Per la rubrica Il Cinema Invisibile oggi ci occupiamo di Memories of Murder (Salinui chueok), diretto nel 2003 da Bong Joon-ho e interpretato da Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha, Song Jae-ho e Park No-shik. Il film ha ottenuto il Premio del pubblico al Torino Film Festival, ma in Italia è uscito (in ritardo) direttamente in dvd.

Nel 1986, in una cittadina della provincia sudcoreana, impazza un serial killer che uccide e violenta esclusivamente donne. Sulle sue tracce si mette il detective Park Doo-man che, insieme ai suoi colleghi, interroga con metodi brutali alcuni minorati mentali sospettati di essere l’assassino. Un giorno si presenta il detective Seo Tae-Yoon, giunto da Seul per aiutare il collega nell’indagine. Nonostante la differenza di approccio al caso, i due detective faranno fatica a giungere a una verità, sempre sfuggente e ambigua.

Sceneggiato dal regista insieme a Shim Sung-bo, il film è tratto dal romanzo Come and See Me scritto da Kim Kwang-rim, a sua volta ispirato alla vera storia di quello che è considerato il primo serial killer della storia della Corea del Sud e che uccise dieci donne tra il 1986 e il 1991.

Paragonato da molti a Zodiac di David Fincher, con cui condivide il tema del serial killer a cui la polizia dà continuamente la caccia (ma che è anche di quattro anni più recente), Memories of Murder si differenzia dal film di Fincher per la sua messa a fuoco della Storia coreana; se in Zodiac, infatti, la descrizione del passato americano è riportato attraverso elementi diegetici (vestiti, automobili ecc.), il film di Bong ripercorre la storia del proprio paese attraverso modi di pensare e di agire.

In questo modo, emergono le ambiguità, le contraddizioni e le difficoltà di un paese che vorrebbe essere mentalmente e materialmente come gli Stati Uniti ma che non ha la possibilità di esserlo fino in fondo, come dimostra il dialogo tra i due detective sull’F.B.I; degli Stati Uniti manca la tecnologia, come ben rappresenta il fatto di dover mandare in America il campione di sperma del presunto assassino perché in città non ci sono gli strumenti adatti per questo tipo di indagine.

Il passato della Corea, oltre a ciò, e non senza un’accusa neanche troppo velata, emerge anche dagli interrogatori che il detective Park pratica insieme ai colleghi: allo scopo di ottenere delle risposte e delle dichiarazioni, i poliziotti si avvalgono di metodi violenti contro persone che non hanno nessuna colpa se non quella di non poter reagire a veri e propri soprusi.

La polizia, d’altro canto, ne viene fuori sempre distrutta dalla stampa, tanto è incapace di ottenere risultati da poter dare alle persone comuni un po’ di speranza, speranza che alla fine coinvolge anche il detective Park, attraverso un’inquadratura finale che ci chiama in causa direttamente e che ci penetra nel profondo per far emergere in superficie la nostra coscienza.

Tutto questo viene reso formalmente e visivamente da una regia raramente così controllata, in contrasto con l’argomento trattato, che privilegia piani-sequenza e piani fissi, che contrappuntano il film di ritmi lenti e meditati, salvo poi esplodere in momenti di violenza inusitati e inaspettati; questi repentini cambi di tono e di ritmo servono per emblematizzare l’ambiguità in cui è vissuto (e vive tuttora) il paese, dove ai paesaggi che sembrano richiamare quelli di certi pittori fiamminghi si accostano comunità povere più vicine alla pittura di genere.

Un film insolito, comune nel tema ma innovativo dal punto di vista formale che avrebbe meritato una maggiore attenzione da noi; in patria, d’altronde, è stato uno dei film che ha ottenuto più successo.

Di seguito potete vedere il trailer originale sottotitolato in inglese.

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