Per la rubrica Il Cinema Invisibile, oggi ci occupiamo di Anna, datato 1975, diretto da Alberto Grifi e Massimo Sarchielli.

Difficile riassumere e spiegare un film del genere. Si tratta, infatti, di un esempio limpido di cinema sperimentale che fa crollare quella separazione che divide la realtà dalla finzione. Tutto ebbe inizio quando l’attore Massimo Sarchielli, girando per Piazza Navona, incontrò una ragazza, Anna, incinta e tossicodipendente. Preso da un moto di compassione, l’attore la ospitò a casa sua e decise, con l’aiuto del più esperto Grifi, di girare un film con lei come protagonista.

Il film avrebbe dovuto partire dagli appunti presi da Sarchielli durante il periodo di convivenza con Anna ma quest’ultima, restia a qualsiasi sceneggiatura e ruolo impostole, rese difficile la realizzazione. L’entrata in scena di Vincenzo, elettricista di scena che dichiarò il suo (vero) amore nei confronti della ragazza, annullarono qualsiasi pretesa di fiction.

Un film che non è un film. La vita vera, autentica, entra con tutta la sua forza nel campo della finzione e la nutre. All’inizio, vediamo scene che replicano ciò che accadde nella realtà, come ad esempio l’incontro tra Sarchielli e Anna, ma siamo incapaci di distinguere poi ciò che è reale (autentico) da ciò che è fiction; Grifi ci dice che non si possono distinguere queste due dimensioni perché anche ciò che accade nel film, che sarebbe dunque finto, accade ed è visibile quindi reale.

La storia di Anna, figlia di sardi emigrati in Francia, si interseca con la storia di un paese che proprio in quegli anni viveva uno dei periodi più fragili. Il Sessantotto si avverte nei dialoghi tra i giovani al bar, la voglia di sovvertire il sistema, di andare contro l’ordine precostituito, come dimostra anche la lunga sequenza del corteo femminile contro l’uso della donna-oggetto. Lo stesso fa Grifi con il film: va contro le regole del cinema, infischiandosene degli abbellimenti e degli orpelli che hanno reso il cinema classico un modello di irrangiungibile finezza. In questo film i canoni vengono distrutti, annientati dalla forza rivelatrice che la macchina da presa riporta agli occhi dello spettatore, senza abbellire la messa in scena ma restituendo il mondo per quello che è.

Emblematica, in questo caso, è la scena della doccia: mentre Anna si lava e viene aiutata da Sarchielli, quest’ultimo le trova tra i capelli alcuni pidocchi che la macchina da presa di Grifi non cerca di evitare. Questi pidocchi, data l’insistenza che gli viene data, assumono quindi un significato: se il corpo nudo di Anna (che ricorda alcuni dipinti di Degas) è metafora della nuda realtà circostante, i pidocchi indicano il degrado in cui Anna è costretta a vivere e dal quale Sarchielli (e, per estensione, il cinema) tentano di prelevarla e salvarla.

Il film, della durata di quasi quattro ore, non si può riassumere in queste righe, le quali servono più che altro a fornire gli elementi essenziali per riscoprire questo capolavoro di autenticità che costringe chi lo guarda a fare un bagno di realtà per ripulirsi da ciò che il cinema commerciale ci ha abituato in tutti questi anni. Anna è un film che non è stato dimenticato, anche per il successo che ottenne al Festival di Venezia, con conseguente partecipazione al Festival di Berlino e di Cannes, ma è un film che per molto tempo (troppo tempo) ha vissuto nell’oblio ma che, a distanza di oltre quarant’anni, conserva inalterata la sua forza e la sua attualità.