Tutti gli articoli di Maria Teresa Ruggiero

[Recensione] The Nice Guys di Shane Black: Russell Crowe e Ryan Gosling a lezione di salvataggio

Manca poco all’uscita nelle sale italiane di “The Nice Guys”, ultima fatica dello sceneggiatore-regista Shane Black che nel corso degli anni ci ha regalato capolavori come “Arma Letale” e “Kiss Kiss Bang Bang” con cui ha inzio la stretta collaborazione con il produttore Joel Silver, e proprio dai suoi buddy movie Shane Black prende ispirazione per costruire insieme ad Anthony Bagarozzi gli strampalati detective interpretati da Russell Crowe e Ryan Gosling.

Una Los Angeles degli anni 70 fa da sfondo a questa storia in apparenza molto semplice: due detective provenienti da mondi diversi si alleano per cercare (e salvare) una ragazza, Amelia (Margaret Qualley), che rappresenterà una “mina vagante” all’interno di un mondo corrotto all’interno della polizia locale e il mondo della cinematografia pornografica.

Quando Jackson Healey (Russell Crowe) entra in casa di Holland March (Ryan Gosling) non gli da’ neanche il tempo di giustificare il suo rapporto con Amelia che gli rompe un braccio, ma tornerà da lui per ritrovarla. Si azionerà la classica missione del “salvataggio della donzella in pericolo”, solo che in questo caso non troviamo degli eroi su un bianco destriero a cercar di metterla in salvo, bensì troveremo due impacciati investigatori. E guidare questi improvvisati eroi ci sarà la piccola e giovanissima figlia di March, Hollie, interpretata da una sorprendente Angourie Rice che, come il suo personaggio sullo schermo dimostra di essere una piccola donna, tanto da rimettere in riga suo padre e il burbero Healey.

“The Nice Guys” si fa forza con una sceneggiatura da manuale, elaborata da un maestro del genere buddy come Shane Black, che prende in mano anche la regia, portando avanti così un film old style a stelle e strisce, ammiccando agli appassionati dell’action comedy.

Durante la presentazione del film a Roma, gli attori hanno parlato di come si sono preparati per i loro rispettivi ruoli, e quanto impegno abbiano dedicato per rendere comico ma non demenziale il proprio personaggio. Non sono dei classici eroi, anzi i loro personaggi sono ben lontani da quella figura archeotipata della narrazione classica, ma rappresentano degli uomini a metà, incompleti e sbagliati, solamente insieme si crea la scintilla e iniziano a funzionare.

Il nostro parere: 7,5/8-

Una sceneggiatura impeccabile, con buone dosi di humour e action, con battute irriverenti e mai banali che rendono i due personaggi interpretati da Crowe e Gosling un’ottima combinazione, una coppia degna di essere annoverata nelle coppie storiche cinematografiche (Eddie Murphy e Jake Kates, Bruce Willis e Damon Wayans, Bruce Wills e Samuel L. Jackson, senza dimenticare Mel Gibson e Danny Glover). Una piacevole scoperta la giovanissima Angourie Rice, sicuramente da tenere d’occhio nei suoi prossimi lavori.

“The Nice Guys” di Shane Black con Russell Crowe e Ryan Gosling sarà presentato nelle sale italiane a partire dal 1 giugno, distribuito da Lucky Red.

[Recensione] Julieta di Pedro Almodóvar: le assenze che riempiono e distruggono

Dal passato non si fugge, ritorna a galla anche quando cerchiamo di cancellarvi ogni traccia, e rivive in Julieta, protagonista dell’ultimo lavoro del regista spagnolo Pedro Almodóvar che ricama su due attrici (Adriana Ugarte ed Emma Suàrez) la tela della sofferenza e del senso di colpa pregnante in “Julieta”, in uscita il prossimo 26 maggio.

Almodóvar alza il sipario su una donna che sta impacchettando la sua vita per poterne vivere una nuova con l’uomo che ama. Nessun oggetto sembra scalfire la sua memoria, ma, l’incontro casuale con Bea (Michelle Jenner), la miglior amica d’infanzia di sua figlia, le farà tornare a galla quel malessere che aveva lasciato sulla soglia del suo immacolato appartamento. Rimescola le carte della sua vita, abbandona inspiegabilmente Lorenzo che non aveva mai osato farle troppe domande sul suo passato, cambia casa e ritorna a vivere nel condominio doveva aveva vissuto con la figlia Antìa, di cui non ha più notizie da dodici anni.

Affida le sue angosce alla carta, inizia così a scrivere un diario in cui racconta alla figlia quel passato che tanto l’ha lacerata e l’ha fatta morire dentro. La scrittura sembra aprire quella gabbia emotiva in cui si era rinchiusa da anni, ancor prima della morte di suo padre Xoan (Daniel Grao), e l’aiuti ad indagare sulle cause della misteriosa scomparsa di Antìa.

