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La recensione della prima stagione di La Ferrovia Sotterranea

E’ disponibile sul catalogo Amazon Prime Video la serie a sfondo storico La Ferrovia Sotterranea, basata sull’omonimo romanzo di Colson Whitehead. Ecco la nostra recensione.

La serie, che racconta l’orrore della schiavitù nel Sud degli Stati Uniti di metà Ottocento è prodotta, tra gli altri, da Brad Pitt, da sempre molto sensibile a questo tema e già produttore del capolavoro 12 anni schiavo, del 2013.

LA TRAMA: in un’immaginaria Georgia di un non meglio precisato decennio del 1800, la giovane schiava nera Cora Randall cerca di fuggire al suo padrone e al suo infame destino. Ma il famoso cacciatore di schiavi Arnold Ridgeway la insegue per tutto il Paese, senza darle tregua. Solo la famigerata “ferrovia sotterranea” usata dai schiavi può dare qualche speranza di successo alla giovane Cora.

LA SERIE: in periodo di grandi tensioni sociali e raziali che attraversano gli Stati Uniti, Amazon Studios lancia la bomba e propone La Ferrovia Sotterranea, serie tratta da un romanzo pluripremiato a livello mondiale e scritto da un autore afroamericano. La Ferrovia Sotterranea, diciamolo subito, non è una serie storica. Si tratta piuttosto di un sottogenere chiamato “fictional history” o “alternative history”, cioè si prende un periodo storico e si stravolge l’esito degli eventi. A questo, il prodotto di Prime Video aggiunge anche qualche piccolo elemento magico/sacrale/fantasy.

Il risultato è una serie vagamente ambientata in una generica Guerra Civile Americana mai conclusasi, nel quale tutto il Sud degli Stati Uniti (e non solo) è ancora dominato dalla schiavitù degli afroamericani. Un escamotage astuto, perché rende praticamente impossibile muovere alcun tipo di critica dal punto di vista della correttezza storica ad una serie che, appunto, è al confine tra storico è fantasy.

La protagonista Cora è interpretata in maniera eccelsa dalla giovane e semisconosciuta attrice sudafricana Thuso Mbedu le cui vicende sono tra le più strazianti che si siano mai viste nella storia della tv. E, in generale, La Ferrovia Sotterranea, è una serie veramente straziante. Bella, ma devastante nella sua tristezza. Nei dieci lunghi episodi non sembra esserci sosta dal continuo dramma di questa donna e dei suoi “affiliati”.

L’antieroe Ridgeway, anche lui personificato in modo straordinario da Joel Edgerton, non da tregua a questa povera ragazza che si trova a scappare in continuazione, senza mai riuscire a liberarsi del cacciatore di taglie e perdendo, di volta in volta, tutte le persone che ama. Come detto, è un dramma incessante. Uno strazio senza soluzione di continuità che rende questa serie, indubbiamente ben fatta e scritta con rara profondità, assolutamente non alla portata di tutti. Molti, infatti, la abbandoneranno prima della conclusione a causa della pesantezza e della eccessiva lentezza di alcuni passaggi.

Un peccato, perché a tratti La Ferrovia Sotterranea tocca davvero l’eccellenza assoluta. Bellissimi e molto realistici, dal punto di vista storico, i discorsi del “cattivo” Ridgeway sul cosiddetto Manifest Destiny. Crude, ma anch’esse assai realistiche, tutte le scene che mostrano l’insensata cattiveria e violenza praticata nei confronti dei neri durante quei decenni. Momenti talmente forti da lasciare sbigottito anche il più scettico o insensibile dei telespettatori.


Domina: recensione della prima stagione della serie trasmessa su Sky

Sono disponibili su Sky on demand tutti gli 8 episodi che compongono la prima stagione di Domina, serie tv storica ambientata nella Roma Augustea. La protagonista è Livia Drusilla, moglie di Cesare Ottaviano Augusto, interpretata da Kasia Smutniak. Ecco la nostra recensione su questa coproduzione anglo-italiana, in parte girata nei gloriosi studi di Cinecittà.

LA TRAMA DI DOMINA: La giovane Livia Drusilla viene da una nobilissima famiglia romana, i Claudii. Fedele alla Repubblica Romana, suo padre era morto proprio durante la guerra civile che contrapponeva la fazione dei repubblicani, capitanata da Bruto e Cassio a quella capeggiata da Marco Antonio e Ottaviano. Nonostante si fosse trovata dalla parte sbagliata della storia, Livia Drusilla riuscì a farsi strada in un mondo dominato dai maschi e dalla fazione opposta a quella in cui era cresciuta.

LA SERIE: sono passati 15 lunghi anni dall’ultima grande serie tv ambientata nell’antica Roma, il capolavoro Rome, targato HBO e interamente girato tra Cinecittà e la Via Appia. Dopo quelle meravigliose due stagioni, la storia romana in tv è stata trasposta spesso rovinata da serie poco lusinghiere come Britannia o Spartacus ma osannata attraverso un prodotto assolutamente promettente come Romulus, che però è ambientata in un periodo così arcaico da ricadere quasi in una categoria diversa.

Domina prova a riempire questo vuoto con una serie che ci porta nella Roma a cavallo tra la fine delle guerre civili e l’inizio del Principato Augusteo. Periodo “commerciale” per eccellenza, il più trattato in assoluto da film, romanzi storici e serie tv con centinaia di diversi prodotti. L’innovazione, nel caso di questa coproduzione italo-inglese, sta principalmente nell’adozione di una prospettiva femminile, che racconta la vita di Livia Claudia Drusilla, moglie di Cesare Ottaviano Augusto. Ad intepretarla, una Kasia Smutniak molto convincente, perfettamente calata nel ruolo della nobildonna romana.

