il film si presenta come un viaggio nel lato più oscuro del gioco. Non quello patinato delle pubblicità, ma quello fatto di notti infinite, debiti che si accumulano e una spirale dalla quale sembra impossibile uscire.
La storia di Lord Doyle: un uomo in fuga da se stesso
Al centro della vicenda troviamo Lord Doyle, un uomo che di nobile ha ormai soltanto il soprannome. Ex avvocato britannico, arriva a Macao con un passato fatto di crimini e sensi di colpa, cercando nei casinò della città una via di fuga che si rivela ben presto un vicolo cieco.
La dipendenza dal gioco non viene rappresentata come un vizio pittoresco. È una prigione vera e propria, fatta di rituali ossessivi e quella convinzione tipica del giocatore incallito: la prossima mano sarà quella giusta. Colpa, avidità e auto-distruzione si intrecciano in un ritratto che non cerca la simpatia dello spettatore, ma la sua attenzione.
Tra realismo e sovrannaturale
L’elemento più originale del film è la sua dimensione spirituale. Berger intreccia la narrazione con i rituali del festival dei Fantasmi Affamati, una tradizione cinese che onora le anime inquiete dei defunti. Non è un vezzo esotico: è il cuore tematico della pellicola.
I fantasmi che popolano le strade di Macao durante il festival diventano una metafora della condizione di Doyle: anche lui è un’anima affamata, intrappolata in un limbo dal quale non riesce a liberarsi. Il messaggio è provocatorio: la redenzione non è reale. Non c’è un terzo atto consolatorio, nessuna svolta miracolosa.
Colin Farrell e la regia di Berger
Se c’è un aspetto su cui la critica è unanime, è la qualità della performance di Colin Farrell. L’attore irlandese regala un’interpretazione fisica e tormentata, capace di comunicare la disperazione di Lord Doyle con uno sguardo, un gesto, un silenzio.
Dal canto suo, Edward Berger conferma il talento nel creare mondi visivi immersivi. I casinò di Macao diventano cattedrali del vizio, i vicoli della città pulsano di vita notturna tanto affascinante quanto minacciosa. Il film è un’esperienza estetica prima ancora che narrativa.
Bello ma distante
Ed è proprio qui che si apre la frattura. La ballata di un piccolo giocatore è un film che si ammira più di quanto si senta. La critica ha evidenziato come la sceneggiatura risulti emotivamente distante, incapace di creare quel legame viscerale tra spettatore e protagonista che avrebbe reso il film davvero memorabile. Il verdetto più ricorrente è eloquente: ha stile, ma manca di anima. Berger sceglie la riflessione al posto del sensazionalismo, il che è lodevole. Ma quando la riflessione rimane fredda, lo spettatore rischia di restare fuori dalla porta, ad ammirare un edificio bellissimo senza mai riuscire a entrarci.
A voler sdrammatizzare, viene spontaneo un pensiero: forse Lord Doyle avrebbe potuto risparmiarsi parecchi guai ricorrendo all’autoesclusione dal gioco e prendendosi una pausa forzata prima che la situazione precipitasse. Certo, un film su un uomo che compila responsabilmente un modulo online non avrebbe lo stesso fascino. Ma nella realtà, a differenza che nella finzione, gli strumenti per fermarsi esistono.
In conclusione
La ballata di un piccolo giocatore è un film imperfetto, ma tutt’altro che trascurabile. La regia di Berger è magistrale, la performance di Farrell tra le migliori della sua carriera, e l’ambientazione a Macao regala un’atmosfera unica nel panorama cinematografico recente. Non è un film per tutti, ma chi è disposto a lasciarsi guidare in una riflessione scomoda sulla dipendenza e l’impossibilità della redenzione troverà un’opera che resta impressa a lungo dopo i titoli di coda.
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