Durante la lavorazione del film Almodóvar gli aveva dato il titolo di “Silenzio”, infatti il silenzio é uno dei maggiori protagonisti dell’opera, tutti i personaggi si celano nel silenzio sperando così di non mostrare apertamente le loro ferite emotive, ma questo tacere non farà altro che alimentare il seme della colpa. Anzi, Julieta comprende che il suo silenzio genera sofferenza, e alimenta la sua colpa, si autoaccusa di aver provato morti e sofferenze ai chi le era vicino proprio a causa del suo silenzio.

Il nostro parere: 7-

Un Almodóvar che lascia da parte per un po’ la commedia e l’ironia e si tuffa nel mare del melodramma, prendendo spunto dal pathos ellenico, ci fa immerge in una storia  densa di mistero e di vedo-nonvedo tra presente e passato. Descrive delle donne angosciate, logorate nel proprio io, in cui spicca Rossy de Palma nei panni di Marian, la donna di casa di Xoan, che prova a sciogliere i nodi del gomito ma in realtà il suo aiuto porterà ad una reazione a catena angosciante.

“Julieta” di Pedro Almodóvar sarà presente nelle sale italiane dal 26 maggio, distribuito da Warner Bros Italia.

Era d’estate di Fiorella Infascelli: la vacanza forzata dei giudici Falcone e Borsellino

Esce oggi nelle sale italiane “Era d’estate”, un film della regista Fiorella Infascelli che racconta i giorni d’esilio sull’isola Asinara a cui furono costrette le famiglie dei giudici Falcone e Borsellino, nell’estate del 1985.

I giudici Giovanni Falcone (Massimo Popolizio) e Paolo Borsellino (Beppe Fiorello) sanno che da lì a poco la loro libertà e quella delle loro famiglie sarà messa a rischio a causa del loro lavoro, mancano pochi mesi all’apertura di quel maxi processo che cambierà per sempre la vita dei loro cari.

Fiorella Infascelli racconta quei giorni di vacanza forzata di due uomini, “liberi” dalle importanti e devastanti carte su cui stavano iniziando a lavorare, al sicuro dalle minacce mafiose, protetti da guardie che non abbassavano mai lo sguardo. Due famiglie che fino ad allora non si conoscevano e che in quei 25 giorni condividono sguardi, sorrisi, riflessioni e confidenze, e che li unirà come il lavoro ha unito i loro capofamiglia.

Non sarà facile per i loro cari trascorrere quei giorni su quell’isola carceraria, portati lì per la loro sicurezza ma senza che gli venga chiesto, ne patiranno i figli di Borsellino: Lucia (Elvira Cammarone) inizia a mostrare i primi segni di anoressia psicogena e costringe il padre ad un frettoloso ritorno a Palermo, mentre Manfredi (Giovanni D’Aleo) si avventura alla scoperta dell’isola e verrà ritrovato in mezzo ai detenuti mentre distribuisce la nutella e racconta barzellette.

Al fianco di questi eroi del secolo scorso votati alla giustizia troviamo due donne forti come Agnese (Claudia Potenza) e Francesca (Valeria Solarino) che hanno il compito di sostenere due grandi uomini e mantenere unite le loro famiglie, diventando così un’unica grande famiglia allargata.

“È come se quella vacanza obbligata desse modo ad ognuno di scoprire l’altro.”

Il nostro parere: 7

Il ritratto di due Uomini che meritano di essere conosciuti anche dalle nuove generazioni e del cui operato non dovremmo mai dimenticarci. Un ritratto sull’amicizia, sulla complicità da tra due uomini che seppur diversi, erano l’uno il riflesso dell’altro, e la forza dell’altro. Una storia intima.

Da vedere, per non dimenticare.

“Era d’estate” di Fiorella Infascelli é attualmente in programmazione nelle sale italiane in occasione per la Settimana della Legalità, il 23 e 24 maggio, prodotto da Rai Cinema e Fandango, distribuito da 01 Distribuition.

[Recensione] Alice attraverso lo specchio, il fantasy diretto da James Bobin

Sono passati tre anni da quando la giovane (e stramba) Alice eredita la Wonder ed intraprende il viaggio verso l’impossibile, ormai tornata a Londra deve fare i conti con il suo futuro che le è stato venduto dalla disperata madre, ma qualcosa o meglio qualcuno nel Sottomondo é in pericolo e ha bisogno di “quella Alice”.

James Bobin riprende le avventure della giovane ragazza raccontate dallo scrittore inglese Lewis Caroll, ne “Alice attraverso lo specchio” riprendendo a bordo Mia Wasikowska, Johnny Depp, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter e un inedito Sacha Baron Cohen.

A differenza dell’opera di sei anni fa curata da Tim Burton -qui in veste di solo produttore- in “Alice attraverso lo specchio” siamo bombardati da colori e sfarzi, che ci ricordano più il mondo descritto nell’Alice disneyana che il dark e gotico Sottomondo burtoniano che rifletteva i conflitti da cui la giovane Alice fugge inizialmente.