Ma non c’è solo Livia: tutta la serie ha un taglio molto incentrato sulla vita, gli usi e i costumi delle donne dell’antica Roma, dalle schiave liberate, come il personaggio di Antigone (Melodie Wakivuamina), fino alle patrizie ai vertici della società quali Scribonia, prima moglie di Ottaviano o Ottavia, sua sorella. Questo rappresenta certamente una novità importante, che tende ad innovare il genere attraverso una prospettiva inedita, fresca.

A pagare eccessivamente le spese di questo affresco tutto al femminile, però, è proprio il più importante personaggio dell’epoca, nonché uno degli uomini più influenti nella storia del mondo occidentale, Cesare Ottaviano Augusto, interpretato da Matthew McNulty. Nel lodevole tentativo di trasmettere allo spettatore la nota influenza che Livia ebbe sul primo imperatore di Roma (e che in generale le nobildonne romane avevano sui loro mariti), gli sceneggiatori hanno chiaramente esagerato, trasformando Ottaviano in un povero rincoglionito, quasi succube della consorte.

Troppo, considerando che il figlio adottivo di Giulio Cesare aveva già scritto pagine fondamentali della storia di Roma ben prima di conoscere Livia, momento che nella serie viene anticipato di circa 10 anni rispetto all’effettivo primo incontro tra i due protagonisti. Una delle tante licenze storiche che la serie si concede al fine di aumentare il feeling di continuo intrigo e cospirazione che domina tutti gli episodi di Domina, dal primo all’ottavo.

E’ chiarissima, in questo senso, l’ispirazione al pilastro degli ultimi dieci anni della serialità mondiale, Il Trono di Spade, che ha fatto dell’intrigo un capolavoro assoluto e che si applica benissimo ad un’epoca, quella tra le guerre civili e il principato Augusteo, che di intrighi, cospirazioni, assassinii tentati e poi realizzati, ne aveva a non finire. Peccato che anche con Domina, nel tentativo di spettacolarizzare, si è andati un po’ oltre e si sono date per scontate situazioni ed eventi che sono tutto, fuorché certi.

Non parliamo tanto del fatto che a Livia venga attribuito l’omicidio di Marcello, nipote di Ottaviano e futuro successore. Tale lettura ci può stare considerando che questa eventualità, seppur non certificata dai documenti, è comunque possibile e considerata plausibile da vari storici. Ciò che veramente stona, soprattutto perché viene reiterato in tutti gli episodi e usato come volano per lanciare la seconda stagione, è il fatto che gli sceneggiatori descrivano continuamente Livia come una fervente repubblicana.

Addirittura, uno dei main theme della serie è il famigerato piano segreto di Livia Drusilla, che vuole preparare i figli Druso e Tiberio a succedere al padre adottivo, per poi restaurare la Repubblica. Pura fantasia, non riportata da nessuna fonte di nessuna epoca. Non una semplice licenza storica per fini drammatici, un peccato veniale a fin di bene, ma un artifizio che va ad alterare proprio lo spirito di quell’epoca.

Livia Drusilla, proprio perché fedelissima ad Ottaviano e artefice oscuro ma fondamentale della sua trasformazione de facto in imperatore, non si sarebbe neanche lontanamente sognata di restaurare la Repubblica, ne tantomeno di mettere a repentaglio la vita dei figli con un piano folle. Semplicemente, come tutte le matrone romane dell’epoca, voleva che la sua prove diventasse il più influente e potente possibile.

Una pecca importante questa, sicuramente, ma che non toglie i molti meriti di una serie nel complesso ottima, avvincente, con costumi eccellenti e ambientazioni credibili, realistiche. Con Domina si è infatti tornati a girare nei leggendari studi di Cinecittà e sulla Via Appia, nonostante le interruzioni de le difficoltà dovute alla pandemia da Covid 19. La computer grafica è stata ridotta al minimo e i risultati si vedono. Un plauso finale ad una sigla iniziale fantastica, chiaramente ispirata alla serie Black Sails, ma ripresa in chiave antica romana in maniera mirabile.

Dopo tanti anni, con Domina abbiamo una bella serie sull’Antica Roma. Non un capolavoro assoluto, ma un buon prodotto del quale non vediamo l’ora di assaporare la seconda stagione.


Framed, la recensione del film su Amazon Prime Video

Nello sterminato catalogo di Amazon Prime Video è da poco disponibile Framed, un film indipendente, scritto e diretto dal giovane filmmaker italiano Nick Rizzini, residente a Londra da oltre un decennio. Ecco la recensione.

Framed, girato in inglese e sottotitolato in italiano, racconta la storia del giovane fotografo Karl (Thomas Law), la cui vita viene un giorno completamente stravolta dalla possibilità di ritrarre le nudità dell’attraente vicina di casa.

Nel mondo dei social, degli occhi indiscreti e delle telecamere ad ogni angolo della strada, quello della privacy è probabilmente uno dei temi forti del nostro tempo. Framed, partendo da questa scottante tematica ed affrontando il problema dell’utilizzo legale delle foto e dei dati personali, riesce poi ad espandersi verso la questione dei rapporti uomo donna con un taglio originale, che invita lo spettatore alla riflessione.

