Dalle sue origini, il cinema ha sempre tratto ispirazione dalla letteratura, soprattutto durante il cinema muto quando si doveva ricorrere a soggetti conosciuti dal pubblico per creare storie appassionanti e senza difficoltà. Basti pensare che uno dei primi film italiani (anzi, due per l’esattezza, girati contemporaneamente) affrontò il rischio di trasporre in immagini L’Inferno di Dante. La moda delle trasposizioni cinematografiche di alcuni libri di successo non ha mai cessato e, soprattutto negli ultimi anni, stiamo assistendo a un’ondata sempre più crescente di questo fenomeno dovuto essenzialmente alle tante saghe letterarie che hanno avuto successo tra i giovani lettori; ma si tratta sempre di buoni prodotti?

Prendiamo, per cominciare, un autore che conta un numero cospicuo di film tratti dai suoi libri: Stephen King. Ebbene, i suoi libri si apprestano facilmente a diventare film facendo parte di un genere molto amato dal pubblico, ma non sempre i film sono riusciti bene come i romanzi da cui sono tratti. Shining a parte, dove alla regia c’era Stanley Kubrick che, sebbene avesse stravolto non poco il libro di partenza, ne è uscito fuori un capolavoro indiscusso capace di trascendere il genere horror, quel capolavoro della letteratura che è IT non ha avuto una brillante trasposizione in immagini. Il film di Tommy Lee Wallace (realizzato per la tv in due puntate), infatti, è scialbo e, fatta esclusione per il personaggio di Pennywise (interpretato da Tim Curry), ha ben poco da condividere col romanzo. Altro discorso, invece, per Stand By Me – Ricordo di un’estate, per Misery non deve morire, per Le ali della libertà e per Il miglio verde (ma anche The Mist, sottovalutato, è da aggiungere alla lista): tutti esempi di buone trasposizioni che riescono a riproporre la magia, la suspence e le atmosfere dei romanzi (o dei racconti).

Anche per i romanzi di Dan Brown vale un discorso simile, ma non uguale. Brown, più furbo che altro, ha avuto l’idea brillante di giocare con la Storia e i suoi misteri e di aver costruito storie che fanno dell’esoterismo i protagonista assoluto. Romanzi come Il Codice Da Vinci, Angeli e Demoni e Inferno (tutti aventi come protagonista Robert Langdon) non fanno altro che usare sempre la stessa formula che all’inizio può entusiasmare, ma che alla fine mostra la corda. I film tratti da questi romanzi, diretti da Ron Howard, mostrano proprio il tallone d’Achille di questi romanzi: una sequela di indizi, enigmi e inseguimenti tra Storia e fantasia che mettono a dura prova l’intelligenza dello spettatore (o del lettore). Possono piacere e intrattenere, ma il cinema è un’altra cosa.

Poi ci sono le saghe. In questo ambito è impossibile non citare la saga, letteraria prima e cinematografica poi, di Harry Potter. Sette romanzi nati dalla fervida fantasia di J.K. Rowling che hanno allietato la fantasia di milioni di ragazzi e da cui sono stati tratti otto film (l’ultimo, I Doni della Morte, è diviso in due parti). Mettendo da parte la nostalgia e l’amore provato per i personaggi e le storie che li vedono protagonisti, i film non possono essere considerati all’altezza dei libri; questo non per un discorso di “il libro è sempre meglio del film”, ma proprio perché non sempre regia e sceneggiatura sono riuscite nell’impresa di ripetere la magia della pagina scritta, avendo mancato poi l’obiettivo che è tra i principali del cinema, ovvero quello di creare film in sé completi e finiti.

Andando più a fondo, i film di Harry Potter presentano diversi buchi di logica non solo all’interno di ogni singolo film, ma anche tra un film e l’altro. Certo, lo spettatore che ha letto i libri può facilmente coprire i buchi, ma bisogna tenere a mente che un film è un’opera a sé stante e dev’essere compiuta e finita, anche se quel determinato film fa parte di una saga. Quindi i libri sono meglio dei film? Se teniamo in considerazione quanto appena detto, la risposta è si. Ma sarebbe sbagliato considerare i film alla stregua dei libri: prendendo tutti e sette i libri della saga, dal primo all’ultimo, si riesce a costruire un universo completo dove ogni elemento trova una sua corrispondenza, dove ogni causa ha un suo effetto; la stessa cosa, però, non avviene con i film. Libri e film sono due universi distinti, due linguaggi differenti che non sempre trovano un punto d’incontro.

Finita la saga del maghetto con gli occhiali, gli studios sono andati alla disperata ricerca di una nuova gallina dalle uova d’oro. Ed ecco spuntare il genere young adult: saghe ambientate in futuri distopici con protagonisti degli adolescenti che lottano contro un sistema precostituito. Hunger Games, Divergent e Maze Runner sono tre saghe che presentano elementi simili tra di loro ma soprattutto con un’opera letteraria non proprio recente: 1984 di George Orwell. Ogni volta che si parla di un futuro distopico, soprattutto in riferimento ad Hunger Games (che, tra l’altro, ha copiato più di un’idea anche dal film Battle Royale), dovrebbe saltare alla mente il capolavoro di Orwell. Sfruttamento commerciale di un’idea che è sempre la stessa, ripetuta all’infinito: cambia la forma, ma non il contenuto…e non se ne può più di futuri in cui la società è divisa in fazioni o distretti. Regia e recitazione, poi, sono quasi sempre al minimo sindacale.

Tutto questo per dire che trasporre al cinema un romanzo o una saga non dev’essere un’operazione prettamente commerciale, anche se ciò è un elemento ormai imprescindibile; bisogna avere rispetto per l’opera di partenza, avere una sensibilità artistica che ormai è sempre più rara. Oppure, ma occorre essere abili in sede di sceneggiatura e abili con la macchina da presa, bisogna stravolgere l’opera letteraria per assurgere a qualcosa che è altro rispetto ad essa, come ha fatto Kubrick col romanzo di King: il regista si è attirato le ire dello scrittore, ma ha regalato al cinema una pietra miliare che dovrebbe fungere da esempio. Come a dire che il cinema può prendere a braccetto la letteratura, ma non è obbligatorio che vadano di pari passo.

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