Alice Kingsleigh (Mia Wasikowska) é cresciuta, l’avevamo lasciata prendere in mano la sua vita, rifiutare di sposarsi e prendere accordi economici impadronendosi così dell’eredità lasciatale dal defunto padre, ma continua ad avere difficoltà relazionali con la madre, come una qualsiasi ragazza, rifiuta gli abiti convenzionali e l’essere rilegata dietro una scrivania, il suo destino “già scritto” continua a starle stretto come un corsetto e come l’allora ragazzina che inseguiva il Bianconiglio oggi insegue una farfalla dalle sembianze familiari, il Brucaliffo. Il colorato amico le farà attraversare lo specchio e la riporterà a Sottomondo dove a gran voce è richiesto il suo aiuto, ormai disperati per la condizione in cui riversa il Cappellaio (ei fu) Matto (Johnny Depp): un giorno, all’improvviso ha perso la sua moltezza.

Il Cappellaio ritrova il suo primo elaborato, e il passato ritorna prepotentemente a martellargli il cervello: suo padre e la sua famiglia probabilmente sono ancora vivi, il Cinciarampa forse non li ha uccisi nel Giorno dell’Assai Discordia. Nessuno gli crede, inizia ad ammalarsi inesorabilmente, soltanto la “sua” Alice potrà scoprire questo assillante mistero e per farlo dovrà compiere un’importante e assai pericolosa missione: rubare la cronosfera e ritornare indietro nel tempo e scoprire cosa è successo alla famiglia AltoCilindro.

Come ogni viaggio nel tempo che si rispetti, l’impresa non sarà facile, soprattutto se bisognerà affrontare il Tempo in persona -interpretato da un eccellente Sacha Baron Cohen– che custodisce all’interno di un ombroso castello gli orologi della vita e protegge ossessivamente il Grande Orologio azionato proprio dalla cronosfera.

 

“Non si può cambiare il passato, ma dal passato potrai imparare.”

Volata su una buffa imbarcazione per capire cosa è successo alla famiglia Alto Cilindro finirà per scoprire le origini del radicato rancore che logora la Regina Rossa (Helena Bonham Carter) nei confronti della sorella (Anne Hathaway) che sin da piccola ci mostrerà le sue fastidiose mossettine.

Durante il suo viaggio attraverso il tempo passato Alice rivaluterà la sua opinione su quel tempo egoisticamente ladro che le ha portato via il padre quand’era piccola, in realtà il tempo -se utilizzato consapevolmente nel modo giusto- può essere considerato un gran dono.

Il nostro parere: 6+

Sicuramente un risultato migliore rispetto alla realizzazione di Tim Burton del 2010, ma una narrazione sempliciotta in cui sembra di seguire una partita di un videogames alla ricerca di ricompense e di sfide da superare attraverso i viaggi nel tempo, non ci entusiasmiamo più di tanto. La Disney ci mette il suo zampino e cosparge la storia con la sua retorica didattica, che malissimo non fa.
Una curiosità: il film é dedicato alla memoria del grande Alan Rickman che dà la voce -nella versione originale- allo Stregatto.

“Alice attraverso lo specchio” approderà nelle sale italiane a partire dal 25 maggio, distribuito da Walt Disney Company Italia.

Russell Crowe e Ryan Gosling a Roma per presentare “The Nice Guys” al pubblico italiano

Il weekend a Roma viene inaugurato dall’arrivo di Russell Crowe e Ryan Gosling che hanno presentato ieri sera “The Nice Guys”, il pubblico romano li ha attesi per ore e in serata ha potuto stringere la mano ai divi hollywoodiani.

Premiere di “The Nice Guys” al The Space Cinema Moderno

“Il gladiatore é tornato nella sua casa spirituale” così ha salutato il pubblico in sala il massiccio Russell Crowe, che ha dimostrato grande disponibilità ai fans che richiedevano anche solo una fotografia con l’ex gladiatore.

In mattinata invece, i due attori si sono presentati alla stampa (dopo un’estenuate attesa!), accompagnati dal regista Shane Black e il produttore Joel Silver, rispondendo per una 40ina di minuti alle domande dei colleghi giornalisti e mettendo alla dura prova le traduttrici (sopratutto Russell Crowe!).

Dopo gli iniziali (ed obbligati) elogi a regista e produttore per tutto il loro lavoro precedente (Shane Black a soli 20 anni ha scritto “Arma letale”) senza dimenticare quest’ultimo divertente film poliziesco, c’è chi ha trovato un collegamento a “L.A. Confidential”, complice anche la presenza di Kim Basinger che in “The Nice Guys” interpreta Judith Kuttner, capo del Distretto della polizia di Los Angeles e madre della ragazza scomparsa, inoltre Russell Crowe ha ammesso che é stato un piacere ritrovare dopo 10 anni Kim sul set.