Attraverso infatti la controversa relazione tra Karl e la sua amica Virginia (Lottie Amor), Nick Rizzini cerca di interrogare il pubblico sulla difficoltà e la fluidità estrema dei rapporti sentimentali all’epoca della rivoluzione social e del politicamente corretto. Conosciamo quanto è sottile la linea che corre tra sensualità femminile e paura di essere giudicati? Quanto poco passa tra l’essere un “guardone” che fa foto a donne nude e un artista che cerca un soggetto degno per le sue opere? Quanto è differente, su una tematica come questa, la prospettiva di un avvocato rispetto a quella di un fotografo?

I dialoghi, ricchi di questi e altri spunti, funzionano e aprono moltissimi spazi di riflessione. Peccato per un ritmo che, a tratti, stenta e rischia di allontanare un pubblico più generalista, abituato a prodotti con una trama maggiormente incalzante da una trama validissima, ma che non è per tutti e non risulterà comprensibile a tutti. Ma non è detto che questo sia un difetto.

Un plauso, considerando che si tratta di un film indipendente, girato con mezzi tecnici e budget estremamente limitati, al comparto tecnico. Chi guarderà Framed non noterà assolutamente il necessario risparmio di risorse economiche: le riprese e le inquadrature sono ottime, la qualità audio-video è assolutamente adeguata al 2021 e le location, seppur ovviamente limitate, non soffocano la storia.

Framed, in sintesi, è un prodotto interessante, che fa intravedere il potenziale delle idee di questo giovane regista italiano. Non si tratta di un prodotto adatto a tutti, in particolare a chi cerca una storia più agile, intrigante e veloce, ma gli appassionati del cinema indipendente e delle idee originali, ne siamo certi, apprezzeranno.


Leonardo: recensione degli episodi finali della serie Rai

Dopo il gran finale di ieri, si è appena conclusa Leonardo, la serie tv sulla vita del genio italiano. Targato Rai Fiction. Lux Vide, Rtve e France Television, questo prodotto ha mantenuto ascolti piuttosto alti per tutte e quattro le serate di trasmissione. Andiamo a vedere come è andata a finire l’avventura di Leonardo, impersonato da Aidan Turner, attraverso l’opinione di uno storico di professione.

Dopo un girovagare per tutto il Nord Italia (che nella serie, per ragioni di tempo e spazio, non viene mostrato) Leonardo, interpretato da Aidan Turner arriva ad Imola, alla corte di Cesare Borgia. Lì, dopo l’iniziale idillio, il genio di Anchiano si trova in una sorta di prigione dorata, dove è costretto a trasformarsi in un ingegnere militare al servizio della sfrenata ambizione del Valentino. Grazie all’aiuto di Niccolò Machiavelli, Leonardo riesce a tornare nella sua natia Firenze, dove gli viene commissionato l’importantissimo affresco del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. La celeberrima Battaglia di Anghiari.

In quell’occasione, Leonardo incontra dopo molto tempo un giovanissimo talento sulla cresta dell’onda, un certo Michelangelo Buonarroti, a cui il gonfaloniere Soderini ha proposto di affrescare la parete opposta del salone. E’ una vicenda notissima alla storia dell’arte quella dei due affreschi paralleli, mai completati, che vennero commissionati contemporaneamente ai due più grandi artisti di tutti i tempi. Molto si è scritto e detto sulla rivalità tra Leonardo e Michelangelo, che però è sempre rimasta nel campo delle ipotesi e del sentito dire e, proprio per questo, abbiamo molto apprezzato l’approccio soft, divertente senza diventare ridicolo, che Franz Spotnitz ha scelto per raccontare i litigi tra questi due colossi. In particolare è raccontata molto bene la vicenda del posizionamento del David sulla Piazza della Signoria, davanti a Palazzo Vecchio, al quale Leonardo si oppose strenuamente.

Abbiamo invece condiviso molto meno lo spazio esagerato che, anche in questi due episodi, la serie ha deciso di assegnare a tutta questa storia degli amori (presunti) di Leonardo e alla sua relazione con questa (mai esistita), Caterina da Cremona, interpretata dalla per altro bravissima Matilda De Angelis. Sinceramente non se ne può più di questa storia totalmente inventata che, da semplice contorno, è diventata il pilastro dell’intero intreccio narrativo. Per non farsi mancare nulla, gli sceneggiatori hanno poi aggiunto anche altri dettagli (che dettagli non sono) totalmente privi di fondamento storico.

Questo intrigo inventato con l’ex Duca di Milano, Ludovico Sforza, che avrebbe messo incinta Caterina da Cremona (che ricordiamo, non esiste) per poi, successivamente, mandare i suoi uomini a Firenze per chiedere a Leonardo di aiutarlo a riprendersi Milano, è totalmente priva di fondamento. Leonardo torna a Milano su richiesta del re di Francia, Luigi XII e non verrà mai imprigionato per omicidio anzi, poi si trasferirà in Francia fino alla sua morte nel 1519. Era necessario inventare tutto questo teatrino ridicolo dell’omicidio, il processo, l’investigatore, quando c’erano ancora così tante cose da dire sulla sua vita e sulle sue opere? Nulla sul periodo romano ne su quello francese, ad esempio.

E infatti la serie finisce così, in maniera abbastanza insignificante, con Leonardo salvato da questa impiccagione totalmente inventata di sana piana che, sinceramente, non capiamo davvero cosa aggiunga al racconto della vita del maestro e cosa possa dare agli spettatori. Non ci riteniamo storici intransigenti e, consapevoli di quanto le esigenze commerciali e di intrattenimento vadano sempre tenute in grandissima considerazione, anche a scapito della veridicità storica, a nostro modo di vedere, in Leonardo spesso si è esagerato.

