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Quella notte a Miami…: recensione del film candicato a 3 premi Oscar

Vi proponiamo la recensione di Quella notte a Miami…, adattamento della pièce teatrale di Kemp Powers, diretto dell’esordiente Regina King. Il film, distribuito su Prime Video, è candidato a ben 3 premi Oscar.

La sera del 25 febbraio 1964, il giovane pugile di colore, Cassius Clay, si laurea, sorprendentemente, campione del mondo dei pesi massimi. Dopo l’incontro, Clay (Eli Goree) insieme ai suoi più stretti amici, ovvero Malcolm X (Kingsley Ben-Adir), la leggenda dell’NFL Jim Brown (Aldis Hodge) e il cantante Sam Cooke (Leslie Odom Jr), si ritroveranno in una stanza di un motel di Miami a festeggiare il campione e ad analizzare le proprie esistenze, gettando le basi per un cambiamento epocale.

Quella notte a Miami… prende vita da un fatto storico, l’incontro avvenuto quella sera tra quei quattro amici e mostri sacri, per poi virare verso una romanzata avventura nell’intimo umano di una comunità dilaniata dalle ingiustizie e dai soprusi. Il film è recitato in punta di fioretto, l’intera vicenda si snoda intorno all’animo dei quattro protagonisti, con dialoghi mai banali ed una Miami che fa da semplice palcoscenico alla dirompente energia che si scatenerà nei quattro protagonisti alla fine di quella lunga notte.

La collaborazione tra Kemp Powers e Regina King ha permesso di avere una sceneggiatura che strizza l’occhio al teatro, ma che allo stesso tempo ben si cala nel mondo del cinema. Tale valore è stato riconosciuto dall’Academy che gli ha attribuito una candidatura al film nella categoria Miglior Sceneggiatura non Originale. Alcuni passaggi narrativi di Quella notte a Miami… scivolano in modo impercettibile ma poi lasciano, nello spettatore, un profondo senso di sgomento verso alcune situazioni o atteggiamenti che i protagonisti, nel loro quotidiano, sono costretti ad affrontare e con le quali debbono scendere a patti con le proprie coscienze.

Altro elemento positivo di Quella notte a Miami… è la colonna sonora, ritmata da Leslie Odom Jr nei panni dello sfortunato padre fondatore della Soul Music, Sam Cooke. L’attore e cantante statunitense è perfetto nel ruolo, la sua recitazione ed il suo talento gli hanno conferito le altre due nomination ricevute dal film, ovvero quella per la Miglior Canzone Originale – “Speak Now” – pezzo godibilissimo e profondo, e quella per il Miglior Attore non Protagonista, entrambe assolutamente meritate. Bene, comunque, tutti e quattro gli interpreti, i quali si dividono con ritmici passaggi la loro presenza sullo schermo, e questo senza mai essere ingombranti ma con una profondità dei personaggi veramente di prim’ordine.

Quella notte a Miami… è senza dubbio un film imperdibile che, con il suo stile, ci porta a riflettere e a rivedere gran parte della situazione sociale vissuta da una grande fetta della popolazione americana in quegli anni e come quel Green Book, che dà il nome al capolavoro di Peter Farrelly. sia stata una condanna per gli afroamericani negli anni ’60.


William Shatner: i nostri auguri per i 90 anni dell’iconico Capitano Kirk

Nulla dura. Questo è ciò che rende tutto …così prezioso.”

90 anni e non sentirli, questa è la prima impressione che si ha approcciando con William Shatner. L’attore canadese spegne oggi le candeline di un importante traguardo. Una vita professionale legata a doppio filo all’iconico Capitano Kirk, rendendo entrambi immortali.

