Per la rubrica Il Cinema Invisibile, oggi ci occupiamo di Edmond, diretto nel 2005 da Stuart Gordon e interpretato da William H. Macy, Julia Stiles, Joe Mantegna, Rebecca Pidgeon, Denise Richards, Mena Suvari e Jeffrey Combs. Il film è tratto da una piéce teatrale di David Mamet che lo stesso autore ha adattato per lo schermo.

Edmond Burke è un mite e frustrato impiegato che lavora presso una banca. Una sera, tornando da lavoro, decide di prestare ascolto a una veggente la quale gli afferma che la sua vita ha preso una direzione sbagliata. Ritenendo che il destino abbia in riservo per lui qualcosa di diverso, tornato a casa Edmond lascia la moglie e decide di usufruire di quella notte per dare una svolta alla sua vita, lanciandosi in azioni che non avrebbe mai pensato di fare. Presto, però, la situazione si rivelerà ben diversa da quella che Edmond si aspettava e tutte le frustrazioni e i sentimenti repressi esploderanno.

Edmond è, innanzitutto, un noir notturno. Tutta l’azione si svolge nell’arco di una notte, in modo che oltre all’oscurità della città e dei suoi vicoli e posti nascosti si appaia anche l’oscurità dell’animo umano, pronto a far emergere i suoi lati più misteriosi. Quella compiuta dal protagonista (ottimamente interpretato da Macy che compie una trasformazione progressiva e inquietante) è un’autentica discesa negli inferi; ogni persona da lui incontrata si dimostra essere un passo sempre più in basso alla ricerca di quella vitalità che il destino gli ha sempre negato, vitalità che rischia di sfociare in una vera e propria follia.

Se il paragone con Taxi Driver può venire in mente, qui differisce la volontà che muove il protagonista: sia Travis Bickle che Edmond Burke sono due esseri che vogliono cambiare le cose, impegnandosi corpo e (soprattutto) anima nel raggiungere l’obiettivo che si prefiggono, ma se Travis si propone di “pulire” la città di New York con mezzi non propriamente consoni, Edmond vuole dare una svolta alla sua vita “pulendosi” da tutto ciò che la società gli ha imposto, a cominciare dal ruolo da esso svolto. Per fare ciò, Edmond si munisce di un coltello dopo l’ennesima voltata di spalle della fortuna e dopo aver subito l’ennesima angheria: per cambiare vita non può far altro che rispondere alla violenza con la violenza.

Edmond è una figura a tratti spettrale che si aggira tra locali di striptease, gioco d’azzardo sul marciapiede e proposte di rapporti sessuali finché non conosce Glenna, una giovane cameriera con la quale sembra riuscire a instaurare un rapporto autentico, ma che ben presto si rivelerà fallace. Quell’impulso vitale che la giovane sembrava avergli dato, si trasforma ben presto in un impulso di morte in una delle scene più forti ma anche più sincere del film; la mente è ormai chiusa in se stessa, incapace di aprirsi al mondo (e all’amore), capace solo di distruggere. Il prossimo è per Edmond solo un’ombra con cui confrontarsi, un confronto che però non può assurgere a qualcosa di concreto. L’autodistruzione, e la distruzione di conseguenza, diventa perciò irreversibile e immutabile.

Alla fine, però, un barlume di ritrovata serenità sembra possibile, anche se molto probabilmente non è quello che Edmond (e lo spettatore, immedesimatosi in lui) si aspettava: una nuova vita, una nuova visione del mondo, quel mondo che all’inizio ripugnava il protagonista diventa ora l’unica via di salvezza dal grigiore e dall’infelicità che lo avviluppava impedendogli di uscire dal guscio composto da giacca e cravatta: una divisa quotidiana che evidentemente gli stava troppo stretta. Alla fine, Edmond può finalmente guardare al futuro, e la scena finale è una delle più toccanti e profonde che si potessero immaginare per un film così.

Non un film per tutti i gusti (Gordon, d’altronde, è sempre stato un regista di film horror e ciò lo si nota soprattutto nella conclusione della sequenza con Edmond e Glenna), ma un film capace di farci riflettere sulle nostre vite, su cosa saremmo disposti a cambiare ma, soprattutto, su come saremmo disposti a cambiare noi stessi.