Per la rubrica Il Cinema Invisibile, oggi ci occupiamo di Agnese di Dio, datato 1985, diretto da Norman Jewison e interpretato da Jane Fonda, Anne Bancroft e Meg Tilly.

L'azione inizia una sera in un convento di suore a Montreal (Canada). Tutto si svolge secondo la routine quando, improvvisamente, un urlo squarcia la serenità; esso proviene dalla stanza dove alloggia Suor Agnese, una ragazza giovane e ingenua cresciuta nel convento senza avere conoscenza del mondo esterno, ma che parrebbe aver partorito e ucciso un bambino evento del quale, però, non ricorda nulla. A far luce sul caso viene chiamata una psichiatra atea, Martha Livingston, la quale dovrà scontrarsi con la ferrea volontà della madre superiora. Religione e scienza si scontrano, ma alla fine non tutte le domande avranno le adeguate risposte.

Il nome di Norman Jewison è associato a ben altri film, come La calda notte dell'Ispettore Tibbs, Jesus Christ Superstar o Rollerball. Eppure, se c'è un film a cui il suo nome deve essere collegato è proprio questo. Tratto da una piéce teatrale di John Pielmeier, da lui stesso sceneggiato, il film è innanzitutto una lezione di recitazione. Le tre attrici incarnano ognuna un aspetto diverso della femminilità: Martha è la donna razionale, atea, che cerca un appiglio scientifico per spiegare ogni fenomeno (soprattutto religioso); la madre superiora rappresenta la religione come seconda vita per appagare un'esistenza altrimenti vuota e vana; Agnese è l'ingenuità, intesa come anima pura che vede il mondo con gli occhi di un bambino.

Queste tre donne si intersecano per cercare di dare una spiegazione a un evento altrimenti enigmatico: come ha fatto Agnese ad avere un bambino se non conosce nulla sul sesso? Si tratta realmente di un miracolo o la sua mente ha rimosso qualcosa? Con queste domande, lo spettatore è invitato a entrare nel mondo chiuso e autonomo del convento (e, per estensione, della Chiesa), ripreso quasi sempre attraverso grate e finestre e che la magnifica fotografia di Sven Nykvist (solito collaboratore di Ingmar Bergman), attraverso ombre e tagli di luce, rende perfettamente. L'aspetto che risalta è la mancanza di giudizio; non si vuole giudicare né come si comporta la religione né come si comporta la psichiatria nei confronti di un caso ambivalente, che può avere del mistico come può essere spiegale scientificamente. Quello che il film vuole indagare è come reagisce l'animo umano, razionale o religioso che sia, quando si presenta un fenomeno di questa portata.

E' dunque un film che si muove sul confine tra due dimensioni: religione/scienza, ingenuità/consapevolezza, luce/ombra. Proprio per questo confine, mai valicato, il film non può dare tutte le risposte che lo spettatore, alla fine, pretende. Sta a lui decidere se prendere la strada della religione e credere al miracolo o prendere quella della razionalità e pensare che si sia trattato di uno stupro. Qui risiede il fascino del film; l'enigma, sia religioso che psichiatrico, è il punto oscuro che nessuna luce può illuminare perché posto sul confine tra le varie dimensioni sopracitate. Se, ad esempio, Habemus Papam di Nanni Moretti si avvaleva della crisi del neoeletto Papa per parlare della crisi esistenziale di un uomo qualunque, e per la quale entrava sempre in gioco il dualismo religione/scienza, in questo caso si vuole riflettere sull'amore incondizionato che una persona, Agnese, prova nei confronti del mondo, nonostante esso non sia il posto meraviglioso che lei crede.

Agnese di Dio è un film che regala emozioni forti (le scene dell'ipnotizzazione non si dimenticano), ma consegna a chi lo guarda un'immagine forte sulla volontà, sull'amore e sulla credenza, verso Dio o verso la scienza.

Di seguito potete vedere il trailer originale del film.

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