Il buon William Shatner, nonostante le buone sensazioni che gli aveva regalato Roddenberry, mai avrebbe immaginato che sarebbe stato Kirk per i successivi 60 anni. Un legame così profondo che ha spinto gli stessi autori di Star Trek a dare, al personaggio, la stessa data di compleanno dell’attore, cioè il 22 marzo. In tutto il mondo, quindi, si festeggiano oggi Bill (Shatner) e Jim (Kirk).

Il ragazzone canadese ha infranto mille cuori viaggiando a curvatura tra i pianeti di classe M, ma ha sempre permesso agli appassionati di sognare in grande stile le galassie lontane portando sullo schermo un uomo, un amico, un giusto. Il rapporto con Kelley e Nimoy, fatto di scanzonati siparietti sul ponte dell’Enterprise, aveva un riscontro anche nella realtà quotidiana, fatto salvo qualche incomprensione che portò ad una rottura col vulcaniano pochi anni prima della sua morte.

UN CENNO ALLA CARRIERA

Shatner, di carattere forte, ha sempre avuto qualche incomprensione con alcuni suoi colleghi, ma il suo modo di essere e di fare gli ha permesso di affermarsi in diversi ruoli ed in diverse accezioni del mondo artistico. A tal proposito, è importante ricordare che William Shatner è anche un musicista, uno scrittore, un regista ed infine, un divulgatore scientifico.

Come attore, ha prediletto, da sempre, ruoli da protagonista che ne hanno messo in luce la grinta, facendo risaltare il personaggio come faro delle situazioni. Ciononostante, William ha amato cimentarsi in passato con ruoli brillanti in cui ha saputo prendersi in giro. A tal proposito, ha giocato con i fan, destabilizzandoli, con interpretazioni sopra le righe come in L’aereo più pazzo del mondo… sempre più pazzo, Palle in canna e Miss Detective.

Il suo ultimo ruolo lo ha riportato nella fantascienza, con il film Creators – The Past del regista italiano Piergiuseppe Zaia. La pellicola, uscita in piena emergenza Covid, non ha avuto un grande successo e vorremmo non fosse l’ultima fatica dell’attore prima di abbandonare le scene. La sua ultima fatica televisiva, The UnXplained, è stata rinnovata da History Channel per una seconda stagione, da registrare nel corso del 2021 ed il buon Bill sembra sia intenzionato a chiedere un ulteriore rinnovo.

CURIOSITA’ DALLO SPAZIO

Il 7 marzo 2011, sullo Space Shuttle Discovery, per il suo ultimo giorno di attracco alla Stazione Spaziale Internazionale, è partito un jingle con il sottofondo musicale del tema di Star Trek. Nella navicella spaziale, la voce di Shatner diffondeva il seguente messaggio

Spazio, ultima frontiera. Questi sono stati i viaggi dello Space Shuttle Discovery, nella sua missione trentennale alla ricerca di nuova scienza. Per costruire nuovi avamposti. Per riunire le nazioni sull’ultima frontiera. Per andare coraggiosamente e fare ciò che nessun veicolo spaziale ha mai fatto prima.”


Nino Manfredi: il ricordo della redazione a 100 anni dalla nascita del mito

Conta prima la mimica, poi la parola: questo non lo insegna più nessuno.”

Saturnino Manfredi, in arte Nino, nasce a Castro dei Volsci il 22 marzo 1921. Scopre il teatro e la musica mentre era in convalescenza presso un sanatorio per aver contratto la tubercolosi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale completa gli studi in giurisprudenza, e si iscrive in parallelo all’Accademia di Arte Drammatica in cui si diploma nell’estate del 1947. Alla fine dello stesso anno debutta al Teatro Piccolo di Roma in alcuni ruoli drammatici. Dal Piccolo di Roma, passa a quello di Milano, per tornare poi nella Capitale, all’Eliseo, dove recita insieme a Paolo Panelli e Bice Valori.