E il risultato è una serie decente, non da buttare, con degli spunti molto interessanti ma che, nel complesso, non è riuscita a trasmettere davvero né l’animo del personaggio (sul quale si è deciso di prendere per scontate molte chiacchiere) né soprattutto i prodotti della immensa e impareggiabile carriera del genio di Anchiano. Peccato, si poteva e si doveva fare di più.

Nei seguenti link potete leggere le nostre recensioni sugli episodi della serie evento: episodi 1-23-45-6


Leonardo, la serie evento: recensione episodi 5 e 6

Leonardo, la serie evento Rai sulla vita del genio fiorentino, ha appena superato il giro di boa. Gli episodi 5 e 6 sono stati trasmessi ieri sera, con ascolti in calo ma comunque superiori ai cinque milioni. Ecco la recensione di uno storico di professione, in attesa degli ultimi due episodi di venerdì prossimo.

A Milano tira oramai una brutta aria. Il Ducato retto da Ludovico il Moro Sforza fa gola ai francesi, che da mezzo secolo cercano di impossessarsene. In questo contesto assai precario, il Moro chiede a Leonardo Da Vinci (Aidan Turner) un ultimo sforzo, un capolavoro che possa allo stesso tempo onorare la sua amata moglie Beatrice D’Este, recentemente scomparsa e rendere gloria alla casata degli Sforza, chiaramente arrivata al capolinea. Di lì a poco, infatti, Milano inaugurerà l’inizio delle lunghe dominazioni straniere: 360 anni, fino all’Unità d’Italia.

Conscio della gravità della situazione e della precarietà della sua stessa posizione, Leonardo inizia a lavorare incessantemente su uno dei suoi capolavori più straordinari, l’Ultima Cena. E la genesi di questo affresco leggendario rappresenta, fino ad ora, la parte migliore della serie Leonardo che, nei precedenti episodi, ci aveva lasciato un po’ di amaro in bocca.

Contrariamente a quanto prodotto negli episodi precedenti, gli sceneggiatori hanno fatto un lavoro eccellente, riuscendo a raccontare davvero l’idea di Leonardo, i suoi mille ripensamenti, le difficoltà artistiche e quelle dovute al contesto storico complicatissimo. Non ultimo, è da apprezzare lo sforzo nel mostrare al pubblico che queste grandissime opere non erano mai il frutto del lavoro di un solo uomo, ma di un team. In questo caso un team diretto dal più grande di tutti, ma pur sempre una squadra. All’interno della stessa, il pittore Salaì, allievo prediletto di Leonardo e, in seguito, autore di numerosi dipinti.

L’episodio 6 è invece dedicato interamente all’avventura di Leonardo alla corte del condottiero/tiranno/dittatore Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI e figura chiave del tardo rinascimento italiano. Per dedicarsi interamente a questo capitolo della vita di Leonardo, gli sceneggiatori hanno completamente omesso il periodo veneziano e mantovano, un peccato a nostro giudizio veniale o, quantomeno, comprensibile. Peccato che ci sentiamo di perdonare ancora più a cuor leggero se osserviamo come Franz Spotnitz e i suoi sceneggiatori hanno ritratto questo periodo: veramente bene.

Il viaggio di Leonardo al seguito di Cesare Borgia ci mostra un Da Vinci inedito, alle prese non più con un mecenate rinascimentale puro quale fu Lorenzo il Magnifico o anche Ludovico il Moro. Stavolta il genio di Anchiano è al servizio di un uomo che ama la guerra e la conquista, prima dell’arte e del mecenatismo. Cesare chiede a Leonardo fortificazioni, macchine da guerra e altri marchingegni militari e Da Vinci, intelligenza universale per eccellenza, riesce a primeggiare anche in questi settori così diversi dalla pittura.

Nella dialettica tra l’artista e il dittatore, si inserisce un altro personaggio chiave del tardo rinascimento, l’ambasciatore della Repubblica Fiorentina alla corte di Borgia, un certo Niccolò Machiavelli. Nella sua opera più grande, Il Principe, il diplomatico e pensatore fiorentino si ispirerà proprio a Cesare Borgia. E anche in questo caso, è davvero da apprezzare lo sforzo degli sceneggiatori di mostrare questo fondamentale contesto storico senza in quale il genio di Leonardo non viene compreso e percepito come dovrebbe.

Il salto di qualità di questi due episodi, evidentissimo, sta proprio nell’aver privilegiato la storia e l’arte invece di vicende sentimentale e amorose tutte molto presunte e ben poco dimostrabili. Speriamo che in gran finale si inserisca in questo solco e dia degna conclusione alla storia di uno dei più grandi italiani di tutti i tempi.


Leonardo, la serie evento Rai: recensione episodi 3 e 4

Rai 1 ha appena trasmesso gli episodi 3 e 4 della serie evento Leonardo, prodotta da Rai Fiction, Lux Vide e Sony Pictures Television. Ecco l’opinione di uno storico di professione.

Dopo gli eccezionali ascolti della prima serata, le gesta del genio universale di Leonardo continuano a catturare l’interesse del pubblico generalista con ascolti in calo, ma che si avvicinano comunque ai sei milioni.

Ci eravamo lasciati con Leonardo, interpretato da Aidan Turner che, vista la sorte avversa dell’ultimo periodo fiorentino, decide di partire alle volte di Milano. Ad attenderlo c’è il reggente Ludovico il Moro Sforza, voglioso di riempire il suo ducato con le meraviglie di cui il nativo di Vinci era stato capace in Toscana. Nella città meneghina Leonardo ritrova, ma guarda un po’ che sorpresa. anche l’amica musa Caterina da Cremona, interpretata dalla giovane Matilda De Angelis.