Russell Crowe, la (fantastica)traduttrice Bruna, Ryan Gosling

In “The Nice Guys” le donne interpretano personaggi forti, che non scadono in cliché, basti pensare a Angourie Rice che interpreta Holly, la figlia di March (Ryan Gosling), una ragazzina sveglia e più intelligente del padre, o Margaret Qualley nei panni di Amelia, la ragazza in fuga. Shane Black ha ammesso di aver scelto di realizzare una storia di cavalieri (imbranati) che cercano di salvare la ragazza in pericolo con sullo sfondo una città corrotta, c’è una corruzione nell’innocenza nel mio film, una sorta di paranoia presente nei film di genere noir.

I due attori protagonisti, inoltre, ci hanno tenuto a specificare che non vi è un abissale differenza nell’interpretare un personaggio in un film drammatico rispetto ad un film comico, anzi vi è alla stessa maniera impegno, riflessione e concentrazione per il ruolo da rivestire. Russell Crowe si è complimentato parecchio per il lavoro svolto dal collega:

“mi é piaciuto lavorare con Ryan, ha affrontato con serietà la parte comica che doveva interpretare, vederlo lavorare così mi ha esaltato”.

 

Non sono mancate le domande di curiosità, chiedendo a Russell Crowe se tornerà ad esibirsi con la sua band dal vivo, o sul loro ruolo come registi (nel 2014 Russell Crowe ha diretto “The Water Diviner” e Ryan Gosling ha debuttato alla regia con “Lost River”) e curiosa é risultata la risposta dell’attore neozelandese:

Voglio diventare come Tiziano ed avere una grandissima tela (da dirigere)!

Ryan é stato veramente fantastico ne “Il Giovane Ercole” e sto cercando di concinverlo ad interpretare il giovane Giulio Cesare.

Abbiamo cercato di estorcere qualche curiosità su “Blade Runner 2”, ma Ryan Gosling temeva l’attacco del cecchino che gli aveva puntato la produzione e ha mantenuto il silenzio.

Noi di UniversalMovies vi invitiamo a leggere la nostra recensione di “The Nice Guys” e a seguirci sui social, dove troverete anche le foto della conferenza stampa di questa mattina.

E vi ricordiamo che “The Nice Guys” uscirà nelle sale italiane a partire dal 1 giugno.

[Recensione] Fiore di Claudio Giovannesi – Quando l’amore sbocciato dietro le sbarre dona la libertà

Dopo il successo internazionale di “Alì ha gli occhi azzurri”, il regista romano Claudio Giovannesi torna a raccontarci il mondo delicato degli adolescenti “di strada”, presentando alla Quinzaine des Réalisaterurs il suo ultimo lavoro “Fiore”, ambientato in un carcere minorile.

Sono ragazzi puri con un’eredità da piccoli criminali, alla ricerca di dare un senso alla propria esistenza, questi sono i protagonisti-prigionieri di “Fiore”, dei ragazzi che violano le regole per sentirsi vivi o solo per ricercare quel contatto, quell’affetto che gli é sempre mancato.

Claudio Giovannesi dopo aver studiato la vita nei carceri minori scrive con Filippo Gravino e Antonella Lattanzi la storia di Daphne (Daphne Scoccia), una giovane rapinatrice che in carcere conosce Josh (Josciua Algeri), anche lui fermato per rapina, e inizia così tra i due una corrispondenza clandestina: tra una lettera e un’altra, dal buio delle loro stanze, continui scambi di sguardi filtrati dalle sbarre del carcere, fino allo sbocciare di un sentimento puro e liberatorio tra i due ragazzi.

Una storia d’amore straziante, romantica e combattuta come quelle a cui siamo stati abituati dai racconti medievali, ci sono delle regole da seguire e i due ragazzi pur di sentirsi e di sfiorarsi le infrangono. Seppur separati vivono nella consapevolezza di esserci l’uno per l’altro, anche all’infuori di quelle barriere che li tiene lontani, anche se fuori di lì c’è un padre con il bagaglio dei suoi errori (Valerio Mastandrea interpreta il padre di Daphne), una famiglia assente che li ha lasciati soli al loro destino.

La regia di Claudio Giovannesi regala una messa in scena mai retorica, coraggiosa sia per le tematiche e le ambientazioni ma soprattutto riesce a coinvolgere lo spettatore rendendolo partecipe alla vita all’interno delle celle grazie anche alle sentite interpretazioni degli emergenti Daphne Scoccia, Josciua AlgeriGessica Giulianelli e Klea Marku appannano quasi la bravura del consolidato Valerio Mastandrea che ha dichiarato di aver imparato più lui da loro che viceversa.

Il nostro parere: 7+

Claudio Giovannesi rimane fedele alla sua idea di cinema: osserva la realtà degli adolescenti e porta sullo schermo la loro vita con una naturalezza partecipativa che non sconfina mai nell’invasione e nel giudizio. Ricerca con lo sguardo della macchina lo sguardo di Daphne facendone emergere ogni singolo taglio di vita, fino a liberarsi insieme a lei.

“Fiore” di Claudio Giovannesi esce (in anteprima) il 25 maggio nelle sale di Roma e Milano e dal 1 giugno in tutta Italia, distribuito da Bim Distribuzione.