Agli inizi degli anni ’50, lasciato il palco, Nino Manfredi tenta il successo in radio assieme a Paolo Ferrari e Gianni Bonagura: il trio si esibisce in esilaranti sketch nei varietà radiofonici, per poi tornare in teatro sempre in ruoli brillanti. Qui Nino coglie l’occasione di lavorare con Fabrizi e Bice Valori, nel Rugantino di Garinei e Giovannini. Il successo ottenuto dallo spettacolo spinge Manfredi fino agli States, da qui il debutto a Broadway.

Nel frattempo arriva anche l’esordio nel mondo del cinema con ruoli che ne fanno apprezzare il talento in tutta la penisola. Lo Scapolo, Totò Peppino e la… malafemmina sono solo alcuni dei film a cui Manfredi prende parte negli anni 50. Da quel momento la carriera di Nino Manfredi decolla, dando modo all’istrionico attore di eccellere in diversi campi, tra cui quello musicale: “Tanto pe’ Cantà”, un brano di Petrolini del 1932, torna così a nuova vita grazie alla sua interpretazione del 1970. “Chi di noi non l’ha mai cantata, cercando magari di imitare quel friccico di malinconia che solo Manfredi sapeva imprimergli?” Ma la sua incursione nel mondo della musica non si limita a quella canzone, lo troveremo perfino ospite al Sanremo dell’82 e dell’anno successivo, dove canterà insieme a 50 bambini.

Ma torniamo alla nostra cronostoria. Nanny Loy lo vuole in L’Audace colpo dei Soliti Ignoti; con lo stesso regista poi affianca Totò in Operazione San Gennaro. Gli anni ’60 regalano a Nino altre collaborazioni: con Alberto Sordi gira Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?, mentre con Ugo Tognazzi, diventa protagonista in Straziami ma di baci saziami. Il passaggio da ruoli brillanti ad altri più cupi e drammatici è però dietro l’angolo, una parentesi importante che lo riporta in seguito ad essere lo scanzonato ragazzo di inizio carriera. In particolar modo lo vediamo in quegli anni in Girolimoni, il mostro di Roma, in Brutti, sporchi e cattivi ed anche in Café Express. Ruoli difficili e complicati che l’attore però interpreta magistralmente.

Nino Manfredi nella sua immensa carriera diventa una sorta di attore feticcio di Luigi Magni: con il regista racconta la Roma risorgimentale, ed in particolare con la sua interpretazione nella trilogia papalina composta da Nell’anno del Signore, In nome del Papa Re e In nome del popolo sovrano. Con Magni ancora è protagonista nel film Signore e Signori buonanotte, dell’episodio “Santo Soglio”. Liberamente ispirato alle vicende dei Papi Sisto V e Pio V, Manfredi interpreta un infermo cardinale, scelto dal clero come Papà di transizione. A tal proposito, vi consigliamo di recuperare questa parodia satirica e di gustarvi il finale.

Manfredi, successivamente, approda sul piccolo schermo, dove esordisce con lo sceneggiato L’Alfiere, ma è con il Geppetto di Le Avventure di Pinocchio che dà vita ad un personaggio intramontabile, ancora oggi dopo circa 50 anni. Negli anni ’90 è infine protagonista della fiction Linda e il brigadiere, accanto a Claudia Koll. Come regista Manfredi ha diretto Per Grazia Ricevuta, col quale si è aggiudicato la Palma d’oro al Festival di Cannes ed il Nastro D’Argento. Attore, regista ed anche doppiatore. Manfredi ha dato la sua voce a diversi attori stranieri ed italiani, fra i quali Robert Mitchum e, perfino, Marcello Mastroianni (nella pellicola Parigi è sempre Parigi).

