Ci sono registi che con il loro cinema si sono sempre schierati dalla parte della società cercando di dar voce anche a chi, nelle manifestazioni politiche e sociali della Storia, non ce l’hanno mai avuta. Il regista polacco Andrzej Wajda, morto ieri sera a Varsavia all’età di 90 anni, era uno di questi.

Nato nella città di Suwalki nel 1926, Wajda ha posto le basi per il cinema polacco dal secondo dopoguerra in poi, diventando il nume ispiratore di registi come Roman Polanski. Il suo primo lungometraggio fu Generazione (1954) con cui criticò il patriottismo imperante dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1957, con I dannati di Varsavia, Wajda vinse il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes, e col successivo Cenere e diamanti (1958), proseguì il discorso antibellico.

Il movimento Solidanorsc fu il vero protagonista di due pellicole che costituiscono un dittico a tutti gli effetti: L’uomo di marmo (1976) e L’uomo di ferro (1981) sono un ritratto reale e sincero della politica e dei mutamenti socio-politici di quegli anni in cui, nel secondo, compare anche nei panni di se stesso Lech Walesa. Con L’uomo di ferro, Wajda vinse la Palma d’Oro a Cannes.

Nel 1998, Wajda ricevette il Leone d’Oro alla carriera mentre, tre anni dopo, gli fu conferito l’Oscar alla carriera, ricevendo lo stesso riconoscimento anche a Berlino con l’Orso d’Oro alla carriera nel 2006. Tra i suoi ultimi film sono da ricordare Katyn (2007) sul massacro di 22.000 soldati polacchi uccisi dall’Armata Rossa per volere di Stalin, e Walesa – L’uomo della speranza (2013) dedicato proprio alla personalità politica da sempre figura di spicco nel cinema di Wajda.