Dopo i primi due episodi, già profondamente segnati dalle tantissime scene tra i due, il creatore della serie Franz Spotnitz continua a insistere su questo personaggio mai esistito, dandole in molte occasioni più spazio che a Leonardo stesso il quale, ieri sera più che mai, è stato trasformato in una sorta di icona gay, calcando la penna della sceneggiatura in maniera troppo decisa su un aspetto, quello della sessualità del nativo di Anchiano, che è ancora tutto da decifrare e da scoprire. Addirittura Da Vinci viene inquadrato mentre bacia un attore di teatro in pieno giorno, davanti alla corte di Ludovico il Moro. Realismo? Zero…

Ora, il discorso è molto semplice: l’emancipazione femminile e la lotta per i diritti delle persone omosessuali sono due battaglie di civiltà e nessuno lo discute; ma era il caso di trasformare Leonardo, una serie ambientata nel Rinascimento e dedicata al più grande genio della storia umana, in uno spot per la condizione femminile e per i diritti lgbt? Francamente no, non c’entrava nulla o quanto meno, non doveva e non dovrebbe essere l’aspetto preponderante di un prodotto che dovrebbe raccontarci, in primis, la storia e la meravigliosa arte di quel periodo.

Come se non bastasse, questa barzelletta del “giallo” di Leonardo, presunto assassino di un personaggio mai esistito, e dell’investigatore che deve trovare il vero colpevole, assume sempre di più i tratti del ridicolo e rende abbastanza penoso anche un bravo attore come il giovane Freddie Highmore. Anche qui: c’era bisogno di questa messinscena? No, sinceramente no. Si potevano trovare mille altri espedienti narrativi più coerenti con il personaggio e con il periodo.

Comunque i due episodi non sono del tutto da buttare. Le ambientazioni “milanesi” sono molto migliorate rispetto allo scorso venerdì, tempestato di computer grafica. Il Castello Sforzesco, nel quale è ambientata gran parte della puntata è stato ricreato utilizzando un po’ Villa D’Este a Tivoli e un po’ il Palazzo Farnese di Caprarola. Entrambi luoghi mozzafiato, da perdere la testa, che si accoppiano molto bene con la sceneggiatura. Certo, diranno i puristi, il Castello Sforzesco dell’epoca di Ludovico e Leonardo era una fortezza militare di origine medievale e appariva molto più spartana rispetto ai meravigliosi palazzi sopracitati. Comunque, meglio questo del computer.

Bene anche l’aspetto dell’arte. Le “visioni” di Leonardo preannunciano la creazione dell’immenso capolavoro che è L’Ultima Cena, ma è interessante la scelta degli sceneggiatori di dedicare molto tempo ad uno dei tanti capolavori non finiti di Leonardo, il monumento equestre a Francesco Sforza, padre di Ludovico il Moro. Molto ben ritratto, per quanto possibile, anche il difficile rapporto tra il Moro e il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza, “imprigionato” in un carcere dorato dallo zio, che temeva per il suo trono e morto in circostanze molto sospette a soli 25 anni, come ben documentato nella serie.

Trovate qui la recensione dei primi due episodi di Leonardo.


Francesco Totti: Speravo de morì prima, recensione degli episodi 3 e 4

Sky ha appena trasmesso gli episodi numero 3 e 4 della miniserie Speravo de morì prima, che ha come oggetto la vita dello storico capitano della Roma, Francesco Totti. Gli ultimi due episodi arriveranno venerdì prossimo. Ecco la nostra opinione sulla serata di ieri.

Continua il viaggio negli ultimi momenti della lunghissima carriera di Francesco Totti (Pietro Castellitto), che nei due episodi di questa settimana lotta con i demoni personali della tremenda paura data dall’imminente fine della sua vita da calciatore. Nonostante infatti i 40 anni che si avvicinano, Francesco non riesce proprio a vedersi al di fuori del rettangolo di gioco. Molte persone, sinceramente affezionate a Totti, provano a farlo ragionare, ma non c’è niente da fare.

A nulla serve la vicinanza della moglie Ilary Blasi, interpretata in maniera eccezionale da Greta Scarano. Molto bello e molto “autentico”, a tal proposito, il lungo flashback che racconta la conoscenza tra Ilary e Totti, lontano dai soliti clichè e impreziosito da una grande prova di Pietro Castellitto, che riesce a trasmettere in modo mirabile la goffezza espressiva tipica del Numero 10.

Non funzionano neanche i consigli del compagno Antonio Cassano, anche lui interpretato alla grande dal giovane Gabriel Montesi, capace di regalare al pubblico delle scene di divertimento assoluto, quando la serie ci porta a casa Totti nel periodo in cui, nei primi Anni duemila, il talento di Bari Vecchia si era sostanzialmente trasferito a casa dell’amico e capitano. Persino grandissimi campioni dell’ultima generazione di fenomeni del nostro calcio, come Andrea Pirlo e Alex Del Piero (interpretati da loro stessi), coetanei di Totti, provano a portare sulla via della ragione l’ex “pupone” di Via Vetulonia, ma non c’è niente fa fare. Totti vuole continuare a giocare e la proposta di rinnovo del contratto per un solo anno lo lascia con l’amaro in bocca.