Anche in ambito pubblicitario, Manfredi l’ha fatta da padrone, a partire dai primi Carosello, dove riprende il ruolo del ladro improvvisato del film “i Soliti Ignoti”, fino ad essere il testimonial perfetto per la nota azienda di caffè torinese, dove conia una frase che rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo nazionale: “Il caffè è un piacere, se non è bono, che piacere è? Più lo mandi giù e più te tira su.” In quest’ambito è stato storico lo spot, per Roma Pulita, che Manfredi gira nel 1982 e che è stato ripreso più in avanti da Enrico Brignano. Geniale il modo con cui l’attore, inoltre, prende in giro sé stesso in Grandi Magazzini di Castellano e Pipolo: qui interpreta un attore, d’antichi fasti, ma ormai in pieno declino e vittima dell’alcolismo: “Anche Bonanni compra ai grandi Magazzini”. Una battuta semplice e di pochi secondi che grazie alla mimica facciale e l’aplomb dell’attore è divenuta, in quegli anni, una sorta di tormentone.

Nel ’55 sposa la modella e costumista Erminia Ferrari. Dalla loro unione sono nati Roberta (attrice e produttrice), Luca (regista) e Giovanna. E’ di Luca Manfredi la regia del docufilm celebrativo “Uno, nessuno, cento Nino” che Rai 2 trasmetterà questa sera in occasione del centenario. Vincitore di diversi David di Donatello e di Nastri d’Argento, il grande Nino Manfredi si è spento a Roma il 4 giugno del 2004. La città dove è cresciuto e che lo ha adottato a proprio simbolo gli ha dedicato un viale nel Giardino degli Aranci ed il Teatro di Ostia.


L’ombra della Violenza: recensione del film di Nick Rowland

L’ombra della Violenza è un film irlandese del 2019. Diretta da Nick Rowland, la pellicola debutta oggi su diverse piattaforme di streaming, tra cui Rakuten e Infinity. Questa la recensione.

Douglas “Arm” Armstrong (Cosmo Jarvis) è un ex pugile divorziato e padre di un bambino speciale, Jack (Kiljan Moroney). Arm ha un debito verso Dymphna (Barry Keoghan), giovane boss della famiglia Devers che spadroneggia nella piccola provincia rurale dell’Irlanda ed è per loro che si trova costretto a lavorare. Spesso si trova ad intimorire chi non paga i debiti con la famiglia, ma un giorno gli viene chiesto di trasformarsi in killer per far pagare chi aveva provato ad abusare della giovane nipote di Paudi Devers (Ned Dennehy). Quale sarà la scelta di Arm? Si trasformerà per sempre nel mostro senza scrupoli che l’ex moglie Ursula (Niamh Algar) vorrebbe non diventasse?

Film duro e crudo che racconta lo spaccato della piccola comunità rurale irlandese di cui i protagonisti fanno parte. Le vicende narrate in L’ombra della Violenza, incentrate intorno allo spaccio di droga, fanno da contorno al dramma vissuto dal protagonista, un Cosmo Jarvis ben inserito in un ruolo che gli calza a pennello. Arm è scontroso, irascibile ed insicuro. Da una parte il debito di amicizia che prova per Dymphna, dall’altra l’amore per il figlio e per la ex moglie. Riesce a trovare sé stesso solo nei momenti in cui assiste alle lezioni di equitazione del piccolo Jack, da cui il titolo originale britannico, Calm With Horses. Nel nostro paese si è deciso, invece, di optare per la traduzione letterale dalla distribuzione statunitense che poco lega con la trama.

L’ombra della Violenza alterna momenti lenti e cadenzati, arricchiti da un’ottima fotografia e da una colonna sonora malinconica, ad alcuni momenti di pathos ed azione. I paesaggi irlandesi creano una cornice colorata ed in contrapposizione al grigiore delle esistenze dei personaggi raccontati.

Per Nick Rowland si tratta del primo lungometraggi, il cui lancio in rete ha già fruttato varie nomination ai BAFTA e diversi premi vinti, grazie anche alla prova corale e convincente del cast artistico. Oltre al già citato Cosmo Jarvis, infatti, vanno citate le prove di qualità offerte da Barry Keoghan e Niamh Algar. Da segnalare inoltre la prova di Kiljan Moroney, che riesce a caratterizzare con talento il piccolo Jack.

