Ci sono film che affrontano la disabilità raccontandone il dolore, la fatica quotidiana e le conseguenze sulla vita di una famiglia. Con I figli della scimmia, presentato a Venezia 83 nella sezione Orizzonti, Tommaso Landucci firma un esordio cinematografico coraggioso e sorprendentemente maturo.
Al centro del film c’è un tema tanto universale quanto difficile da affrontare: la distanza, spesso dolorosa e inesplorata, tra il figlio che abbiamo davanti agli occhi e quello che avevamo immaginato.
I figli della scimmia: il figlio che amiamo e quello che avevamo immaginato
Il protagonista è Dario, interpretato da Riccardo Scamarcio, padre di un bambino con disabilità. La sua quotidianità, fatta di responsabilità e cura, viene progressivamente attraversata dal rapporto sempre più intenso con il nipote adolescente. In quel ragazzo Dario finisce per proiettare desideri, aspettative e possibilità che sente di non poter vivere attraverso il proprio figlio. È proprio in questa dinamica, tanto umana quanto scomoda, che Landucci individua il cuore del suo racconto.
La forza di I figli della scimmia sta innanzitutto nel modo in cui affronta un argomento potenzialmente esposto al rischio del sentimentalismo. Landucci sceglie infatti di non cercare scorciatoie emotive. La disabilità non diventa un espediente per commuovere lo spettatore e il dolore non viene mai spettacolarizzato. La macchina da presa osserva, aspetta, lascia che siano i silenzi, gli sguardi e i piccoli gesti quotidiani a far emergere le contraddizioni dei personaggi.
È una regia sobria, quasi pudica, che mantiene una distanza rispettosa dalla fragilità che racconta. Landucci non sembra interessato a fornire allo spettatore una chiave di lettura morale precostituita: non vuole stabilire chi abbia ragione e chi torto, né trasformare Dario in un padre esemplare o, al contrario, in un uomo da condannare. Il suo cinema preferisce interrogare anziché giudicare.
Ed è proprio Dario a rappresentare il risultato più interessante di questa scelta. Il personaggio di Scamarcio è attraversato da una contraddizione che non viene mai semplificata: ama il proprio figlio, se ne prende cura e gli è profondamente legato, ma contemporaneamente subisce il fascino di ciò che il nipote rappresenta. Una possibilità diversa, forse più vicina a quella che aveva immaginato per sé e per la propria famiglia. Il film trova la sua dimensione più dolorosa proprio nel momento in cui queste due realtà finiscono per convivere.
Scamarcio sostiene con grande intensità il peso emotivo del film, evitando di trasformare Dario in una figura monolitica. Il suo è un personaggio che spesso comunica più attraverso ciò che trattiene che attraverso ciò che dice. Accanto a lui, Fausto Russo Alesi costruisce una presenza altrettanto significativa: il suo personaggio, oltre a essere il fratello di Dario, diventa una sorta di termine di paragone attraverso cui affiorano tensioni, gelosie e dinamiche irrisolte all’interno della famiglia.
Molto convincente anche Andrea Aggio nei panni del nipote, un adolescente che non viene mai ridotto allo stereotipo del ragazzo problematico o ribelle. La sua inconsapevolezza rispetto al ruolo che Dario gli attribuisce rende ancora più dolorosa la situazione: il ragazzo si trova al centro di una dinamica emotiva che non ha scelto e che non comprende fino in fondo.
Lidiya Liberman e Cristina Odasso completano un cast capace di lavorare soprattutto per sottrazione. I loro personaggi non vengono utilizzati come semplici strumenti per alimentare il conflitto, ma contribuiscono a restituire la complessità di un ambiente familiare nel quale ogni scelta produce conseguenze sugli altri. Anche nelle figure apparentemente laterali, Landucci dimostra una particolare attenzione alla costruzione psicologica.
A questa ricerca di autenticità contribuisce in maniera decisiva anche la fotografia. Gli ambienti sono concreti, vissuti, lontani da qualsiasi idealizzazione estetica. La luce naturale e una palette cromatica misurata costruiscono un’atmosfera intima e realistica, nella quale non c’è spazio per l’immagine “bella” fine a se stessa. Le inquadrature sembrano spesso mantenere una distanza quasi rispettosa dai personaggi, come se la macchina da presa fosse consapevole di trovarsi davanti a qualcosa che non può essere semplicemente osservato e consumato dallo spettatore.
Ma il vero centro del film è il suo discorso sul cosiddetto “figlio ideale”. Partendo dalla disabilità, Landucci allarga progressivamente la riflessione fino a una questione molto più universale: quanto delle nostre aspettative finisce per ricadere sui figli? E quanto è difficile accettare una persona per ciò che è, quando dentro di noi continua a esistere l’immagine di ciò che avremmo voluto che fosse?
È qui che I figli della scimmia trova la sua dimensione più scomoda. Il film non mette in discussione l’amore di un genitore, ma esplora quella zona ambigua in cui l’amore può convivere con il rimpianto, con il desiderio e persino con una forma di delusione. Un territorio narrativo rischioso, che avrebbe potuto facilmente condurre al moralismo o alla provocazione. Landucci sceglie invece una strada più difficile: quella della comprensione.
Anche il titolo, che richiama una fiaba di Esopo, introduce il tema della preferenza e della difficoltà di amare senza proiettare sull’altro i propri desideri. La scimmia della fiaba diventa così una figura attraverso cui interrogare la natura stessa dell’amore e il bisogno, spesso inconsapevole, di riconoscere nell’altro qualcosa che corrisponda alle nostre aspettative.
Per questo I figli della scimmia non è, in senso stretto, un film sulla disabilità. È piuttosto un film sul lutto per le possibilità immaginate, sulla distanza tra la vita che abbiamo e quella che avevamo pensato per noi, e sul complicato processo attraverso cui impariamo ad accettare che le persone che amiamo non possono essere la proiezione dei nostri desideri.
L’esordio di Tommaso Landucci colpisce proprio perché non cerca una soluzione semplice a una questione che semplice non è. La regia misurata, la fotografia essenziale e una scrittura attenta alla complessità psicologica dei personaggi costruiscono un dramma familiare intenso, capace di lasciare spazio al dubbio.
E quando arrivano i titoli di coda, ciò che rimane non è una risposta, ma una domanda. È possibile amare davvero qualcuno senza confrontarsi con le proprie aspettative? I figli della scimmia non pretende di risolvere il dilemma. Ha però il merito di guardarlo negli occhi, senza giudicarlo e senza distogliere lo sguardo.
A Venezia I figli della scimmia ha conquistato il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura di Tommaso Landucci e Damiano Femfert e il Premio Orizzonti per il miglior attore a Riccardo Scamarcio. Il film uscirà il 17 settembre nelle sale cinematografiche distribuito da Medusa.
I figli della scimmia, recensione film di Tommaso Landucci

Regista: Tommaso Landucci
Data di creazione: 2026-09-16 18:51
3.5
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