Si concludono cos’ gli episodi 3 e 4 di Speravo de morì prima, con Francesco che, seppur a malincuore accetta il rinnovo della Roma per un anno e rifiuta le offerte per giocare nei campionati esotici quali Stati Uniti, Dubai, Giappone etc. Sarà un calvario. Speravo de morì prima continua, in ogni caso, a stupire pubblico e critica con una formula che funziona alla grandissima, coniugando leggerezza e velocità del racconto alla capacità di far valere il punto di tutti i protagonisti e di raccontare storie inedite. Complimenti vivissimi.


Leonardo: recensione dei primi due episodi della serie su Rai 1

Sono appena andati in onda su Rai 1 i primi due episodi dell’attesissima serie evento Rai Leonardo, prodotta da Lux VideSony Pictures Television in collaborazione con Rai Fiction, Big Light Productions, in associazione con France Télévision, RTVE e Alfresco Pictures, distribuita da Sony Pictures Television. Eccezionali gli ascolti, con poco più di 7 milioni di telespettatori per questa prima serata.

Leonardo, unanimemente ritenuto il più grande genio nella storia umana, è interpretato da Aidan Turner, noto al grande pubblico per Lo Hobbit. A lui il compito di rappresentare quella personalità complessa ed enigmatica che rimane ancora oggi un segreto avvincente. Nel cast anche la lanciatissima Matilda de Angelis che, dopo lavorato alla serie internazionale The Undoing, interpreta la presunta musa di Leonardo, Caterina da Cremona. Giancarlo Giannini è Andrea del Verrocchio, il maestro del giovane Leonardo mentre il Good Doctor Freddie Highmore, veste i panni di Stefano Giraldi, giovane investigatore incaricato di risolvere il mistero al centro della storia.

1503; Leonardo è oramai anziano e vive a Milano da molti anni. Oramai già noto per il suo genio universale, il nativo di Vinci viene accusato dell’omicidio di una certa Caterina da Cremona. In carcere viene interrogato da Stefano Giraldi, ambizioso investigatore del Podestà di Milano, a cui inizia a raccontare la sua vita, partendo dal primo incontro con Caterina da Cremona nella bottega del Maestro Andrea Verrocchio. Ha inizio così un lungo flashback che esplora tutta la leggendaria esistenza del genio toscano. Leonardo nasconde un’anima frastagliata che si scontra con la difficoltà di permeare la sua arte veritiera. I successi di Leonardo vengono riconosciuti e la sua reputazione cresce, trovando un alleato inatteso nel padre che lo aveva allontanato da piccolo. Leonardo, riceve sostegno attraverso nuove commissioni (il Ritratto di Ginevra de Benci e L’Adorazione dei Magi), ma ben presto paga il prezzo delle sue azioni.

Vi presentiamo l’opinione di uno storico di professione sui primi due capitoli della serie Rai Leonardo. La serie é composta da otto episodi (quattro serate)- girati interamente in inglese- e i prossimi episodi 3 e 4 andranno in onda martedì prossimo, sempre su Rai 1.

IL COMMENTO

Dopo il successo della saga de I Medici, con Leonardo, Lux Vide e Rai Fiction si sono subito buttate a capofitto su un’altra figura iconica della nostra ricchissima storia nazionale. A cinquecento anni dalla sua morte, l’occasione era davvero perfetta in quanto, per quanto paradossale, il nativo di Anchiano non è stato infatti quasi mai preso in considerazione come protagonista di film o serie tv ma, piuttosto, come co-protagonista o come personaggio secondario in altre produzioni storiche. L’unica eccezione è rappresentata dal mediocre Da Vinci’s Demons di qualche anno fa, una scadente produzione a metà tra storia e fantasy, cancellata dopo 3 stagioni.

Sin dalle prime scene di Leonardo, gli spettatori de I Medici potrebbero ritrovare alcune similitudini con la serie dedicata a Lorenzo il Magnifico. Non parliamo unicamente di verisimiglianze storiche (il periodo, i luoghi e i protagonisti della narrazione sono analoghi), ma anche e soprattutto di scelte della produzione. Leonardo é stata infatti creata da Frank Spotnitz e Steve Thompson, già showrunner de I Medici e lo stile di Spotnitz è chiaro fin dalle primissime scene: i costumi, i dialoghi, il tipo di inquadrature. Si vede, insomma, un grosso filo conduttore.

Ma nonostante questo indubbio fil rouge rinascimentale, già dai primi episodi emergono due importantissime differenze tra Leonardo e I Medici. La prima consiste nella diversità delle ambientazioni: magnifiche, molto realistiche e all’aperto, quelle de I Medici, molto più mediocri e piene zeppe di computer grafiche quelle di Leonardo, che sono state realizzate principalmente in un grosso set creato appositamente a Formello, vicino Roma. La differenza è palpabile e non ci aspettiamo grandi cambiamenti nelle prossime settimane.

Altro aspetto che differisce moltissimo rispetto alla consorella I Medici, è quello legato alla trama. Leonardo infatti non è esattamente una serie storica, ma piuttosto una serie che segue pedissequamente la vita di un importantissimo personaggio storico, Leonardo Da Vinci. Sembra una mera distinzione semantica, ma in realtà c’è una differenza enorme. In Leonardo il contesto storico è piuttosto trascurato e alcuni personaggi chiave nella sua vita e nella storia del Rinascimento, vengono totalmente omessi.