Classificazione: 3 su 5.

L’ombra della Violenza, è un film interessante e ben realizzato, con una sceneggiatura valida ed una trama ben sviluppata da Joseph Murtagh.


Star Trek: Lower Decks, la recensione della serie animata su Prime Video

La saga Star Trek, a quasi mezzo secolo di distanza da Star Trek: The Animated Series, torna con una seconda serie animata, e lo fa con Star Trek: Lower Decks. Questa la recensione.

Distribuita nei giorni scorsi da Amazon Prime Video, la serie presenta tra i protagonisti del cast vocale nomi noti come Jack Quaid e Jerry O’Connell.

A bordo della U.S.S. Cerritos, Nave Stellare con numero di serie NCC-75567, facciamo conoscenza di quattro giovani guardiamarina, i quali tentano di mettersi in mostra per uscire dalla mediocrità dei ponti inferiori (Lower Decks in inglese). Beckett Marine (Tawny Newsome), è la più indisciplinata del gruppo ma è anche quell’elemento che non ha paura di rischiare e spesso tira fuori gli altri dai guai. Brad Boimler (Jack Quaid) è ligio alle regole, fin troppo a volte; spesso i suoi atteggiamenti ambigui ed al limite del servilismo fanno da base alle situazioni deliranti in cui si troverà coinvolto l’equipaggio della nave. D’Vana Tendi (Noël Wells) è una orionana che fa parte dell’equipe medica e che ha un’infinita voglia di farsi nuovi amici. Infine, c’è Sam Rutherford (Eugene Cordero) un ingegnere con impianti Cyborg e un innato amore per la tecnologia che lo porta spesso a distaccarsi dalla realtà per vivere in un mondo fatto di complicati circuiti e Tubi di Jeffries.

Mike McMahan, ideatore della serie, crea una trasposizione delle avventure degli eredi del Capitano Kirk irriverente e destabilizzante che, grazie ad un approccio anticonformista a cui ci ha già abituato con Rick and Morty, è divertente e mai banale.

La serie si ispira al 167° Episodio della classica The Next Generation, di cui ricalca il titolo e le vicende: quattro guardiamarina in cerca di gloria. Ciononostante tale “rievocazione storica”, però, si ferma ai pochi elementi fin qui indicati, e questo perché il progetto si sviluppa in modo differente e con una satira graffiante ed innovativa.

A parte una difficoltà oggettiva ad accettare questo particolare Point of View del franchise, superato soprattutto lo shock emotivo dei primi minuti del primo episodio, Star Trek: Lower Decks regala ottimi spunti legati a situazioni, dinamiche e personaggi. A tal proposito, va detto che la serie incentra i suoi punti di forza quasi esclusivamente sulla vita di bordo, sulle missioni e le conseguenti interazioni tra membri dell’equipaggio viste da un punto di vista non consono e poco patinato. Per quanto sia allegro e scanzonato, Star Trek: Lower Decks, comunque non disdegna momenti commoventi e spiazzanti che vanno in netto contrasto con l’animo sprezzante e sornione della serie.

Le citazioni al franchise in Star Trek: Lower Decks sono tante ma mai autocelebrative o pompose, spesso irriverenti e con la complicità degli attori chiamati in causa. Così capiterà di incontrare un “Q” annoiato da Picard, un matrimonio Gorn e tante altre sorprese che, per evitare di incorrere in qualche spoiler, non possiamo e non vogliamo citare.

L’animazione è opera della Titmouse, società impegnata in diversi progetti di animazione passati e futuri tra i quali è possibile ricordare Uncle Grandpa e Big Mouth. Il prodotto che ne scaturisce è visivamente squadrato e moderno e ben si addice perfettamente col contesto narrativo.