[Recensione] ‪‎Whiskey Tango Foxtrot‬ di Glenn Ficarra e John Requa: Tina Fey, giornalista d’inchiesta in Afghanistan

Dopo i successi di “Crazy, Stupid, Love” e “Focus-Niente é come sembra” gli sceneggiatori Glenn Ficarra e John Requa tornano alla regia con “Whiskey Tango Foxtrot”, una black comedy con la versatile Tina Fey nei panni della giornalista Kim Barker.

Kim Barker (Tina Fey) é una giornalista di una piccola emittente imprigionata dietro una scrivania e incastrata in una fin troppo tranquilla vita di coppia, decide di stravolgere la sua quotidianità accettando di diventare la nuova inviata del network dall’Afghanistan.

L’arrivo a Kabul non sarà dei più tranquilli, non sarà inizialmente facile ottenere la fiducia dei Marines costretti a proteggerla in particolare dall’austero colonnello Hollanek (Billy Bob Thornton) e sopratutto non sarà facile per una donna giornalista svolgere il proprio lavoro per le strade massacrate dai continui attacchi. Eppure l’estrosa reporter non si ferma ai primi ostacoli, schiverà le avance del procuratore nazionale (Alfred Molina) che in diverse e buffe occasioni le fa notare come vorrebbe approfondire la loro “amicizia”, e nel corso della sua permanenza si spingerà oltre i limiti, tanto da essere più volte salvata dal suo accompagnatore locale Fahid (Christopher Abbott). I 3 mesi iniziali da inviata di guerra diventano anni, la sua vita sentimentale inizia a vacillare, ma il vivere nella “Ka-Bolla” con la bellissima giornalista Tanya Vanderpoel (Margot Robbie) e l’incontro con il fotografo scozzese Ian MacKelpie interpretato da un convincente dongiovanni Martin Freeman l’aiuterà a trovare una normalità in quel luogo che non ha nulla di normale, ma diventa una dipendenza d’adrenalina per ottenere il miglior servizio.

“Whiskey Tango Foxtrot“, ispirato all’omonimo libro della reporter del Chicago Tribune Kim Barker, ha subito nel corso della sua lavorazione delle lievi modifiche per rendere la storia più cinematografica (la protagonista era una giornalista della carta stampata) che hanno aiutato il lavoro dell’attrice comica Tina Fey -qui nei panni anche di produttrice- nel dare il volto alla giornalista americana che ha raccontato le sue inchieste in Pakistan e Afghanistan. Ficarra e Requa attraverso il racconto dei legami -amplificati- dei personaggi trapiantati (e non) in territori di guerra ci descrivono attraverso l’avventura di una quarantenne che stravolge la sua vita come le forze armate americane si siano inserite in territorio straniero.

Il nostro parere: 6+

Non é il classico film americano che celebra l’operato statunitense durante il periodo di guerra, anzi mette in evidenza la debolezze dell’invasore convinto di esser giunto in una nuova Terra per fare un passo in avanti. Inoltre, una curiosità: “Whiskey, Tango e Foxtrot” sono i tre termini corrispondenti nell’alfabeto fonetico NATO alle lettere “W, T, e F” e quindi all’espressione “What the fuck”.

“Whisky Tango Foxtrot” sarà nelle sale italiane a partire dal 19 maggio, distribuito da Universal Pictures Italia.

Cannes 69 – Teen Star Academy con John Savage approda in anteprima sulla Croisette

Domani al Festival di Cannes, all’interno del Marchè du Film, verrà presentato “Teen Star Academy”, un family musical scritto da Francesco Malvenda e diretto da Cristian Scardigno con la produzione di Enrico Pinocci con uno straordinario cast internazionale composto da John Savage (Hair, Il Padrino III, La sottile linea rossa), Bret Roberts (Pearl Harbor) e Blanca Blanco.

La pellicola – ambientata tra Montecarlo, Beaulieu, Menton e Nizza – vede al suo debutto sul grande schermo il noto DJ, conduttore radiofonico e produttore discografico Dr.Feel X che ha curato anche la colonna sonora.

“Teen Star Academy” racconta le vicende di alcuni teenagers di talento provenienti da tutto il mondo e selezionati all’interno degli Actor Studio di Montecarlo e Nizza che cominceranno il loro percorso artistico all’interno della Teen Star Academy, una prestigiosa scuola della Francia meridionale da dove sono usciti giovani artisti che si sono distinti nella musica, danza, canto e moda. L’Accademia, fondata e diretta da Mister Burt (John Savage), si avvale di un corpo docenti eccezionale tra cui spiccano Dr Feel X e Julia (Blanca Blanco), l’insegnante di danza.

I giovani aspiranti artisti dovranno affrontare quotidianamente sfide e difficoltà che metteranno a rischio la loro amicizia, rischiando di essere trascinati anche in forti competizioni, solo fuori la scuola riusciranno a liberare la mente alla spiaggia gestita dal simpaticissimo Nathan (Bret Roberts) coadiuvato dall’assistente Jonathan Bagoro.