Su tutti, proprio Lorenzo il Magnifico, assoluto mecenate dell’ultimo periodo fiorentino di Leonardo, non viene neanche nominato. La spiegazione è semplice: la Rai ha appena prodotto un’intera serie su Lorenzo e non voleva mescolare le carte. Il problema è che questo periodo storico e la vita dei suoi personaggi sono così intersecati e intrecciati, che se non si mescolano le carte, si capisce poco. Speriamo vada meglio nei prossimi episodi, quando Leonardo approderà a Milano, alla corte di Ludovico il Moro Sforza.

La parte artistica e autobiografica va meglio. È infatti da apprezzare lo sforzo degli autori di delineare in maniera credibile e non esagerata la complessa personalità del genio toscano, mai veramente carpita dalle fonti e piuttosto dedotta e decifrata tramite le sue opere. Ne esce un Leonardo tormentato, sempre alla ricerca della sua natura, come probabilmente l’artista era davvero. Molto ben descritta, a nostro giudizio, la vena artistica e creativa di Leonardo, che poneva moltissima enfasi sul realismo della pittura, sul racconto del verso e sullo studio dei fenomeni naturali come ispirazione delle sue creazioni sia in campo artistico che tecnologico.

Dove invece gli sceneggiatori sono andato piuttosto oltre, è nella vicenda di Caterina da Cremona, interpretata dalla bravissima Matilda De Angelis. Caterina non è mai esistita, si tratta infatti di un personaggio fittizio inventato a partire da alcuni bozzetti del Maestro, che ritraevano una donna. Nulla in contrario all’invenzione di un personaggio storico che possa rappresentare un idealtipo, una sorta di fonte storica vivente che aiuti lo spettatore a capire lo spirito dell’epoca, anzi. Il problema è che questa storia dell’amicizia tra l’emancipata Caterina e il moderno Leonardo, entrambi scevri da qualsiasi convenzione sociale in materia sessuale, è troppo esagerata.

In quasi due ore, metà delle scene sono occupate da Leonardo e questa Caterina che, a tratti, trasformano la serie in una sorta di neo romanzo rosa a cavallo tra amicizia uomo-donna, omosessualità e quant’altro. Un po’ troppo per il Rinascimento. Soprattutto, un po’ troppo presunto. Capiamo perfettamente i famosi scopi drammatici, ma sulla vita e le opere di Leonardo c’è così tanto da dire che ci auguriamo di non dover vedere solo i monologhi tra lui e Caterina per altri 6 episodi.


Francesco Totti: Speravo de morì prima, recensione dei primi due episodi

Ieri sera sono andati in onda su Sky i primi due episodi dell’attesissima miniserie Speravo de morì prima, che racconta gli ultimi anni della carriera di Francesco Totti. Questa è la recensione.

La serie è tratta dal libro che il capitano della Roma ha scritto insieme al giornalista Paolo Condò. Dopo i primi due episodi, Sky ha programmato gli altri con cadenza settimanale, a partire dal prossimo 26 marzo.

Francesco Totti ha oramai 39 anni suonati, si trova alle prese con l’ennesimo infortunio. La sua ventennale carriera è appesa ad un filo, e il ritorno a stagione in corso dell’amico allenatore Luciano Spalletti potrebbe essere una manna dal cielo per le sue speranze di continuare a giocare. Purtroppo le cose andranno in maniera completamente diversa.

Speravo de morì prima è una miniserie attesissima. Il libro su cui è basata, scritto un paio di anni fa da Francesco Totti e Paolo Condò, ha venduto centinaia di migliaia di copie ma, soprattutto, ha fatto discutere per mesi dentro e fuori dall’ambiente Roma. Sky ha così deciso di puntare sul racconto di una storia piena di rammarichi, detto e non detto, di polemiche e risentimenti, ma che certamente racconta un qualcosa di nuovo, di forte.

E subito dalle primissime scene dell’episodio pilota si capisce che i produttori e gli sceneggiatori hanno fatto centro. Speravo de morì prima funziona alla grande, scorre veloce senza essere frivola, è profonda senza essere pesante. Pietro Castellitto, che fino a questo momento non aveva certo “spaccato” come attore, si cala nella parte in maniera mirabile. Castellitto è un Totti incredibilmente convincente e se non fosse per la somiglianza fisica veramente limitata, a tratti sembra davvero lui: la voce, il modo di parlare, il linguaggio del corpo. La verisimiglianza è impressionante e dietro c’è chiaramente un mix tra studio del personaggio e conoscenza decennale da parte di un ragazzo che, prima di essere un attore, è stato un grande tifoso della Roma.

Ne esce fuori un Totti molto vero, autentico, piuttosto vicino a quello che (seppur non da dietro le quinte…) i tifosi e gli addetti ai lavori conosco bene: una persona molto semplice, pulita, che nella vita ha solo l’ossessione del pallone ,incapace di vedersi con gli scarpini oramai attaccati al chiodo. Ossessione che gli sceneggiatori riescono a far uscir fuori in maniera mirabile, rendendola il main theme assoluto della serie. E il meccanismo non solo è molto vicino alla realtà dei fatti, ma funziona veramente alla grande.

Affinché la macchina di Speravo de morì prima giri così bene, ci vuole anche un ottimo “cattivo”, che nel libro è personificato da Luciano Spalletti, grande allenatore della Roma nel quadriennio 2005-2009 e poi tornato a Trigoria dieci anni dopo, alla fine del 2015, periodo nel quale è ambientata la serie. Spalletti è il grande “nemico” di Totti nel libro in quanto, i tifosi della Roma lo sanno bene, è accusato di aver fatto smettere il Capitano prima del tempo.