Il doppiaggio è sotto la direzione di Stefanella Marrama e questi sono i doppiatori dei personaggi principali: Gaia Bolognesi (Beckett), Flavio Aquilone, già voce di Quaid in The Boys, presta la voce a Broimler. La pluripremiata Joy Saltarelli è D’Vana Tendi e Gabriele Patriarca è Rutherford: il risultato è un ottimo lavoro da parte di tutti, e ciò dimostra ancora una volta la bravura e la specializzazione della scuola italiana nel settore.

Classificazione: 3.5 su 5.

La serie è già confermata per una seconda stagione. Per chi volesse invece assistere in tempi più brevi ad un nuovo lavoro di Mike McMahan possiamo suggerire di sintonizzarsi sul nuovo canale Star di Disney+, dove il 23 febbraio prossimo debutterà l’acclamata Solar Opposites.

Star Trek: Lower Decks è già stato confermato per una seconda stagione.


L’eredità della vipera: recensione del film con Josh Hartnett

L’eredità della vipera segna il debutto alla regia per Anthony Jerjen. Nel cast Josh Hartnett e Bruce Dern. Questa la recensione.

I tre fratelli Conley, dopo la morte del padre, cercano di portare avanti l’eredità di famiglia, lo spaccio di sostanze stupefacenti. Kip (Josh Hartnett) e Josie (Margarita Levieva) sono i più grandi e vorrebbero che Boots (Owen Teague) restasse fuori dal giro ma i comportamenti del ragazzo lasciano ben poco sperare. Sui tre vigila il vecchio Clay (Bruce Dern), proprietario dell’unico locale che fa da crocevia alle vicende degli abitanti della cittadina dei monti Appalachi.

Alla base del dramma familiare L’eredità della vipera c’è la vicenda dello spaccio di oppiacei che assilla la società americana in questi ultimi anni. L’impoverimento delle zone dei monti Appalachi ha dato modo ad un certo numero di spacciatori di poter diffondere un male che ancor di più rende difficile la vita in questi piccoli centri basati sull’estrazione e la lavorazione del carbone. Ieri fulcro e spinta della vittoria Trumpiana alle presidenziali e ben presto abbandonati ai problemi già noti, sono ben presto divenuti schiavi di questa emergenza nazionale figlia dello spaccio di Ossicodone.

Andrew Crabtree, autore della sceneggiatura di L’eredità della vipera, è originario di queste zone degli Stati Uniti, ed è forse per questo che mette molta della sua esperienza personale in una storia che racconta un dramma familiare esteso alla comunità che ospita i Conley.

Anthony Jerjen, da osservatore distaccato della cultura statunitense invece, crea un film introspettivo e profondo, molto lontano dai crime hollywoodiani tutti spari ed inseguimenti a cui siamo soliti assistere. Il risultato è un film con una fotografia accurata, accompagnata da piani sequenza di ottima fattura. D’altro canto, però, L’eredità della vipera soffre di una certa lentezza narrativa che, comunque, non disturba anche se in alcuni momenti palesa quella carenza di azione di cui abbiamo fatto menzione poc’anzi. La colonna sonora è forse un po’ troppo presente in alcune sequenze andando spesso a catturare l’attenzione dello spettatore oltremisura.

Buona la prova recitativa degli attori. Josh Hartnett è cardine e punto di riferimento della pellicola, ma è Bruce Dern, anche se con poco minutaggio, a fare la differenza. Bene anche Margarita Levieva che crea una Josie subdola e spietata, collante ma anche rovina dei Conley.

Il suo finale non proprio sorprendente, però, non pregiudica il debutto del filmmaker Anthony Jerjen, il quale si è reso disponibile per un’intervista che renderemo pubblica nelle prossime ore.

L’eredità della vipera è disponibile in TVOD dal 20 gennaio 2021, distribuito da Blue Swan.

Classificazione: 3 su 5.

