Il Japan Day di quest’anno si è trasformato in una lunga udienza cinematografica. Se da un lato Sham ci ha trascinato nei meccanismi di un thriller legale dove l’inganno è la sola prova ammissibile, dall’altro il maestro Koji Fukada, con il suo “Love on Trial“, ha messo alla sbarra l’intera industria delle idol. Due film diversi, un unico grande tema: il giudizio spietato della società giapponese.
Tra le poltrone del Cinema Farnese l’atmosfera si è fatta densa quando sul palco è salito Koji Fukada, uno dei registi più lucidi e raffinati del panorama contemporaneo, capace di raccontare il mondo patinato del J-pop come una semplice macchina per far soldi, con regole stringenti e poco spazio per la poesia e per la musica, e con la vita privata delle idol ridotta a zero.
Se è vero che la presenza di Fukada ha contribuito a rendere speciale la giornata, i film stessi hanno offerto uno spaccato incredibile su come il cinema giapponese stia evolvendo, muovendosi tra critica sociale, drammi procedurali e giudizi sommari, dettati da regole stringenti con completa mancanza di empatia e di rispetto per chi si trova incastrato nella morsa dei preconcetti.




Analisi di Sham: il thriller procedurale di Miike Takashi
Entriamo nel vivo della programmazione con l’analisi delle due pellicole che hanno maggiormente scosso il pubblico, due sguardi diversi sulla giustizia nipponica: Sham e Love on Trial.
Sham è un’opera che gioca magistralmente con i concetti di identità e simulazione. Il film porta lo spettatore in un vortice di apparenze dove nulla è come sembra e la verità diventa l’arma del delitto. La regia è asciutta ma carica di tensione. Miike Takashi porta alla luce l’ipocrisia della classe media giapponese, trasformando il dramma sociale in un serrato thriller procedurale dell’anima. È una pellicola che non fa sconti e che conferma la vitalità di un cinema capace di essere critico verso la società pur restando profondamente intimo, lasciando nello spettatore quel senso di inquietudine tipico delle migliori produzioni indipendenti orientali.
Love on Trial: Koji Fukada e la critica al sistema delle idol
Con Love on Trial (titolo originale Renai Saiban), ci spostiamo su un terreno decisamente più contemporaneo e spietato: il mondo delle idol J-pop. Il film racconta la sfida di Mai, una giovane artista che si trova, inaspettatamente, ad infrangere la ferrea clausola “No Love” dei contratti discografici. La protagonista si trova da subito proiettata dal pettegolezzo al “processo” (soprattutto mediatico) in cui la trascinerà l’industria dell’intrattenimento per non perdere di credibilità e per evitare un danno economico e d’immagine.
Il tocco di Fukada (qui in veste di regista e sceneggiatore) è evidente: non si limita alla critica superficiale, ma analizza il voyeurismo dei fan e la gabbia dorata dei social media. Un dramma legale e sentimentale che mette a nudo la crudeltà del successo. Fukada, per far sì che il film fosse quanto mai credibile, ha scelto la protagonista tra chi aveva avuto esperienze come idol. Kyoko Saito ha infatti fatto parte di questo mondo e, nonostante una valida carriera di attrice, ha ancora un seguito di fan lasciatole in eredità dal suo passato.
Fukada, sostanzialmente, non mette sotto processo il contratto-capestro, ma l’idea stessa che l’amore possa essere racchiuso in un accordo tra le parti e punito legalmente, trasformando il dramma delle idol in un’arringa accorata sulla libertà individuale. L’Asian Film Festival, con il Japan Day, si conferma l’appuntamento imprescindibile per chi cerca storie capaci di guardare oltre l’orizzonte del mainstream.
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