L’allenatore toscano è interpretato da un Gianmarco Tognazzi divino. Se Castellitto sembra Totti, Tognazzi DIVENTA Spalletti. E’ lui, la stessa persona, indistinguibile dall’originale. Un’interpretazione capolavoro che rende tutte le aspre vicende di quei mesi maledettamente realistiche. Talmente veritiere che tutti gli appassionati di calcio e, in particolare, i tifosi della Roma, avranno l’impressione di rivivere quelle amarezze e quella tristezza per l’abbandono del Capitano ancora una volta.

Istruzioni per l’uso:

  1. Speravo de morì prima, seppur non in maniera spudorata, propende chiaramente dalla parte di Totti o, quantomeno, espone molto più il suo punto di vista che quello degli altri. Spalletti, che probabilmente da rosicone quale è querelerà tutti, ne avrebbe di cose da raccontare su quello che è accaduto veramente.
  2. Se non si ha un minimo di conoscenza della storia della Roma degli ultimi 15 anni, si farà molta fatica a capire la vicenda nei minimi dettagli.

La recensione della prima stagione di Raised by Wolves

Si è appena conclusa su Sky la prima stagione di Raised By Wolves, la serie fantascientifica HBO, prodotta e in parte diretta dal grande Ridley Scott. Ecco la recensione dei primi dieci episodi, che sono tutti ancora disponibili sulla piattaforma on-demand di Sky. La serie è già stata rinnovata per una seconda stagione

Raised by Wolves presenta un cast formato da Travis Fimmel, noto al grande pubblico per il ruolo di Ragnar Lothbrok in Vikings, Amanda Collin e Abubakar Salim.

In un futuro non meglio specificato due androidi vengono lanciati sul pianeta Kepler 22. Lì, dovranno allevare dei bambini e ricostruire una nuova umanità, lontano dalle guerre e dalle divisioni religiose della loro terra natale. Ma Kepler 22 è un pianeta ostile, pieno di misteri e minacce e crescere dei figli non sarà per nulla facile.

In decenni di visione malata e compulsiva, noi appassionati abbiamo imparato che il termine “fantascienza” o “sci-fi” può racchiudere al suo interno una miriade di diverse declinazioni e sfaccettature. L’esplorazione dello spazio e l’innovazione tecnologica alla Star Trek; il futuro fantasy in stile Star Wars; un destino distopico e drammatico sulla terra, pieno di dilemmi etici e morali tipo Hunger Games o Handmaid’s Tale; il tema dell’intelligenza artificiale come in Westworld e chi più ne ha più ne metta.

Raised By Wolves, e qui si vede tantissimo la mano di Ridley Scott, non rientra sostanzialmente in nessuna di queste categorie, ma allo stesso tempo va a toccare tutti i grandi filoni narrativi della fantascienza. Si tratta di un prodotto raffinato, difficile, assolutamente non per tutti, contraddistinto da una scrittura complessa, affascinante ma spesso un pò contorta e poco accessibile.

Questa prima stagione di Raised by Wolves riflettere, eccome, su tantissimi temi che sono alla base della nostra vita. Il focus principale è sulla religione, con la contrapposizione tra la voglia di aggrapparsi a qualcosa di superiore contro la tendenza a rimanere con la razionalità, con una visione “terrena”. Queste due diverse visioni del mondo sono rappresentate dai Mitraici, i religiosi, chiaramente ispirati ai cristiani ma che, per evitare grosse polemiche, sono stati “modificati” e mixati con il culto tardo romano del Sol Invictus e dagli Atei, coloro che non credono in nessun dio.

E’ una contrapposizione a volte netta e a volte, questo è uno dei messaggi di Ridley Scott, molto più sottile, che si manifesta chiaramente attraverso l’educazione dei figli e i diversi valori con i quali gli androidi atei da una parte e i mitralici dall’altra, vogliono educare le future generazioni. E proprio la crescita dei figli e l’educazione genitoriale rappresenta, nettamente, il tema in cui Raised By Wolves, raggiunge l’eccellenza. Nessun’altra serie, in tempi recenti, è stata neanche lontanamente in grado di trattare queste tematiche con tale profondità e innovazione allo stesso tempo.

Il merito, oltre che della scrittura, è di due attori quasi sconosciuti ma eccezionali, la danese Amanda Collin (mother) e il britannico Abubakar Salim (father). Entrambi straordinari nel ruolo di genitori androidi, costretti a recitare con queste terribili tute plastiche grigie. La profondità e lo spessore della recitazione meritano certamente una candidatura agli Emmy Awards.

Molte altre cose di questa serie, purtroppo, non sono da Emmy e per ora impediscono alla prima stagione di Raised By Wolves di portarci sulle vette dell’eccellenza assoluto nel Sci-fi. Anzitutto l’ambientazione è incredibilmente monotona. Considerando il budget HBO, una specie di piazzale desolato con quattro capanne e una generica boscaglia, non sono assolutamente sufficienti per quasi 10 ore di programmazione. Speriamo che vada meglio con la seconda stagione. Altra cosa da smussare assolutamente in vista dei nuovi episodi è la parte “surreale/metafisica”, aspetto su cui agli sceneggiatori è clamorosamente partito l’embolo, soprattutto nella seconda parte della stagione.

Dulcis in fundo una menzione d’onore per un aspetto che, specialmente, in una serie sci-fi, riveste un’importanza non secondaria: la sigla iniziale. In questo Raised By Wolves si colloca al top assoluto delle genere con un mix visivo e sonoro al top. Complimenti a Ben Frost!.

Classificazione: 3 su 5.