La Scelta Giusta: recensione del film su Amazon Prime Video

Sul catalogo di Amazon Prime Video è da poco disponibile La Scelta Giusta, film d’esordio del regista Andrea D’Emilio. Nel cast Francesco De Francesco e Giulio Neglia. Questa la recensione.

Luca (Francesco De Francesco) e Marco (Giulio Neglia) sono i due soci proprietari dell’AlterEgo, un’azienda che si occupa di sicurezza informatica. Nata come startup, l’azienda diventa dopo qualche tempo un punto di riferimento nel mercato italiano, finendo nel mirino di una famosa multinazionale. Luca decide di non cedere alle offerte, e ben presto si trova vittima di strane pressioni, fino a subire veri e propri attacchi. Preoccupato ed impaurito si imbatte nel suo vecchio amico Flavio (Costantino Comito).

Premiato al Reggio Calabria FilmFest, La Scelta Giusta è un thriller psicologico con tratti noir. La trama si presenta sin dai primi minuti interessante, ed è arricchita da un cast di tutto rispetto: oltre ai sopracitati vanno segnalati, infatti, anche Roberta Bizzini e Augusto Zucchi.

Le atmosfere cupe e marcatamente oniriche fanno da sfondo ad una narrazione lenta e sincopata in cui si muovono i protagonisti. Da una parte De Francesco e Comito che viaggiano gomito a gomito verso l’abisso che sembra inghiottirli, dall’altra Neglia che sembra essere l’unico elemento stabile e saldo.

Andrea D’Emilio, qui al suo primo lungometraggio, dà ottima prova di maturità, dirigendo con accuratezza gli attori in una storia che affronta l’animo umano più che il contesto in cui si snodano i fatti. La sceneggiatura non priva di qualche incertezza è, comunque, ben congeniata, con un finale a sorpresa che supplisce ad alcune mancanze.

VERDETTO FINALE: La Scelta Giusta è una pellicola da guardare, certamente non perfetta, ma che porta su una piattaforma importante come Amazon Prime Video un cinema italiano nuovo ed interessante, ma soprattutto ricco di idee. Lodevole.

Classificazione: 3 su 5.

NOS4A2: recensione della seconda e ultima stagione

Amazon Prime Video ha reso disponibile la seconda – ed ultima – stagione della serie supernatural-horror NOS4A2. Questa la recensione.

Basata sull’omonimo romanzo di Joe Hill (pseudonimo utilizzato dal figlio di Stephen King), la serie NOS4A2 conta nel cast i nomi di Zachary Quinto e Ashleigh Cummings.

Sono passati otto anni dagli eventi che hanno chiuso la prima stagione. Vic (Ashleigh Cummings) viene a sapere che Charlie Manx (Zachary Quinto) è finalmente morto. La ragazza, divenuta ormai mamma ha la sensazione che l’incubo non sia ancora terminato e che lo spirito del mostro che ha creato Christmasland aleggi ancora sulla sua testa e possa mettere in pericolo il figlio.

Il racconto degli eventi di quest’ultima stagione di NOS4A2 si snoda molto lentamente per i suoi dieci episodi che la compongono. Ogni cosa buona vista ad inizio serie è purtroppo un ricordo lontano. La sceneggiatura risulta incerta, mentre la regia è pressochè ripetitiva ed inefficace. Il risultato è purtroppo soporifero ed è la sola curiosità per la sorte dei protagonisti a trascinare lo spettatore fino all’ultimo frame di questa serie che, fra l’altro, ha un finale aperto nonostante la cancellazione. L’ultimo episodio è interessante sotto alcuni spunti ma decisamente poco avvincente e stiracchiato fino all’inverosimile.

Zachary Quinto veste nuovamente bene i panni del vampiro. È Manx il moribondo, il redivivo, l’inarrestabile mostro ed è anche Manx prima della Rolls Royce Spettro ed in ogni sfaccettatura la sua recitazione è buona. Gli altri personaggi della serie sono, invece, troppo stereotipati e piatti. Tutti chiusi in un cliché ed in un’unica espressività facciale.

