Una delle più grandi virtù del cinema è senza dubbio quella di aver dato voce nel corso degli anni ai dimenticati. E sono proprio i proletari più disperati gli indiscussi protagonisti de “L’ultimo pugno di terra”, film documentario del 1966 diretto da Fiorenzo Serra che narra le angosce e l’instabilità delle ultime ruote del carro di una Sardegna indigente.

Con la Terza rivoluzione industriale e la letizia post bellica, l’Italia raggiunse uno stato di euforia che inebriò le menti del popolo al punto da convincere pastori e contadini a lasciare i loro lavori per diventare minatori a Carbonia, città sarda nata negli anni trenta del Novecento sotto il regime fascista, diventata l’Eldorado di lavoratori ignari della situazione che vi avrebbero trovato.

Sebbene aumentasse la presenza di beni fino ad allora sconosciuti alla maggior parte della popolazione, di cui la televisione ne è un esempio lampante, a fare le spese del boom economico fu senza dubbio la classe lavoratrice, ogni giorno insidiata dal concreto pericolo di licenziamento e da salari ben al di sotto dei limiti della dignità. Queste problematiche si sono rivelate evidenti falle del Piano Marshall, contestato da numerosi economisti che denunciavano l’ignominiosa situazione a cui il ceto basso era costretto a sottostare.

Nata per soddisfare le esigenze di un’Italia forzatamente condotta all’autarchia dal regime fascista, Carbonia non riuscì a raggiungere quell’Eden promesso dal Duce Benito Mussolini con le sue abituali presentazioni in pompa magna.
Davvero notevole l’ultima parte dell’episodio “Carbonia, una storia moderna”, in cui i minatori, ammassati in un ascensore, scendono nell’oscurità della miniera.

Attraverso un neorealismo totale, Serra ci regala scene di vita vera, senza nessun filtro recitativo che possa in qualche modo distaccarci dal dramma. Non vi sono attori professionisti, le scene sono girate quasi esclusivamente in ambienti esterni segnati dalla miseria, e ciò eleva il cinema a puro strumento educativo, in grado di far rispecchiare gli spettatori nei protagonisti e di incitarli dunque ad una più consapevole e critica visione della propria vita.

Tramite una splendida fotografia, il regista sardo Fiorenzo Serra ci immerge in un quadro di disperazione generale in cui i braccianti agricoli, fino ad allora vissuti nell’anonimato e nell’ignoranza, trovarono paradossalmente la coscienza dei propri diritti in un territorio povero che glieli aveva strappati e raggiunsero un’unione radicata attraverso la guida dei discorsi speranzosi dei sindacalisti:forse, tutto sommato, l’Eden lo trovarono davvero.