Dalle macerie di Super Mario al trionfo di Mortal Kombat: la faticosa redenzione di Hollywood

Dalle macerie di Super Mario al trionfo di Mortal Kombat: la faticosa redenzione di Hollywood

Per anni, noi che siamo cresciuti con un controller in mano abbiamo guardato il grande schermo con un misto di speranza e terrore. Ogni volta che leggevamo “tratto dal videogioco cult“, sapevamo che c’era il rischio concreto di vedere i nostri ricordi calpestati da chi, probabilmente, un videogioco non l’aveva mai nemmeno acceso. Ma oggi, guardando i numeri del Box Office e la qualità media espressa, sembra che qualcosa si sia finalmente rotto. Hollywood ha smesso di chiederci scusa e ha iniziato a studiare.

Il trauma degli anni ’90: quando eravamo solo un target da sfruttare

Tutto è iniziato con quel disastro psichedelico del 1993: Super Mario Bros. Fu il primo schiaffo. Vedere Bob Hoskins in una Brooklyn distopica ci fece capire subito che per i produttori eravamo solo un pubblico “facile” da accontentare con una trama generica e un titolo famoso in locandina. Gli anni ’90 sono stati un cimitero di buone intenzioni: dal trash muscolare di Street Fighter al primo Mortal Kombat che, pur con tutto il suo fascino nostalgico, restava un esperimento ingenuo. Era un cinema che non ci rispettava, convinto che bastasse un nome sulla scatola per riempire le sale.

Resident Evil e Silent Hill: l’illusione di avercela fatta

Poi è arrivato il nuovo millennio e la musica è cambiata, ma non troppo. Paul W.S. Anderson ha preso Resident Evil e lo ha trasformato in un action-giocattolo infinito. Divertente? Forse. Fedele? Quasi mai. Abbiamo accettato Alice perché, in fondo, ci piaceva vedere gli zombie su grande schermo, ma quella sceneggiatura scialba è rimasta una ferita aperta per chi cercava l’ansia di Villa Spencer.

Di segno opposto il caso Silent Hill: Christophe Gans nel 2006 ci ha regalato una perla estetica che ancora oggi toglie il fiato. Quando Rose cammina nella nebbia, senti il freddo nelle ossa, senti l’odore della cenere. È stato il primo momento in cui abbiamo pensato: Ok, allora si può fare. Ma i sequel successivi ci hanno ricordato brutalmente che l’estetica, senza una scrittura solida, è solo una bella confezione vuota.

L’ambizione tradita dei Tripla A: da Lara Croft ad Assassin’s Creed

Siamo passati per le mani di Angelina Jolie e Alicia Vikander, cercando in ogni Tomb Raider quella scintilla di avventura che ci faceva saltare sulle piattaforme. Ma il vero dolore è arrivato con Assassin’s Creed. Avevano tutto: Michael Fassbender, un budget faraonico e una lore millenaria. Eppure, il risultato è stato un film freddo, con una caratterizzazione dei personaggi talmente abbozzata da far sembrare i dialoghi scritti durante una pausa caffè. È la stessa sensazione di “vorrei ma non posso” che chi scrive ha provato scrivendo la recensione di Mortal Kombat II: ottimi i pugni, ottimo il sangue, ma dove sono le persone dietro le maschere?

La rivoluzione silenziosa: se Fallout ci insegna a scrivere

La vera lezione non è arrivata dal cinema, ma dalla TV. Serie come Fallout, ma anche The Last of Us hanno dimostrato che non serve “semplificare” per il grande pubblico. Se tratti la storia di un Vault con la stessa dignità di un classico della letteratura, la gente ti segue. Questa nuova consapevolezza ha finalmente contagiato anche le sale cinematografiche, portando registi e sceneggiatori a capire che noi videogiocatori non cerchiamo solo le mosse speciali: cerchiamo le ragioni per cui quei personaggi lottano. È questa maturità che ci fa sperare bene per i prossimi passi, come il nuovo live-action di Street Fighter ma anche il nuovo Resident Evil di Zach Cregger, solo per fare due nomi.

Kratos, il dovere e il fango: God of War e le promesse del futuro

E ora? Ora il futuro fa quasi paura per quanto è ambizioso. Vedere Ryan Hurst nei panni di Kratos nella serie di God of War su Prime Video non è solo un casting azzeccato, è una dichiarazione d’intenti. Sotto la guida di Ronald D. Moore, ci aspettiamo di vedere non solo la furia del Fantasma di Sparta, ma il peso di un padre che non sa come parlare a suo figlio.

È la stessa curiosità che ci tiene svegli per il possibile kolossal di Call of Duty o per l’epopea samurai di Ghost of Tsushima. Non sono più solo “film di videogiochi”, sono le nuove saghe epiche di cui Hollywood ha disperatamente bisogno.


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