Per la rubrica Il Cinema Invisibile, oggi ci occupiamo di Ricky – Una storia d’amore e libertà (Ricky), film del 2009 diretto da François Ozon e interpretato da Alexandra Lamy, Sergi Lopez, Mélusine Mayance e Arthur Peyret. Il film è tratto dal racconto Moth di Rose Tremain, incluso nella raccolta The Darkness of Wallis Simpson, ed è stato presentato in concorso alla 59a edizione del Festival di Cannes.

Katie è un’operaia, ha una figlia di nome Lisa, e conduce una vita svogliata e senza uno scopo. Un giorno, in fabbrica, arriva un nuovo operaio, lo spagnolo Paco, del quale Katie s’innamora. Dopo un fugace rapporto consumato nei bagni dello stabilimento, Katie scopre di essere incinta. La nascita di Ricky è accolta con felicità e spensieratezza sia da parte di Katie che da parte di Paco, ma la felicità ha durata breve; il neonato, infatti, continua a piangere e presenta sulla schiena dei lividi. Katie accusa Paco di maltrattare il piccolo e l’uomo, stizzito, se ne va. Poco tempo dopo, però, Katie si accorge che sulla schiena di Ricky si stanno materializzando delle vere e proprie ali…

Un film di difficile catalogazione, sia per la scelta del tema trattato sia per la libertà con cui il regista lo affronta. All’inizio, il film sembra affiancarsi al cinema realista e sociale dei fratelli Dardenne, con il rapporto madre/figlia e il lavoro in fabbrica. Con la nascita di Ricky e i turbamenti dovuti ai lividi e al sangue che il piccolo lascia inconsapevolmente nella culla, il film sembra virare verso l’horror domestico con l’attesa da parte dello spettatore che il bambino si riveli in realtà qualcosa di pericoloso. Infine, il film prende una piega surreale e quasi magica.

La vera libertà, quindi, non è solo quella di Ricky, bambino con le ali che inserisce nella quotidianità di Katie qualcosa di inaspettato, ma anche e soprattutto quella di Ozon che non teme di cambiare continuamente registro e di giocare continuamente con le attese dello spettatore per raccontare, attraverso una metafora (che il sottotitolo italiano esplicita fin troppo), la voglia di libertà inseguita dalla protagonista per fuggire dalle maglie e dalle regole imposte dalla società; e la scena in cui vediamo Lisa affacciata alla finestra mentre osserva un uccello in volo, libero e senza vincoli, sembra presagire agli eventi che seguiranno di lì a breve.

La quotidianità è uno degli aspetti principali del film; ogni giorno Katie si reca al lavoro come ogni giorno la figlia Lisa si reca a scuola. Questa quotidianità viene resa mediante piani fissi che rendono chiara la difficoltà di Katie di rompere il proprio rapporto con la società, così chiusa in se stessa, almeno fino all’incontro con Paco e alla nascita di Ricky. Proprio Ricky, fonte primaria di felicità, si rivela essere matrice involontaria di problemi, psicologici (l’accusa di Katie nei confronti di Paco) e materiali, come dimostra la scena in cui Katie deve prevenire eventuali infortuni del piccolo attraverso imbottiture e caschi. Alla quotidianità reale dell’inizio se ne sostituisce una surreale, talmente surreale che i protagonisti agiscono come se fosse una vicenda apparentemente normale: e, in questo caso, Ozon sembra aver fatto propria la lezione di Luis Buñuel.

Sia chiaro: un film del genere può far storcere il naso a chi si aspetta risposte sincere e fondanti su basi scientifiche. Ma se si coglie la metafora che il regista ci pone e si esclude la verosimiglianza, allora il film assume una potenza inusitata che squarcia l’ordinario per sfociare in uno straordinario inconsueto e, anche se all’apparenza incoerentemente, felice.