Per la rubrica Il Cinema Invisibile, oggi ci occupiamo di Riflessi in uno specchio scuro (The Offence), diretto nel 1972 da Sidney Lumet e interpretato da Sean Connery, Trevor Howard, Vivien Merchant, Ian Bannen e Derek Newark.

Il sergente Johnson, dalla carriera ventennale, è ossessionato da un misterioso individuo che sevizia bambine. Durante la ricerca per catturare l’uomo, viene arrestato Kenneth Baxter, trovato mentre vaga per la città di sera. Condotto alla centrale per essere il primo sospettato, Baxter subirà un feroce interrogatorio da parte del sergente, ma quest’ultimo scoprirà molto più su se stesso e sulle angosce che lo attanagliano, finendo poi col dover rispondere di un terribile gesto.

Tra i film di Sidney Lumet, sceneggiato da John Hopkins (che lo ha tratto da una sua piéce teatrale) questo è senz’altro il più criptico e oscuro della sua filmografia. Girato quasi esclusivamente in interni, aperto con uno dei ralenti più belli e lunghi di sempre, il film è innanzitutto un dramma sulla psiche umana, luogo impenetrabile dove vengono stipati i pensieri e le ombre dell’essere umano.

Il sergente Johnson (interpretato da Connery in quella che è l’interpretazione migliore della sua carriera) persegue metodi brutali per giungere al proprio scopo che è al contempo un’ossessione: catturare l’uomo che s’impadronisce dei corpi e dell’infanzia delle bambine per soddisfare i propri desideri. Così, ai desideri del ricercato, che non sapremo mai se si tratti realmente di Baxter, si uniscono quelli di Johnson, chiuso in se stesso e incapace di far scaturire la rabbia o i propri pensieri che il lavoro da poliziotto comporta.

Neppure la moglie Maureen, co-protagonista di una delle scene più disperate e toccanti del film, è capace di dare al marito quella serenità che la vita coniugale dovrebbe (o potrebbe) garantirgli; anzi, viceversa la sfera privata viene rappresentata come un crogiolo di insoddisfazioni e di risentimenti mentre la casa (e il matrimonio per estensione) sono gabbie da cui è impossibile uscire.

Il confronto tra Johnson e Baxter, poi, amplifica quella dicotomia tra Bene e Male che da sempre contraddistingue l’animo umano: se Johnson, infatti, cerca di addentrarsi nella mente di Baxter (il Male) per cercare di scoprire la verità (il Bene), è lo stesso poliziotto a trasformarsi ineluttabilmente nel Male, cosicché lo spettatore fatica a distinguere ciò che è Bene e ciò che è Male. Tutto questo senza sfociare in quel manicheismo tipico del cinema hollywoodiano di genere (e per questo meriterebbe un confronto con Cruising di William Friedkin).

La regia di Lumet è asciutta e controllata nonostante i numerosi piani-sequenza e i primi piani che, in combinazione con una colonna sonora quasi cacofonica fatta di striduli e rumori, trasporta lo spettatore in un mondo oscuro dalla quale uscirà come se il regista lo avesse accompagnato in un tunnel senza luci. Senza rinunciare, come in molti altri suoi film, a lanciare una condanna contro le istituzioni sociali (la polizia in primis), fonti di frustrazioni represse e sentimenti contrastanti.

All’epoca il film fu un flop, ma fece parte di un contratto stipulato da Connery per spingerlo a tornare a interpretare il ruolo di James Bond in Una cascata di diamanti.

Ecco di seguito il trailer originale del film.