Ashleigh Cummings resta ancorata alla Vic negativa e depressa ed offre una recitazione ben lontana da quella della prima stagione, crediamo più per esigenze di copione che per altro. Impalpabili Ebon Moss-Bachrach e Virginia Kull. Completamente mal sfruttati, invece, i personaggi Bing Partridge e Maggie Leigh, entrambi relegati a macchiette che agiscono grossolanamente, e tutto va a scapito degli attori che prestano loro volti e recitazioni, ovvero Ólafur Darri Ólafsson e Jahkara J. Smith.

Sono lontani i tempi in cui NOS4A2 era candidata ai Saturn Awards.

Classificazione: 2 su 5.

American Woman: recensione del film diretto da Jake Scott

Presentato durante il Milano Film Festival, American Woman è un dramma familiare con protagonista Sienna Miller. Questa è la recensione.

Il film è diretto magistralmente da Jake Scott, nel cast spazio per Christina Hendricks, Aaron Paul e Sky Ferreira. Qui di seguito la trama:

American Woman narra le vicissitudini e le difficoltà che dovrà affrontare la giovane ed affascinante nonna Debra Callahan (Sienna Miller) alla ricerca della figlia, misteriosamente scomparsa mentre rientrava a casa.

Commento

Il film è stato realizzato nel corso del del 2018, ma solo quest’anno è stato presentato al Milano Film Festival, aggiudicandosi tra le altre cose il premio per la migliore regia a Jake Scott, e quello per la migliore attrice protagonista a Sienna Miller.

Partendo da un fatto realmente accaduto nella California del Sud, la sceneggiatura di American Woman si snoda attraverso un arco temporale di 13 anni. Esso spinge lo spettatore alla riflessione sul ruolo della donna nella società cercando di far passare un messaggio positivo sul come non ci si debba mai arrendere dinanzi alle difficoltà. Se si tiene presente, poi, che il film anticipa di qualche mese il movimento #MeeToo ci si rende maggiormente conto dell’importanza della pellicola nel momento in cui è stata prodotta.

La ricerca della figlia è senza dubbio l’escamotage narrativo che dà modo a Scott di raccontare la vita difficile di Debra, insoddisfatta ed alla ricerca di stabilità. La sofferenza e la drammatica ricerca della propria forza interiore danno vista ad uno spaccato importante su alcuni aspetti della società americana, troppo spesso ignorati e non raccontati. La narrazione che ne scaturisce è volutamente lenta ma capace di appassionare e coinvolgere lo spettatore nella quotidianità della famiglia Callahan.

Una musica struggente accompagna una fotografia di livello assoluto, facendo da cornice ad un dramma familiare di grande intensità emotiva. A tal proposito è interessante apprezzare l’utilizzo di differenti frame in relazione allo scandire delle stagioni e degli stati d’animo del personaggio di Sienna Miller. Delicati attimi sospesi nel tempo a far da metronomi ad una storia struggente.

Sienna Miller fornisce una prova magistrale e di carattere. Mai sopra le righe, espressiva all’inverosimile, la Miller ruba l’obiettivo ad una pur splendida fotografia ed al resto del cast. Solo Christina Hendricks, nel ruolo della sorella Katherine, riesce a tenerle testa: la Joan di Mad Men, dà infatti vita ad un personaggio tutto casa e famiglia, unico faro nella scombinata vita di Debra. Il rapporto tra le due donne è il punto su cui ha più spinto il regista, e si vede. A completare la breve disamina sul cast anche le buone prove di Aaron Paul e Sky Ferreira.

Con la recensione di American Woman, vi proponiamo “a questo indirizzo” la nostra intervista al regista Jake Scott.

Classificazione: 3.5 su 5.