Il cast sarà presente in sala alla proiezione delle ore 18 presso il Cinema Olympia (5 Rue D’Antibes).

La Recensione di Wilde Salomè – Al Pacino e la sua ossessione per Oscar Wilde

Presentato nel 2011 alla  68esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia esce il 12 maggio “Wilde Salomè” la controversa opera di Al Pacino ispirata alla Salomè di Oscar Wilde. Esce a distanza di 5 anni dalla presentazione al Lido anche a causa di un lavoro di rimontaggio (sono stati ulteriormente tagliati 6 minuti circa dall’opera del 2011) da parte del regista americano che ha scelto di essere distribuito in Italia da Distribuzione Indipendente.

Al Pacino mette in scena la storia della principessa Salomè a Los Angeles, affidando ad Estelle Parsons la regia teatrale così da potersi focalizzare meglio alla realizzazione del suo controverso lungometraggio prodotto da Barry Navidi e Robert Fox.

“Wilde Salomè” é l’ossessionante viaggio di ricerca sulle orme del drammaturgo inglese Oscar Wilde che scrisse l’opera – ispirata alla figura della lussuriosa Salomè di cui si innamorò il patrigno Re Erode, sovrano della Giudea -per la prima volta in lingua francese e a, causa dello scandalo che lo attraversò ne fu proibita la sua rappresentazione a Londra ma fu in seguito ampiamente apprezzata tanto da ispirare Richard Strauss per la sua Salomè. Al Pacino é un appassionato estimatore delle opere di Oscar Wilde ma, col tempo é diventato un attento ricercatore della vita dell’emarginato scrittore inglese che durante la sua vita venne bistrattato dal suo stesso ambiente e incarcerato per il suo *orientamento sessuale*. Al Pacino sfida se stesso e le sue capacità nel rappresentare doppiamente la Salomè, riprendendo le prove e parte della rappresentazione teatrale, ne viene fuori un documentario in cui assistiamo al tormento del regista americano che deve dimostrare il polso fermo davanti alle scelte di produzione e nella direzione degli attori e di se stesso, nei panni dell’avido Re Erode.

Nei panni della principessa di Giudea una lussuriosa e penetrante Jessica Chastain, che al chiaro di luna si innamora di una voce, la voce del profeta Giovanni Battista (Kevin Anderson) imprigionato dal patrigno all’interno di un pozzo.

All’interno del documentario vi sono anche interviste ad artisti che durante la propria carriera si sono sentiti influenzati dagli scritti di Oscar Wilde, come Bono Vox e i drammaturghi Gore Vidal, Tom Stoppard e Tony Kusher; oltre all’incontro col nipote dello scrittore inglese Merlin Holland che racconta al regista americano come la figura di suo nonno non sia mai stata valutata adeguata in quegli anni, costringendo la sua famiglia a cambiar cognome.

Al Pacino cerca di ricucire la vita spezzata di Oscar Wilde attraverso il suo lavoro, e per farlo sceglie minuziosamente ogni tassello della messa in scena, e si compiace per la sconvolgente di interpretazione di Jessica Chastain che da innocente fanciulla si trasforma in demone desiderosa della testa del profeta.

Il nostro parere: 8 

Al Pacino prova a trasmettere allo spettatore la sua passione viscerale per l’opera del drammaturgo inglese indagando sulla sua vita professionale e personale attraversando Dublino, Londra e New York, ripercorrendo i luoghi che più lo hanno toccato. Lo spettatore vive il tormento del regista/attore, che sente il “peso” dell’importante opera a cui sta cercando di dar nuova vita.

“Wilde Salomè” di Al Pacino esce nelle sale italiane il 12 maggio distribuito sia in lingua originale sia in versione doppiata da Distribuzione Indipendente.

[Recensione] Where to invade next, il nuovo film diretto da Michael Moore

In questi giorni é presente nelle sale un controverso film “Where to invade next”, il nuovo documentario del regista statunitense Michael Moore, un lavoro irriverente in cui tenta di ritrovare il vero senso del sogno americano in altre Nazioni, invadendole.

Gli Stati Uniti sono ancora il Paese in cui chiunque può realizzare i propri sogni e può diventare quello che vuole? Ci si indebita per poter studiare nei migliori college del mondo, eppure non sono al primo posto per l’istruzione, anzi sono in top 10 per quanto riguarda l’obesità infantile. Cosa sta succedendo alla Nazione a stelle e strisce, il regista Michael Moore intraprende un viaggio per rubare l’eccellenze degli altri Paesi.

Il suo viaggio inizia in Italia, a Firenze dove incontra i coniugi X che lo illuminano sul panorama delle ferie pagate (ovviamente per chi ha un contratto regolare come lavoratore dipendente) e della tredicesima, oltre ai giorni a disposizione durante la maternità e i 15 giorni per la licenza matrimoniale; non totalmente convinto si dirige alla fabbrica Lardini, maggior produttrice tessile per marchi di moda, e scopre dalle parole dei titolari quanto sia importante concedere le ferie e quindi la libertà ai dipendenti affinché possano essere felici, anche se questo significa pagare più tasse per i titolari dell’azienda. In Ducati non cambia il discorso, anzi confrontandosi con un operaio sindacalista scoprirà quante lotte si siano precedute per arrivare ai risultati attuali.

In Francia scoprirà i menù gourmet previsti all’interno delle scuole elementari, e come il menù settimanale sia scelto con attenzione dopo un incontro tra dirigente scolastico, chef e nutrizionista. Nessun bambino soffre di obesità, durante il pranzo imparano a condivisione del cibo e come dev’essere un’alimentazione ben bilanciata, oltre a non bere Coca cola come avviene invece per i loro colleghi americani, nella loro alimentazione non è previsto nè l’hamburger nè le patatine fritte.

I cugini francesi “superano” gli americani anche per l’educazione sessuale che riservano ai loro ragazzi, infatti in Francia i casi di maternità adolescenziale sono un terzo rispetto agli Stati Uniti. E se studiare negli Stati Uniti molte volte diventa sinonimo di debito, in Slovenia l’università è gratuita, tanto che alcuni ragazzi americani hanno scelto di trasferirsi per poter completare gli studi anche perché fortemente indebitati con il governo statunitense.

In Finlandia cercherà di rubare il miglior sistema d’istruzione al mondo, in cui i bambini apprendono tra le mura scolastiche tra le 3 e le 4 ore massimo, per poi dedicarsi all’essere bambini, e non a fare i compiti a casa (non esistono!!!). Gli studenti finlandesi sono tra i più eccellenti, anche se non hanno schede valutative che ogni mese li preparano ma sono in grado di parlare in media tra le 3 e le 4 lingue straniere.

Impagabile é il confronto con il sistema carcerario norvegese, basti solo pensare all’isola prigione di Balstøy o al carcere di Halden, prigione di massima sicurezza dove sono presenti biblioteche, sale di registrazioni per l’etichetta musicale nata in prigione, definita come la “prigione più umana”, sicuramente ben diversa dalle prigioni statunitensi.

In Islanda Moore scoprirà il valore della collettività, di come le donne siano presenti e decisive nell’amministrazione del Paese (nel 1980 è stata la prima Nazione ad eleggere il primo Presidente donna), mentre gli Stati Uniti sono un Paese più individualista, in Islanda si dà più importanza alla collettività, aleggia sempre un “noi” che prevarica sull “io”.

Il sogno americano vive ovunque tranne in America. Tutte le buone idee delle altre Nazioni vengono dagli Stati Uniti.

Non avevamo bisogno di invadere, bisognava andare agli oggetti smarriti.

Il nostro parere: 7+

La provocazione di Michael Moore é quella di fare un film sugli Stati Uniti senza girare alcuna scena sul suolo americano, ma allo stesso tempo il regista regala 120 minuti esilaranti nei panni di un “invasore” pacifico, incontrerà Presidenti di Stato, Ministri dei Paesi occupati dove cerca di rubare ciò che li rende migliori.

“Where to invade next” é attualmente nelle sale italiane distribuito da Nexo Digital e Good Films, su http://www.nexodigital.it/where-to-invade-next/ potrete trovare la sala più vicina a voi.

Nordic Film Fest – Underdog di Ronnie Sandahl (2014): il riscatto di una generazione confusa e in cerca di se

Ronnie Sandahl, classe 1984 é un giovane scrittore svedese, con “Underdog” esordisce alla regia presentandolo a diversi festival a livello internazionale (Festival del Film di Zurigo, Chicago International Film Festival, Baltic Film di Lubecca, Les Arcs Film Festival, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti) in cui racconta le vicende della generazione svedese che, a causa della crisi che ha attraversato il proprio Paese, é costretta a cercar fortuna nella vicina Norvegia.

La crisi economica dell’ultimo decennio ha colpito maggiormente la prolifera Svezia, i giovani svedesi sono costretti a lasciare le proprie Terre per trovar  un lavoro che gli aiuti a crearsi un futuro: é questo il caso di Ana “Dino” Dinovich (Bianca Kronlöf).

Dino, lasciatasi alle spalle una situazione familiare alquanto problematica con un padre alcolizzato, ogni giorno si reca all’Ufficio per l’impiego di Oslo sperando di trovare un lavoro che le faccia superare la giornata; viene affidata al ristorante di Steffen (Henrik Rafaelsen), ma col braccio ingessato può far ben poco in cucina e viene incaricata di badare alla piccola Siri (Naomi Emeilie Christensen Beck). Così Dino inizia a lavorare come babysitter nella famiglia norvegese, il suo compito principale é quello di occuparsi della più piccola di casa ma inizia a legare anche con la figlia adolescente Ida (Mona Kristiansen) che nasconde in se una profonda insicurezza oltre ad aver problemi alimentari sottovalutati dai genitori che stanno affrontando una crisi nella loro relazione. La ragazza svedese si ritrova “risucchiata” nei problemi della famiglia norvegese e sembra essere la novità che gli fa dimenticare i propri problemi, ognuno della famiglia sembra come aggrapparsi a lei per poter star bene.

“Anche se la paghi, non é di tua proprietà. Non é solo tua!”

Ida

 

In realtà oltre ad un lavoro Dino pensava di aver trovato anche l’amore, purtroppo deve ricredersi e rimanere ferita dall’uomo, sarà l’adolescente Ida ad aiutarla ad andare avanti ed a cogliere quello che la vita le offre e crearsi un futuro credendo nelle proprie capacità. Dino s’è sempre fatta carico nella sua vita di responsabilità che non le appartenevano, grazie all’incontro con la famiglia di Steffen e in particolarmodo con la (breve) relazione avuta con lui riuscirà a trovare il coraggio di affrontare il futuro che le è “dovuto”.

Il nostro parere: 7-

Il titolo originale del lungometraggio “Svenskjävel” significa letteralmente “svedese bastardo” e già delinea i toni del film, a tratti ironici quando si inseriscono le battutine “di sfida” tra le due Nazioni (“Noi svedesi immaginiamo i norvegesi come il cugino scemo che ha vinto alla lotteria” pronuncia Dino durante la cena con gli amici di Steffen).

Nordic Film Fest – “Rams: Storia di due fratelli e otto pecore” di Grímur Hákonarson (2015)

In Islanda la pecora é un animale “sacro”, i pastori crescono le pecore e i montoni come se fossero loro figli e le trattano quasi al pari degli animali domestici classici; questa premessa é necessaria per poter capire al meglio la storia dei fratelli Gummi e Kiddi, anziani pastori che vivono l’uno affianco all’altro ma non si rivolgono la parola da 40 anni, raccontata dal regista Grímur Hákonarson in “Rams: storia di due fratelli e otto pecore”, vincitore lo scorso anno a Cannes all’interno della sezione un certain regard, e uscito in dvd dal 23 marzo con Bim Distribuzione.

Grímur Hákonarson porta sullo schermo tutto quello che aveva imparato durante la sua infanzia quando, come tutti i bambini islandesi, veniva mandato nella campagne a lavorare nelle fattorie, in quegli anni ha potuto “studiare” e capire i sistemi di amministrazione agricola all’interno dei distretti più remoti e del rapporto che si crea tra il pastore e il suo gregge. In alcune zone del nord dell’Islanda l’allevamento di ovini costituisce il mezzo principale di sostentamento della popolazione e una componente fondamentale della cultura contadina; per questo per molti islandesi le pecore sono considerate sacre, rappresentando una forma di orgoglio. Questo é lo spirito che aleggia nei caratteri burberi dei fratelli Gummi (Sigurður Sigurjónsson)e Kiddi (Theodór Júlíusson) che pur abitando a pochi metri l’uno dall’altro, non si rivolgono la parola, se non attraverso i messaggi che si inviano tramite il cane di Kiddi, ma riversano il loro affetto sul proprio gregge, tra i più premiati all’interno dei concorsi agricoli del distretto.

La pacata tranquillità dei pastori viene interrotta dal timore che un epidemia ovina possa espandersi per tutti i greggi, per questo i veterinari del distretto obbligano i pastori ad abbattere i propri animali così come é deciso nel regolamento agricolo. Questa decisione mina il finto equilibrio che vi era nel rapporto di silenzio tra i due fratelli (il montone malato apparteneva al gregge di Kiddi) e mette a repentaglio il futuro delle fattorie del distretto che per i successivi due anni perderanno la maggioranza del proprio lavoro; Gummi decide di raggirare le regole e nasconde nella sua cantina 7 pecore e un montone. Il piano di Gummi sembra procedere indisturbato ma ben presto verrà scoperto da uno dei veterinari del distretto incaricato di disinfettare le stalle, si vedrà costretto a chiedere aiuto a suo fratello pur di salvare il suo prezioso gregge.

I due fratelli metteranno da parte il loro astio ritrovando così il rapporto ormai perso da anni, un affetto ormai rarefatto che man mano accresce mentre si affronta il paesaggio di ghiaccio che caratterizza l’inverno nordico.

Se nella prima parte il film presenta un montaggio più serrato per mostrarci i susseguirsi degli eventi (concorso, epidemia, abbattimento bestiame e stalle), nella seconda parte i tempi sembrano seguire l’evolversi della stagione fredda, con il maggior utilizzo di campi lunghi e un montaggio più sostenuto, evidenziando così anche il cambio di tono della narrazione: dai torni più scherzosi e ironici ai laconici e drammatici per culminare con toni calorosi nella scena finale.

Il nostro parere: 6 +

Una narrazione con i tempi particolarmente dilatati a cui un pubblico generalista non é abituato, ma merita la sua visione per la freschezza e la naturalezza con cui il giovane regista ci mostra una realtà agricola ben diversa dalla nostra. “Rams. Storia di due fratelli e otto pecore” evidenzia la riscoperta dei rapporti “congelati” e riaccesi tramite l’affetto nei confronti di un animale da salvare.